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PRESENTAZIONE LIBRO

Valeria Battiato

Fissazione di una sciara muta

Un identico destino lega indissolubilmente un “Santo”, parroco di una cittadina qualsiasi, a un’inerme mosca dall’ala spezzata, metafora di un’umanità allo sbando, così come l’intera città che sta per essere travolta da una tragedia muta e inesorabile: la colata di lava che distruggerà ogni cosa al suo passaggio. È come il tempo la sciara lavica, implacabile e impetuosa, devasta e al momento stesso conserva, immobilizza ed eterna inglobando al suo interno. Ed è proprio il tempo, a mio parere, il vero protagonista di questa storia narrata da Valeria Battiato,
Fissazione di una sciara lavica. Apparentemente la si potrebbe definire un graphic novel, un romanzo grafico, ma in realtà è il modo di utilizzo della temporalità a segnare tecnicamente la differenza da esso.
Il graphic novel è fatto da sequenze giustapposte, che scandiscono un ritmo narrativo dettato dal rapporto immagine-testo all’interno di un’area scenica (vignetta), ma laddove non vi siano testi, in balloon o didascalie, vi è comunque una regia a suggerire quel ritmo, poi adeguato alle proprie esigenze dal lettore. In questa storia, invece, il tempo non si piega al volere dell’Autore, è padrone di se stesso e s’impone al lettore attraverso frasi destrutturate dalla logica grammaticale e impregnate di simbolismo onirico.
La parola suggerisce un’immagine, fino a divenire icona essa stessa, inchiostro che si scioglie dalla sequenza alfabetica in cui dovrebbe essere costretto, fino a ricomporsi e divenire forma, proprio come il magma lavico. Le immagini nate dal concatenarsi dei lemmi sono concetti espressi in forma e quindi simboli che esprimono un contenuto; per cui mutano ancora in parola nell’immaginario del lettore.
Un circolo perpetuo, paradossale, come le mani di Escher che continuano a cancellarsi e ridisegnarsi all’infinito nella sua nota litografia del 1948, o come avviene in qualsiasi altra delle sue immagini e prospettive distorte, rese impossibili in inganni assonometrici non troppo dissimili da quelli di cui l’umanità è vittima e si lascia traviare.
Più che un romanzo vero e proprio, quindi, ci troviamo dinanzi a un sogno, dilatato e amplificato, fatto di simbologie e significati, che se da un lato appartengono alla mente di chi quel sogno l’ha concepito, dall’altro rimandano a una iconografia comune a molti e quindi comprensibile con quella parte della nostra mente ben disposta a cogliere il senso dell’emblema e della metafora, quella parte non logica perché puramente inconscia e ancestrale.
Non stupisce l’approccio a questa forma narrativa da parte di Valeria Battiato, se pur così originale e imprevedibile; se teniamo conto della sua pregressa produzione, nata da un approccio poetico, ci rendiamo conto che, dopotutto, la poesia non è altro che questo: cristallizzazione di un momento, interiorizzazione di un’esperienza, immobilizzata e trasfigurata in parole simboliche ed evocative, che appaiono astratte all’occhio e sono percepibili solo facendo appello alla nostra interiorità. Lava e poesia, un connubio straziante e al contempo così inesorabilmente plasmabile.
L’augurio è che Valeria continui a donarci ancora queste sculture d’inchiostro, pietra vulcanica e coscienza.



Ilaria Ferramosca
 

Valeria Battiato
Nell’anca del pollice sinistro

 

In una prima lettura di questi brevi racconti ciò che è evidente è lo schiaffo interiore, uno schiaffo che sbeffeggia sia gli idoli e le icone, sia il cuore.
C’è una resa alla solitudine e una lacrima contro la solitudine, persa nei ricordi di un tempo e nelle vecchie glorie. Si esalta un passato che non si identifica con più nulla di simile nel presente.
Non scorre sciolto alcun racconto, ma come un graffio ci obbliga a riflettere su ogni termine usato.
Le parole in questi racconti sembrano descrivere lo scenario di grattacieli grigi e cupi, contornati da poco verde e violentemente ladri di sole, aria, verità di un tempo; la violenza nelle parole, ricche di significato ma allo stesso tempo sintetiche e concise, quasi toglie l’aria al lettore che si avvicini.
Un simbolismo non pittorico ma verbale, quello che si coglie; di sicuro non vedremo verdi prati e riposanti tramonti, ma un impervio percorso fra dolori, rimpianti, animi traditi nei blog, anime in fuga dal grigio.
“Ricomincio a cancellarti” scrive il cuore respinto, ma non è solo per l’amore finito, è per la sterilità della terra, è per la crudezza della vita.
Si uniscono, nelle storie, sensazioni di un amaro retrogusto, qualcosa che ci riporta a Verga e i suoi disperati personaggi e qualcosa che assomiglia al punto del non ritorno delle illusioni.
Il pensiero che ricorre è che il personaggio sia incompiuto, interrotto nel sogno, svegliato all’improvviso e schiaffeggiato dalla “spazzatura del peccato implicito”.
La consapevolezza della rottura del sogno rende il personaggio freddo e immunizzato dal dolore, quasi un semplice fotografo delle inumanità; tuttavia l’incapacità di accettare le ragioni di queste illusioni violate circonda il personaggio di un dolore intimo e profondo, tutt’altro che immune dalla realtà.
 

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