Riflessioni sull’opera di Giancarlo Bonomo
Non ho mai capito se la Poesia, per i poeti che la scrivono, sia
malattia o convalescenza. “Il vizio assurdo” la definiva Pavese,
facendone emergere un significato patologico da male incurabile a
ricovero nell’ospizio letterario. Per Renzo Maggiore, poeta di tanti
inizi e tante fini, pare sia la terapia nel cammino verso una
direzione di Amore, Bene, Luce ovvero la sommità di quei sette cieli
che sentiamo dentro di noi. Piccoli come un chicco di senape, grandi
come l’universo. Christum docet. La nostra cultura è permeata da
figure di riferimento che orientandosi ci hanno orientato ( quanto
mi piace citare qui il Maggiore di “Leggendo Hillman”). Penso a
Dante, il perseguitato politico, il ghibellin fuggiasco che ha
contro mezza Firenze e riesce a sublimare tale disgraziata
Sofferenza nei suoi versi strani (chiamiamoli strani, come a Lui
piacque). Il Suo è il Cammino di ascesi per eccellenza, il paradigma
del percorso immanente e trascendente di ogni uomo. Con la
soddisfazione – aggiungo io – di mandare all’inferno un po’ di bella
gente che gli stava proprio sullo stomaco, papi e teste coronate
comprese. Oppure Francesco, santo della Verità semplice (ma se è
così semplice perché ci perdiamo, poi?) che si rotola nel roseto di
Santa Maria degli Angeli– con tanto di spine – per sfuggire alle
tentazioni. Esempi che valgono per tutti e che ci fanno comprendere
come siamo umani, troppo umani. Perché dovrebbe fare eccezione una
persona attenta, sensibile e umorale come Renzo Maggiore? Lui,
Lucifero-portatore di Luce che vorrebbe smascherare Dio per capire
(con l’intelletto) prima le Sue ragioni – o ‘dinamiche’, come
diremmo oggi con tono impaziente da contestatori di piazza – e poi
com-prendere ( nel senso di prendere con, abbracciare col cuore) la
direzione del Tutto. Lui, poeta perduto nell’imbuto dei perché, che
si rifiuta di ascoltar la Mente che mente e pretende di pensar
pensiero, che cerca una disperata sopravvivenza nell’ipnosi sociale
del perduto senso, la vita della rappresentazione in maschera di se
stessa. Altrochè mission umana. Già. Renzo Maggiore odia
profondamente la Mens, croce e delizia della vita reale, fedele
seguace del diavolo che esiste, eccome, quando gli apri la porta e
lo fai entrare con tanto di zoccoli a far rumore, a sproloquiare coi
suoi lampanti giudizi, pregiudizi, divisioni ed altre frattaglie. Il
diavolo in noi, nel corpo bramoso e nell’anima plagiata dall’Ego
seduto comodamente in sofà mentre noi stiamo in piedi a soffrire. Il
diavolo che scegliamo di essere noi. È forse questo punto, più di
ogni altro, il vulnus che il nostro poeta vorrebbe in qualche modo
sanare per liberare quel Senso logico che è la comprensione finale
del piano di Dio. Il resto è dettaglio e non potrebbe che essere
così. Ricordo Chaplin in una scena de “Le luci della ribalta”, un
film del 1952, dove il protagonista, un vecchio clown sul viale del
tramonto, perdute le speranze di rilancio, afferma: “la vita è la
più noiosa delle avventure, ha sempre lo stesso perfetto finale”.
Erano le parole di un uomo rassegnato che vedeva solo l’esistenza
allo stato impuro, la carriera e nient’altro ora o dopo. E viveva
nei ricordi dei bei tempi che furono. Ecco, il passato remoto. Nella
lirica “Sentieri”, Maggiore, seguendo la metafora evangelica, fa
annunciare a Gabriele la morte del “fu”, di ciò che è stato e per
forza di cose non può e non potrà essere tale e quale. Un momento
importante che introduce il concetto zen, ossia “meditazione” – caro
all’autore – di vivere coscientemente e con pragmatismo (zazen),
nell’attimo presente, conferendo importanza ad ogni momento della
vita quotidiana. Per sentirci sempre uomini rinnovati, come Eraclito
che, nei suoi frammenti, vedeva ogni giorno il Sole nuovo. Se non
sappiamo cogliere il reale, la vita non può dirsi interamente
vissuta. Un principio di consapevolezza contenuto nella poesia
“L’occhio zen”. Qui, l’atmosfera del mare e la gelida bora sono gli
elementi che vivificano questa calda energia e fortificano il Senso.
