Il ritrovare se stessi nella fatalità del
caso
di Maria Gerace
Affrontare un ostinato nemico in una lotta del tutto impari.
Un romanzo Edizioni Akkuaria
Con
il romanzo Gabriel e il mostro (Edizioni Akkuaria, pp. 136, € 12,00)
lo scrittore cagliaritano Vittorio Frau mette da parte lo stile
umoristico che ha contraddistinto le sue precedenti opere per dar
vita a un romanzo dal carattere drammatico e dal sapore amaro, dando
prova al lettore della sua grande versatilità. Il libro, vincitore
nel marzo del 2009 della prima edizione del Premio Letterario
Nazionale in onore del filosofo Fortunato Pasqualino, si presenta
nella forma di un doloroso viaggio interiore che il tormentato
Gabriel, affetto da un incurabile male e braccato dal mostro della
depressione, è costretto ad affrontare per riaffermare se stesso.
Sullo sfondo della vicenda, tratteggiata con tinte sfumate, si
delinea la città di Cagliari; una particolare attenzione viene
riservata al vecchio pontile e alla spiaggia del Poetto, con la sua
sabbia bianca, che accoglie e consola il protagonista nelle fasi di
crisi acuta e che, allo stesso tempo, si trasforma in un “portale”
aperto sulla dimensione dei propri ricordi. Il personaggio
principale intraprende un cammino personale nei meandri della
propria mente, nei luoghi in cui la memoria rende incerti i contorni
e i volti delle persone amate, ma mantiene vivida la sensazione
asfissiante del vuoto originatosi dal dolore, provocato dalla
perdita.
Costretto a scrutare tra le pieghe della propria esistenza, in cerca
di una chiave di lettura risolutiva per una serie di avvenimenti
angosciosi che lo hanno segnato profondamente nel modo di
rapportarsi agli altri, nonostante un carattere forte e battagliero
e una rassegnata propensione verso l’accettazione della propria
condizione, Gabriel è messo a dura prova dagli attacchi subdoli del
mostro.
Il male oscuro, altro appellativo attribuito al proprio avversario,
si annida nella sua testa pronto a manifestarsi negli attimi
lasciati vuoti dall’azione; si insinua tra le pieghe della sua
quotidianità, delle sue debolezze, riempie e colma i vuoti. Gabriel
combatte per non lasciare libero alcuno spazio in cui possa agire il
suo nemico, prova persino a «riempire con il fumo ogni pausa della
giornata» pur di sfuggirgli, per non essere sottomesso e piegato
nella volontà e nella determinazione delle proprie scelte.
La sua mente agitata precipita in un vortice senza fine, vittima di
un vero e proprio “sequestro emozionale” che lo rende preda di
un’incontrollabile paura di morire, comune negli attacchi di panico,
e del terrore della prospettiva stessa degli attacchi futuri. «Pensi
[…] che non ci sarà alcun risveglio» spiega Gabriel, che cerca
rifugio nei luoghi che possono recargli conforto e donargli la pace
interiore, consentirgli di ristabilire un equilibrio precario,
continuamente minacciato e spezzato nello spazio di un istante. Il
tempo si condensa in un’unità in cui passato, presente e,
inaspettatamente, futuro, si incontrano, svelando al lettore una
nuova dimensione umana del protagonista.
Nel dipanarsi della trama è possibile scorgere il rifiuto di
nominare il mostro col proprio nome e, dunque, di presentarlo nella
sua veste ufficiale. La vicenda dell’uomo Gabriel ci viene narrata
in terza persona dall’autore. Con grande coraggio, Frau ha
utilizzato uno stile semplice e diretto per raccontarci una
circostanza che altro non è che la messa in scena di un dramma
umano.
Le problematiche trattate nel libro analizzano due condizioni che
sono comuni a un numero, sempre più crescente, di individui del
nostro tempo: cancro e depressione, entrambi malesseri in grado di
fiaccare lo spirito e il corpo in maniera indelebile. In modo
particolare, l’autore si sofferma sulla modalità di reazione del
sesso maschile di fronte all’evento tragico: l’uomo in quanto tale,
secondo un’atavica concezione, sembra essere colui che deve
affrontare con distacco la circostanza della crisi, dimostrandosi
forte a tutti i costi. Abbandonare tale visione significherebbe
liberarsi, innanzitutto, di quegli schemi fissati a priori senza
alcuna fondata corrispondenza reale ed eviterebbe tutta una serie di
squilibri scaturiti dall’impiego di una reazione emozionale non
adatta all’evento traumatico in atto.
Nella prima parte del volume ci viene presentato il mondo interiore
di Gabriel e, senza giri di parole, la condizione irreversibile in
cui egli versa. La caratterizzazione del personaggio principale è
precisa e altrettanto immediata. «Sono un uomo solo e felice di
esserlo», afferma con forza Gabriel, nella piena convinzione di
poter bastare a se stesso. In uno dei frequenti flashback viene
messo in risalto un atteggiamento schivo attraverso la descrizione
fornitaci del rapporto speciale che il protagonista ha avuto con il
proprio cane Rufus; quello che il protagonista prova nei confronti
dell’animale è un amore assoluto, indiscriminato, candido, che
rimarca ancor più la distanza che egli frappone fra sé e i propri
simili. Un certo pessimismo cosmico contraddistingue il suo
personaggio che rifacendosi a un’affermazione del filosofo
Schopenhauer cita: «Chi non ha mai posseduto un cane, non può sapere
che cosa significhi essere amato». Il nastro della sua memoria
salta, a volte si inceppa, su una figura o sull’altra del proprio
passato.
Nella seconda parte del libro, con grande stupore del lettore, Frau
ci travolge con un incessante susseguirsi di eventi che porteranno
l’uomo, provato e disilluso dalla vita, ad aprirsi alla speranza che
un futuro possa esserci anche per chi è ormai al capolinea della
propria vita. In un’appassionante successione di avvenimenti e
d’incontri casuali, nuovi orizzonti si schiuderanno allo sguardo
impressionato del recalcitrante Gabriel, nell’ultimo atto della
propria vicenda umana.
Maria Gerace
(www.excursus.org, anno IV, n. 30, gennaio 2012)
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