Da
anatroccolo a cigno: l’autobiografia di Vera Ambra
di Francesco Giordano
Appare difficile avviarsi alla lettura di narrazioni autobiografiche:
almeno, per chi si chiede i motivi della lettura. Possono essere molti,
tra i quali la pura e semplice curiosità. Se poi si tratta di persone
note, lo spettro si arricchisce di multiformi aspetti. Rammentiamone
alcune, ben conosciute: L’abbuffone, note gastrobiografiche di
Ugo Tognazzi, e Il palazzo delle solitudini, storia della
principessa triste Soraya. Ove si vagoli in atmosfere magiche, lèggasi
l’autobiografia di Lorenzo Da Ponte, il librettista e scrittore di molti
celeberrimi artisti della musica, fra cui Salieri e Mozart: lì tutto un
secolo, il decimottavo, è dipinto con tinte affascinanti.
Apparentemente nessuna eco di codeste cògnite narrazioni, manifestasi in
“Re o Regina”, racconto autobiografico di Vera Ambra.
Chi ella sia, lo può da circa un decennio decantare l’invenzione più
rivoluzionaria del secolo ventesimo, come si è – in certo senso
correttamente, anche se da parte nostra si ha qualche riserva - da più
parti affermato, ovvero Internet: basti digitare il suo nome, e appare
un caleidoscopio multiforme di scritti, di iniziative, di attività da
lei create o patrocinate; una rete incredibile di amici, di sensazioni
abbandonate alla parola incisa nell’acqua flebile e tuttavolta
indelebile della pagina ‘virtuale’, la circonda, l’incarna, ne fa una
persona dalle rare doti, dalle ancor più peculiari qualità.
Eppure, ci sia consentito per la consuetudine da alcuni lustri con
l’autrice, ella è nondimeno una donna tra tante, che ad un certo tratto
di vita s’arresta, e come le ombre del mito platonico scorrono innanzi
ad incessante sole, senza che l’attore s’accorga qual astro le
distingua, decide di racchiudere in volume, più che 250 pagine, la
propria esistenza, giunta (quasi) al sessantennio.
Una fragile fibra dell’Universo, incastrata fra pietre ferme, sfugge ad
ogni definizione, cade nel campo e da essa moltìplicasi l’albero che i
sapienti dei secoli passati appellavano della conoscenza, nel bene e nel
male. Anche così può donarsi una chiave di lettura.
Recentemente ci è stato chiesto di descrivere Vera Ambra in pochi
tratteggi, come il pennello di un dipintore può cennàre, con lievi
tòcchi sulla tavolozza, un abbozzo di ritratto.
D’impeto rispondemmo che la nostra amica è una autodidatta della vita,
che si fece e rifece da sé con lunga macerazione e soverchio dolore, fra
le stille di pianto per gli entusiasmi immèmori della luce e delle
tenebre: nello scorrere di tali pensieri, quasi gioco di specchi,
comparivano alla memoria nostra le ombre di tutti coloro, celeberrimi ed
oscuri, che hanno avuto il medesimo destino.
Pertanto leggere “Re o Regina”, edito da Akkuaria (la casa editrice che
Vera Ambra ha fondato e dirige), il quale potrebbe apparire un semplice
atto di narcisismo, legittimo del resto in tempi ne’ quali (ma le
epoche, lo si affermi per coloro che dimenticano le orme dei secoli
passati, son sempre eguali…) debordante appare l’invasione sovente
insulsa delle proprie amenità, è una finestra sul mondo contemporaneo,
veduto con gli occhi di una donna siciliana – la sottolineatura non è a
caso - che ha con travolgente sentimento vissuto la metà del trascorso
secolo, ed ancor riesce a cogliere quei fiori che mancano al canestro
dei giorni, con assoluta serenità, con indomabile impegno.
Vera Ambra, dopo la lettura che con grazia e levità ci ha spinto ad
intraprendere del suo libro, ove con stile sereno e scorrevole, ben
adatto al nostro tempo (e massimamente cresciuto, come ogni avventura
che la contraddistingue, nel lavorìo costante di una ricerca di se
medesimi oltre ogni confine), racconta quasi romanzescamente la sua
storia, dalla nascita in Acireale all’arrivo in Catania, dai primi amori
al felice e poi tormentato matrimonio conchiuso con il divorzio, dai tre
figli alle gioje salvifiche della poesia, allo scoprimento di un pianeta
per lei inesplorato, la Letteratura contemporanea, entro il quale non
solo si è autocostruita, con forze proprie, dapprima un orticello presto
divenuto campo d’asfodeli, ma anche divenendo, come in altro luogo
scrivemmo e qui affatto ribadiamo, la signora della letteratura
catanese, senza se e senza ma, oltre i compromessi – di cui la Sicilia,
e Catania fucina d’ingegni ma anche becera matrigna di luride ipocrisìe
- ed i convenzionalismi che le sono estranei, può adesso annoverare
altra, e ben consistente, arma narrativa nel proprio arsenale. E
scriviamo arma pensando al “Litteris armatur, armis decoratur”, impresa
solenne che campeggia sull’arco di trionfo, detto anche porta Ferdinanda
o ‘del fortino’, nella piazza Palestro di Catania, edifizio
settecentesco nel cui secolo ben si còlse, più che in altri tempi,
l’anima del nostro popolo, aduso a pugnare còlle armi delle belle Arti
che attraverso le infàmi procelle dei ferri.
