“IL MIO NEMICO”, ambientato negli anni che vanno dal 1940 al 1943,
racconta la storia di Lorenzo Russo, giovane ufficiale di
complemento e figlio di agiati proprietari terrieri della provincia
di Catania.
Lorenzo non è fascista ne antifascista, è iscritto alla facoltà di
legge, è fidanzato con Marisa e della politica non gli importa
nulla. Amministra le sue terre, i suoi giardini di limone ai piedi
dell’Etna, e la sera si diverte al casino o dal vinaio con i suoi
amici. Dovrebbe partire per la campagna d’Africa ma, grazie alle
raccomandazioni del futuro suocero, riesce a restare a Catania al
Quartier Generale dell’esercito a timbrare licenze e fogli di
viaggio.
Purtroppo per lui (e per tanti altri) Hitler decide di invadere
l’URSS, Mussolini scalpita per partecipare e Lorenzo è costretto a
partire con il neonato CSIR (il Corpo di Spedizione Italiano in
Russia, cui seguirà l’anno successivo l’ARMIR) nel luglio del 1941,
arruolato nell’81° reggimento della Divisione Torino alla volta
della conquista dell’Impero del Bolscevismo.
La guerra al fronte russo cambierà il giovane Lorenzo, come nella
tragedia ha cambiato il volto di un’intera generazione. Conoscerà il
freddo e la solitudine, l’orrore ed il sangue, la disperazione e la
morte. Durante una perlustrazione in un villaggio nel cuore
dell’Unione Sovietica, nell’inverno del 1941, avrà un atto di
ribellione e ucciderà un tedesco delle SS per salvare la vita ad un
bambino. E a causa di quell’atto, al tempo eroico e sconsiderato,
sarà costretto alla diserzione e alla fuga.
Verrà fatto prigioniero dai russi, si innamorerà perdutamente di una
donna, Neva, partigiana e commissario politico del PCUS, vivrà con
lei una storia d’amore tanto breve quanto intensa e disperata, verrà
poi deportato verso i campi di lavoro della Siberia centrale mentre
Neva morirà nel tentativo assurdo e inutile di salvarlo.
Riuscirà poi a fuggire dal treno che deve condurlo in Siberia e
troverà scampo alla morte e calda ospitalità nella casa di Vasja,
uno scrittore schivo e solitario che, dopo aver cessato qualunque
contatto col Partito Comunista, si è ritirato in eremitaggio con le
tre figlie in una casa ai piedi dei monti Urali. A casa di Vasja
Lorenzo trascorrerà alcuni mesi, nell’attesa della fine della
guerra, ma gli avvenimenti precipitano ed è costretto ancora a
fuggire.
Attraverserà a piedi la Russia innevata e riuscirà a ricongiungersi
alle Armate Italiane in fuga dalla sacca di Nikolajevka. E in
incognito, sotto falso nome perché disertore, riuscirà a ritornare
in Italia nella primavera del 1943.
Troverà ospitalità a Milano, presso un giornalista amico di Luca, un
tenente dell’esercito che ha abbandonato la Russia insieme a lui e
che, come lui, non crede più nella guerra fascista. Luca e Lorenzo
troveranno poi rifugio in una cascina nelle campagne del ticinese,
presso una famiglia di contadini comunisti e, dopo l’otto settembre
del ’43, entrambi decideranno di lasciare il loro rifugio e di
andare a combattere con i partigiani per liberare il loro paese.
A guerra finita Lorenzo tornerà in Sicilia, a contare i suoi morti,
e da lì ripartirà per Roma, verso l’inizio della sua vita.
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