Ma, la ricerca – apparentemente paradossale e contraddittoria,
diciamolo – della totale estinzione dei pensieri e dei sensi, il
nirvana, non deve negare la realtà della vita. Ricercare non
significa non vivere e rinunciare, significa collegare ogni cosa
conferendole il giusto peso. In “Sinapsi”, è chiaro l’invito del
poeta a confrontare il relativo con l’assoluto, senza la paura della
via di mezzo, di quel senso di Vuoto, ma collegando i misteriosi
filamenti del mondo visibile con la realtà ultima, metafisica,
dell’invisibile. Mondo e sopramondo s’incontrano dunque in un Punto
focale dove convergono tutte le conoscenze e le esperienze umane. La
vita è relazione, La vita è associazione recitano due versi, e i
fenomeni terreni non vanno dunque disconosciuti ma interpretati
quali parti integranti del Punto stesso. In quest’ottica, la Poesia
stessa è strumento di conoscenza e sapienza e non rappresentazione
da parata di sciropposi versi imbellettati per un pubblico di
nostalgiche signore in età. La parola poetica (nel significato
didattico) è simbolo evocativo e fermo immagine di un attimo
delicato ed irraggiungibile del Sentimento. Come una fotografia,
coglie ciò che non ritornerà più con la medesima intensità, lo
stesso trasporto di quel momento. Non a caso gli stilnovisti, nel
duecento, consideravano la Poesia cortese un mezzo di elevazione
all’Amore/Dio. Eppoi la poesia va vissuta, deve divenire Vita Vera e
travalicare l’esercizio letterario, bello senz’anima. A che serve
coltivare i frutti se poi li lasciamo sopra l’albero? Personalmente
non ho mai capito ( e compreso) se vi sia un frutto che non si possa
cogliere e mangiare. Però sono consapevole del fatto che scrivere la
parola “mela” o dipingere perfettamente la sua immagine col pennello
non significa conoscerne il sapore. Un maestro zen diceva che il
dito che indica la luna non è la luna. E, volendo trovare il meglio
del peggio, ossia il pessimo, potremmo dire che spesso si guarda
solo il dito e non si vede null’altro. Più che guardare bisognerebbe
allora vedere nel senso di sentire. Ma tant’è. Questo discorso è
utile per entrare profondamente nella Sentimentalità – non
sentimentalismo – di Renzo Maggiore. Se ci sforziamo non solo di
leggere ma anche di vedere i suoi versi sofferti, ci accorgiamo
quanto essi coincidano con la sua vita interiore, fino a
confondersi. Le parole, i versi brucianti che fulminano i sensi ed
il cuore fanno intravedere molto del suo animo o del suo ectoplasma
(non so perché, ma sono sicuro che a lui piacerebbe di più
l’evanescenza di questo termine) e ci restituiscono l’idea di un
uomo spesso immerso nel Vuoto (e questo è un dono) che guarda verso
il Pieno. Un ragazzo che si stupisce sempre, un uomo che sa cadere e
rialzarsi, un poeta del verso autentico, un severo ricercatore che
s’interroga su quella Sintesi divina che deve pur essere da qualche
parte. Questo e molto altro ancora per un autore che, umanamente,
non è scevro da tentazioni solipsistiche o autolesionistiche, quale
amaro prezzo da pagare nel percorso. Avanti con il supplizio di
ricerca, dunque. Arrivati a questo punto, indietro non si può
tornare. Il tempo dei sogni forse è finito o, se questa è la realtà,
chissà di quale sogno essa è mai figlia. Ma le stelle sopra il cielo
brillano sempre. E Renzo Maggiore presto riconoscerà la sua…
Giancarlo Bonomo
Colle San Vito, ottobre 2007
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