Due parole su Viajera




Luglio e agosto 2004: due mesi caldi ed appiccicosi, densi e lenti, fatti di momenti sempre uguali, di domande sempre irrisolte. Calato nel mezzo, tuffato in un mare placido ed internamente tempestoso, ho iniziato a scrivere un diario che è divenuto una storia: le mie paure più grandi raccontate da un gruppo di personaggi di quasi-fantasia, nati rimescolando esperienze pregresse.
La suggestione da cui è partita Viajera è l’incompatibilità con la concezione comune di “esistenza”. Laddove “vita” è intesa come percorso che porta ad un fine. Quando l’obiettivo viene a mancare non si ha più l’impressione di camminare, di procedere, ma di girare in tondo. I giorni diventano mera testimonianza del tempo che passa,contenitori neutri di atti-non-atti, giri di una giostra percorsa da una sotterranea tensione e poggiata sul vuoto. Viajera testimonia questo processo di nullificazione e di allontanamento, questa bestia in agguato nella coda dell’occhio.
Ma Viajera parla anche di musica, meglio, della mia musica.
Di come può colpirmi e arricchire quello che vivo, di come può trascinarsi nel sottofondo, del suo saper essere amplificatore descrittivo o semplice elemento casuale, della dimensione di sogno e viaggio che porta con sé, quando chiudi gli occhi e ti trovi a correre per il tuo campo di erba alta privato, senza pensieri. La parola “Viajera” si adatta ad entrambe le suggestioni: è la fascinazione della musica, ma è anche l’essenza dell’alienazione, la lontananza da ogni possibile partenza ed arrivo.

 

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