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Biografia

Presentazione del libro

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Un evidente quadro dell’odierna società

 



Già leggendo le prime righe di questo piacevole romanzo di Vittorio Frau, il lettore si immerge in una narrazione snella che si propone l’immediato scopo di far subito intendere da che parte sta l’autore.
Lo si capisce dall’efficace titolo della prima parte, “Le vacanze degli innocenti”, l’evidente parafrasi del titolo del famosissimo film.
Questo è uno dei pregi dell’opera, in quanto immediatamente propone la condivisione di un evidente quadro dell’odierna società, delle sue regole a volte spietate ed emarginanti e, purtroppo, delle sue conseguenti irreversibilità, nel senso che esse non sono proposte, bensì imposte, in modo da provocare una profonda, intima conflittualità tra l’esterno e le proprie convinzioni, sfociando in un drammatico smarrimento interiore.
Tanti sono i simboli entro i quali ci siamo personificati ed ingabbiati: una vasta gamma di cellulari, telefonini, videofonini, tvfonini, che qui vengono ridicolizzati negli scompensi psico-somatici del risuscitato Giuseppe; l’auto da sostituire al più presto con un’altra dotata di optional sempre più sofisticati, perché un dottore non può mica circolare con un’ape Piaggio, ma con la Mercedes, immergendosi in un mare di cambiali fino al 2080; e poi, le cosiddette vacanze obbligatorie, da raccontare, farcite con episodi necessariamente inventati e ascoltati da malcapitati e infastiditi interlocutori.
Si potrebbe continuare, la lista è lunga, ma è meglio fermarsi a questi esempi che, tuttavia, rappresentano tutte cose utili, per carità, finché esse servano noi e non viceversa, purché non diventino status symbol per misurare con un metro implacabile il valore effettivo di una persona, già alle prese con un doloroso contrasto con sé stessa.
Nella parte iniziale, Frau ci regala pagine esilaranti, con una descrizione dei giovani protagonisti a metà tra il divertimento e il cinismo, con i loro strampalati difetti, tanti, e i loro pregi, nessuno.
Così, inconsapevolmente, il lettore viene ricapultato indietro nel tempo, costretto a rivisitare la sua adolescenza e giovinezza, confrontandole con le medesime storie e con il comportamento medesimo avuto nei confronti dei propri amici, sorridendo e ridendo con l’amaro in bocca.
Per questo si delinea l’illusione che la gioventù possa essere un luogo virtuale, rimasto fermo nel tempo, immutato, completamente avulso dall’attuale, fino a farne due mondi assolutamente separati, costruiti a baluardo dei rimpianti e delle speranze disattese del passato, e per far fronte alle ipocrisie e alle pur sempre penose rivincite del presente: una sorta di catarsi che si riscontra nella bellissima moglie del più insospettabile del gruppo e nella tenera ingenuità della domanda dolorosa seguita da una giustificazione innocente: «Maestra, perché mi picchia? Non ho copiato il compito!».
Su tutto, vigila un’auto-ironia che appare allo stesso tempo sprezzante, crudele, beffarda e irriguardosa nei confronti di tutti i luoghi, ora divenuti comuni, di questa nostra società che ha smarrito il senso dell’orientamento, eretta a fondamentale difesa delle vicissitudini della vita. Persino il pessimismo leopardiano sembra intervenire per enunciare l’esaurimento culturale barattato con le vicende di una televisione malata di banalismo maligno.
Ma Frau vuole lasciare aperto un varco a quella sorta di delirio poetico, che coglie sempre nei momenti più difficili della vita, quando la vista di un gabbiano si trasforma nel simbolo poetico dell’albatro baudelairiano. È la speranza di una poesia disposta a sopravvivere pur sommersa nelle distrazioni di una società che non si rende conto di non poterne fare a meno, nascosta tra le pieghe delle ultime pagine di una malinconica e dignitosa disfatta.

 


Antonio Ragone

La Rimpatriata
(Scrive Vittorio Frau)

Se qualche tempo fa mi avessero detto che avrei pubblicato un libro, avrei riso fino a perdere i sensi. Un conto è vedere che qualsiasi foglio bianco postomi davanti dopo un po’ si riempie come per magia di assurdità legate tra loro in modo da far sorridere, ma ben altro è provare la sensazione data dal vedere una copertina con il proprio nome sopra e magari una foto incredula nel retro dell’“opera”. Una delle cose più difficili da accettare è stato proprio sentir chiamare “opera” la storia che ho scritto. Quando Vera Ambra, la presidentessa dell’associazione culturale “Akkuaria, un ponte sulla cultura” mi ha contattato con una email, che ora conservo come una reliquia, non ho nemmeno risposto, convinto si trattasse di uno scherzo o di qualche personaggio con secondi fini.

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