Vittorio Frau
Facebook Generation
Qualche
anno fa, spaventato e incuriosito dallo strano uso che le nuove
generazioni facevano del telefono cellulare, mi impegnai in una
ricerca corredata da un’attenta osservazione dei comportamenti messi
in atto da varie categorie di persone, studio che si concluse con la
pubblicazione del mio terzo libro, Cell generation.
Ero convinto di aver individuato il limite estremo della
dabbenaggine, una specie d’innalzamento della soglia d’imbecillità
che si era spinta verso vette che credevo irraggiungibili, ma non
avevo idea di ciò che già covava sotto le ceneri della defunta
dignità umana.
Mentre quel libro andava in stampa, un’oscura minaccia si espandeva
a macchia d’olio, mostrandosi di tanto in tanto a soggetti più
recettivi di altri, come volesse studiarne la reazione.
Tra il 2009 e il 2010 la minaccia si è concretizzata, rivelandosi in
tutta la sua potenza, sotto l’innocua veste di una
rete sociale
dai colori semplici. Le sue pagine erano (forse non a caso)
bianche come i gigli e azzurre come il Viagra, quasi a rappresentare
la contraddizione tra il sacro e il profano uniti in qualcosa che,
in pochi mesi, avrebbe rivoluzionato le nostre vite costringendoci
ad azioni e comportamenti deliranti che mai avremmo potuto nemmeno
immaginare di compiere.
La minaccia aveva un nome: Facebook, un fenomeno su scala
planetaria, dai numeri impressionanti. Sono dati in continua
evoluzione, tuttavia possono servire a rendere l’idea di ciò che sta
accadendo: in questo momento (Ottobre 2011), Facebook conta più di
800 milioni di utenti.
Ogni giorno vengono caricate nelle sue pagine circa 300 milioni di
foto e pubblicati più di due miliardi di post.
I vari mi piace o i commenti ai messaggi inseriti,
raggiungono un numero a nove zeri praticamente incalcolabile.
Uso con regolarità Facebook dalla metà del 2009, dopo aver resistito
per qualche mese alla tentazione di iscrivermi e mi è stato subito
chiaro cosa avevo di fronte: una specie di palcoscenico su cui
ciascuno diventa quello che ha sempre sognato di essere.
Sul social network più amato del mondo, sono rare le persone con
qualche difetto, la perfezione fisica e mentale è quasi sempre
raggiunta e spesso superata dalle deliranti info che inseriscono gli
utenti all’atto dell’iscrizione, calandosi a tal punto nella parte
da convincersi di essere davvero come si descrivono! Qualcuno ha
paragonato Facebook a Second Life, il celebre mondo virtuale
creato qualche anno fa dalla Linden Lab, ma non è così, la
piattaforma virtuale ideata dal fisico Philip Rosedale è una realtà
parallela, un mondo a sé nel quale si vive una vera e propria
“seconda vita”.
Su Facebook la cosa è più complessa, perché la vita virtuale e
quella reale sconfinano di continuo l’una nel campo dell’altra,
creando un assurdo miscuglio esistenziale che nemmeno la mente più
fertile avrebbe mai potuto immaginare. In tantissimi casi la vita
reale di un individuo viene attaccata e divorata dalla strana
esistenza che conduciamo su Facebook, lasciando il malcapitato tra
le macerie della sua vita con in mano soltanto un qualcosa di
virtuale, cioè nulla.
Ricordate
sempre una cosa: dove c’è Facebook non esiste verità!
Se
Pinocchio avesse potuto crearsi un profilo Facebook, avrebbe
sfondato lo schermo con il naso dopo pochi minuti. Esagero? Possiamo
fare una semplicissima e significativa prova; basta aprire il
profilo del suo creatore, Mark Zuckerberg (facebook.com/zuck), e
controllare le sue info, piene di frottole verificabili: il ragazzo
afferma, tra l’altro, di essersi laureato a Harvard, il che è falso,
perché lasciò gli studi per dedicarsi completamente al progetto del
social network.
Credo di
poter affermare che l’ex brufoloso studente di Harvard non abbia
basato la sua creazione sulla sincerità degli iscritti.
Facebook
generation non è solo un libro sul social network blu, ma
un’approfondita ricerca che mette alla luce gli aspetti più strani
di quello che io definisco oppio del 2010, una vera e propria droga
virtuale che genera grotteschi problemi di dipendenza.
Leggerete
cose che appariranno impossibili, come il caso di una signora
siciliana che ha presentato una querela (reale) perché un pirata
informatico gli ha svaligiato la casa (virtuale) nel suo Pet
society, gioco della piattaforma Facebook; o di un ladro che viene
arrestato perché non resiste alla tentazione di dare una
controllatina al suo profilo Facebook mentre sta svaligiando un
appartamento, usando il PC del derubato.
Ogni brano,
ogni riga, ogni parola presente su queste pagine è pura verità, come
chiunque potrà costatare facendo delle semplici ricerche mirate
sulla stessa rete.
Una parte
consistente dell’opera riguarda i comportamenti di strane categorie
di personaggi che le pagine blu hanno fatto venire allo scoperto,
come il playboy telematico o i bimbiminkia di Facebook.
Molti, tra
i termini usati, non fanno parte dei normali dizionari, alcuni sono
vocaboli tipici del nostro social network, altri di comune uso nel
mondo della rete. Nelle ultime pagine ho inserito, con l’aiuto di
Wikipedia (l’impareggiabile enciclopedia libera online), un piccolo
glossario, nel caso in cui qualcuno non avvezzo all’uso di un simile
gergo si trovasse a sfogliare queste pagine.
Buona lettura.
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