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L’anima musicale dei barbieri
Prefazione di Santo Privitera

 

Figaro qua… figaro là”, dalla celebre cavatina “Largo al Factotum” del barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini ricaviamo l’immagine più autentica e verace della poliedrica figura del barbiere. Come una predestinazione, i barbieri con la musica c’entrano sempre. Artigiano, cerusico, gazzettiere, artista e, appunto, musicista, il barbiere fu tutto questo insieme. Lo hanno detto e scritto in molti che la “Barberia” o “ Sala da barba” che dir si voglia, era il luogo dove non ci si ammalava mai di stress.
Farsi accorciare i capelli o rasare la barba costituiva per il cliente un’esigenza estetica e non solo.
Un vero e proprio rito a cui per nulla al mondo si era disposti a rinunziare. “Il cliente vi era di casa: di buon mattino o nel tardo pomeriggio, vi metteva piede quasi sempre di ottimo umore, ben disposto, con una gran voglia di parlare, di sentire, di rilassarsi. Il salone era il suo club preferito, il suo regno”. Lo scriveva sul finire del 1970 lo storico Lucio Sciacca.
I barbieri furono attivi e presenti nel tessuto sociale catanese sin dal tardo 1400. Nel cerimoniale di Alvaro Paternò (1522) che disciplinò i festeggiamenti agatini, nell’ordine di precedenza vennero collocati dopo gli argentieri e prima dei mercanti. Si varcava per la prima volta la soglia di una barberia accompagnati dal nonno o dal papà. Per non andare troppo lontano nel tempo: alzi la mano chi, almeno della nostra generazione anni ’50-’60 dello scorso secolo, in età infantile non si è seduto almeno una volta nel mitico “cavalluccio” per farsi accorciare i capelli. Credo nessuno.
Personalmente, sento ancora la fredda macchinetta dentata azionata dal barbiere mediante due semoventi stanghette incrociate mentre mi radeva il “cozzo”.
Quel tic-tic-tic-tic ritmico a intervalli regolari era di per sé quasi una musica. Mi incuriosiva molto questo attrezzo metallico dalla vaga forma squadrata. Vedendolo la prima volta mi fece anche paura. La stessa sensazione la provai quando vidi affilare il rasoio nella coramella. Bisogna viverli certi momenti per meglio descriverli.
Torquato Tricomi sembra averli vissuti. Non solo li ha descritti molto bene attingendo ai ricordi, ma li ha ben sintetizzati in un appassionato excursus storico-romantico che profuma davvero di antica Sicilia.
Costumi, tradizioni, usanze, tutto confluì in quel microcosmo che fu per secoli la Sala da barba. Un totem a lungo adorato, ammirato, agognato e posseduto, sotto il quale, tra un rasoio ben affilato e un paio di forbici appuntite, tra una pettinata e una insaponatura ben lavorata si sono consumate esistenze blandite dal tempo.
Il “salone” era un luogo di lavoro, di riposo, di divertimento, di musica e allo stesso tempo di cultura. Resiste ancora negli antichi frequentatori, fortunatamente, la voglia di raccontarlo nelle sue più intime sfaccettature.
Agli altri, quelli che per pura questione anagrafica non lo “vissero” mai, non resta che ascoltare o leggere con naturale curiosità e forse, si spera, con un pizzico di interesse.
Dal momento che ho intitolato questa pagina L’anima musicale dei barbieri è giusto soffermarci seppur brevemente su questo aspetto. Come bene risulta evidenziato nel presente lavoro, tanto è rimasto nella tradizione musicale legata ‘e saluni.
Basti pensare che la stragrande maggioranza di pezzi popolari, nati in questi locali, non recano né un titolo né il nome degli autori per comprendere la semplicità degli intenti con la quale ci si approcciava alla musica.
Oggi questa musica ha una sola etichetta: Musica dei saloni. Si componeva per il semplice gusto di farlo, per puro passatempo ma anche per dare sfogo a uno stato d’animo. Tanghi, Mazurke, Valzer e Polke nascevano di getto: in memoria di un avvenimento, in preparazione di un evento di famiglia o per mera simpatia verso qualche personaggio. Passioni, gelosie, amori, dispetti, gioie e quant’altro erano i temi preferiti.
«Queste musiche venivano composte senz’altra regola all’infuori di quelle del cuore e dell’orecchio» affermava il grande critico Francesco Pastura (Catania 1905-1968). Come non dargli ragione? Spesso i pezzi musicali composti si tramandavano da padre in figlio; ognuno aggiungeva o toglieva “una parte” per adattarla più ai propri gusti che a quelli ai quali era destinata.
Una forma di “egoismo estetico” che servì piuttosto a migliorare la qualità. Non erano solo i mastri barbieri, i “Principali”, a comporre, ma tutto il seguito umano che l’interno dei saloni affollava: garzoni e clienti compresi. A volte i semplici passanti attratti dalla musica si fermavano all’ingresso della bottega, alcuni di essi si “aggregavano”, nascevano così i complessini folk.
Finito il lavoro, i saloni diventavano piccoli conservatori dove esibirsi e, allo stesso tempo, insegnare i primi rudimenti musicali ai ragazzi. Pochi i maestri di musica, molti invece erano i cosiddetti “orecchisti” in grado di comunicare attraverso lo strumento musicale il meglio di sé stessi. Si deve a loro la nascita di veri talenti musicali.
A Catania, come sappiamo spiccò su tutti Giovanni Gioviale (Catania 1885-1949), un vero caposcuola; ma come non citare Placido Reina, Giovanni Vicari (poi emigrato in America), Santangelo, Turi Leonardi, Carmelo Consoli? Molti altri rimasero avvolti nell’anonimato per scelta o… per destino. Intorno alla metà del ‘900 il corso della storia accelerò il passo verso il cambiamento dei costumi. Sarà stato il retaggio della guerra o forse il desiderio ostinato di chiudere col passato per inseguire mete sempre più ambiziose.
Il cammino lento e inesorabile del progresso ha spazzato via quel poco romanticismo ancora rimasto. Le antiche tradizioni, appassendo, hanno lasciato il posto ai ricordi. Per chi crede ancora negli antichi valori, è un sollievo.

 

 

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