Catania, città d’adozione e dimora della vita, anche se Vera ha spaziato
in multiformi locazioni, ne esce con un ritratto affettuoso, quasi
binoculare, diapositivo, plastico. “Catania era una città
affascinante, piena di frastuono, di negozi luccicanti e di bella gente
che passeggiava nelle vie principali. La sua aria frizzante in poco
tempo mi trasformò da brutto anatroccolo in un candido cigno, pronto a
spiccare il volo” (pag.45).
Da notare che è la città degli anni Sessanta, quella che poi sarà
descritta come della speculazione, delle malversazioni, degli
“intrallazzi”: epperò qui si evince che quell’epoca, come anche altre,
poteva quasi conchiglia che s’apre al mare profumato, racchiudere la
fiaba autentica di una ragazza che si riconosce donna, oltre il
tramestìo della quotidianità.
Echi di canzoni, personali considerazioni, alcune situazioni che han
lasciato il segno negli ultimi decenni (dal mai abbastanza ricordato
padre Antonio Corsaro, intellettuale raffinatissimo che, in vecchiaja,
scrisse la prefazione al primo libro di versi di Vera, avviandola così
all’Arte scelta, alle serate di spettacolo fortemente popolari alle
Ciminiere, volute con forza dalla allora Amministrazione Provinciale,
operante il rilancio di quella altrimenti squallida struttura, ove
incontràvasi campionario di varia umanità), son tratteggiate
dall’autrice, che è artista forse più che operatrice culturale, con
profonda convinzione.
E però, il centro dell’argomento rimane lei, còlle sue fragilità
puramente femminili – quindi massimamente affascinanti -, con il
soliloquio a volte inevitabilmente cogènte verso l’abisso
dell’avvitamento sottile nel bosco parnasio della coscienza:
introspezione continua la quale, se può affascinare il seguace di Fromm,
sgomenta altri.
“Molte pagine di questo libro le ho recuperate da vecchi quaderni e
diari di quand’ero ragazzina… Le pagine scritte sono state un conforto e
adesso mi restituiscono la ricchezza dei tempi andati. Ho continuato a
scrivere perché tutte le volte che rileggevo i miei quaderni, mi davano
l’esatta dimensione di ciò che ero, che sono, e di continuare ad essere
come sono. Scrivere mi ha permesso di ritrovare quella bambina che tutte
le sere, inginocchiata ai piedi del letto, parlava con l’angioletto del
capezzale. Nel corso della mia esistenza ho perso molte cose, ma
l’angioletto è ancora oggi accanto a me ed è l’oggetto più prezioso che
possiedo, l’unico che mi segue fin dalla nascita” (pag.235).
Occorre notevole coraggio per manifestare, apertis verbis, tali pieghe
secrete: dote che Vera Ambra possiede visibilmente. In fine del libro,
da “re o regina” ella si autonomina “guerriero silenzioso che ancor oggi
combatte sul fronte della vita”: può essere una chiusa che profuma di
battaglie appena avvenute. Non ci pare tuttavolta l’autentico congedo,
che con silente occultamento l’autrice nasconde oltre il giardino del
retro degli antichi palazzi, per usar di metafora.
La chiave può, forse, comprendersi, come quelle fiabe da Mille e una
notte che l’orientale nostra sapienza ci ha tramandato (Sicilia intrisa
di mille ràzze, commistione ribelle già nobilitata dal gran Federico…)
nel finale di una novella di Ada Negri, “Mikika sui tetti”, facente
parte del volume “Finestre alte” (1923), della grande scrittrice che
onorò le donne d’Italia: “Chi fissa la luna non può più chiuder le
palpebre; e la signora di Mikika, mamma di Rosaspina, ha perduto il
sonno così. Non sa togliersi dalla terrazzetta imbevuta di bianco. Vede,
sul bianco, ai suoi piedi, una figura nera, lunga, snellissima; che par
le voglia rivolgere la parola. Strano: non ha capito subito che è la sua
ombra. Possibile, ella pensa, che la mia ombra sia così giovine?… La
giovinezza è partita da me. Ma sorride. Il segreto della giovane ombra è
lo stesso delle parole che i rosai scrivono sul muricciolo quando la
luna vi splende; e della grazia di Rosaspina; e della follìa di Mikika.
Non è, quell’ombra, del suo corpo; ma del suo spirito”.
Interpretazione che forse potrà sembrare trasfusa in arcani silenzi, ma
che ben s’addice a chi, come Vera Ambra, esclama sovente oltre le stelle
il pensiero di Baudelaire: “Gran delizia è annegare lo sguardo
nell’immensità del cielo e del mare!”.
Ed in questo orizzonte, come serpente che mòrdesi la coda, l’alfa e
l’omega s’annichilano, poiché il tracciato rettilineo è solo apparenza;
mentre è forma la sostanza ellittica del cerchio costantemente
imperfetto? Interrogativi che rimangono senza risposta e, tuttavolta,
aiutano a vivere. Probabilmente, a serenamente scorgere le aurore
mattinali della dolce primavera, dischiusa da innocenti fiori.
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