RE O REGINA di Vera Ambra

 

 

L'autobiografia è un genere letterario che il critico letterario francese Philippe Lejeune ha definito come "il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria esistenza quando mette l'accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della propria personalità".

 

“Re o Regina” rientra appieno nel genere letterario: l’autobiografia consente di ripercorrere la propria esistenza per donarla agli altri, rendendo in inchiostro ciò che è stato vissuto, giorno dopo giorno.

Ci si può chiedere quali ragioni sostengano tale esigenza.

Svelarsi, prima che agli altri a se stessi, comprendersi, esorcizzare i fantasmi, prendere le distanze da ciò che ci ha fatto soffrire, ridare le giuste dimensioni alle cose.

Nello spiraglio che lo scrittore apre sulla propria esistenza trovano riflesso pure gli eventi, i fatti del mondo che si evolve. E così avviene in questo libro, solidamente agganciato allo scorrere degli anni, non autoreferenziale  ma sorretto dagli avvenimenti più ampi intorno.

 

Autobiografia che comunque si lascia leggere come un romanzo, capace di trattenere il lettore tra le sue pagine, di fargli recuperare zone dismesse della memoria. Leggendo, anch’io ho ripescato frammenti sepolti nella sabbia, ho letto di particolari che hanno riannodato fili perduti del mio passato.

Un po’ come mi è accaduto leggendo  “La misteriosa fiamma della regina Loana” di Umberto Eco, in cui però i ricordi non erano i miei, ma quelli dei miei nonni, essendo il romanzo situato più indietro nel tempo.

 

Indagine approfondita della propria personalità dunque, analisi interiore tessuta con sincerità e autenticità, ritmata dal tempo proprio come dal tempo del mondo.

 

Sullo sfondo infatti, ad apertura di capitolo, si analizzano le dinamiche sociali, i mutamenti storici che percorrono i decenni.

Gli avvenimenti della storia recente si dipanano sotto i nostri occhi e segnano tappe, delimitano passaggi cruciali: ogni frammento serve a dare ragione del tempo trascorso, a recuperare e fissare ricordi.

 

Io sono il Vulcano, dice Vera all’inizio, figlia dell’Etna, guerriero silenzioso, precisando poi in chiusura che il guerriero silenzioso è proprio lei, che ha saputo affrontare le intemperie e le avversità della vita, uscendone vincente.

 

“Ero solo uno scarabocchio rosa e già delusi mio padre”.

Il rimpianto di non essere nata maschio, da portarsi dietro come un fardello per l’intera vita, è ciò che parecchie donne conoscono, quasi fosse una colpa da scontare fare parte dell’altra metà del cielo, fardello di cui ci si rende conto solo quando le “differenze” ti vengono sbattute in faccia, ti aggrediscono, sorrette dalle convenzioni, dalle irragionevoli consuetudini, dai costumi a favore dei maschi.

Eppure “fierezza e coraggio e amore per la bellezza” , quasi come i doni della fata presso la culla della Bella Addormentata, Vera riconosce in sé, e durante tutto l’arco della vita apprezzerà forse il lato più forte di sé, quello che le ha impedito di arrendersi e di commiserarsi.

 

Com’è Vera bambina?

Da bambina preferivo starmene in disparte”, dice, raccontando episodi dai quali si evincono l’amore per la natura, il grande spirito di osservazione, l’attenzione per le piccole cose sostenuti da curiosità vergine ed entusiasmo facile, propri dei bambini.

Una bambina che mostra anche una fierezza già adulta, di chi è costretto a crescere precorrendo i tempi: “avevo imparato a non chiedere aiuto”.

Come un salmone, risalendo all’incontrario la corrente dei ricordi, Vera ci consegna il mondo fatato dell’infanzia, in cui le fiabe di Don Carmelo, il vicino di casa, cominciano a costruire un paesaggio fantastico, popolato da re e regine, cavalieri e principesse, un mondo rassicurante in cui rifugiarsi nelle fughe dalla realtà.

Tutto può trasformarsi, può essere migliorato impiegando l’immaginazione.

 

Gli anni si snocciolano davanti ai nostri occhi, si avvicendano, ordinati e compatti fino alla scoperta dell’amore.

 

Il matrimonio è un’altra tappa importante dell’esistenza nel quale però la fissità dei ruoli scardina probabilmente l’equilibrio.

 

Quando finisce un amore? qual è il momento esatto in cui si si stenta a riconoscere la persona che si ha davanti?

Prima l’apatia, poi l’improvvisa passione per la caccia e poi la frase che nessuna donna al mondo vorrebbe sentirsi rivolgere: “di chi é?”. Per ben tre volte l’autrice ripercorre l’episodio, quasi a volerne sottolineare la forza dirompente e distruttiva  nel rapporto di coppia.

 

Era come trovarsi isolati nell’ovatta dove niente può accadere e tutto ciò che succede è solo un brutto sogno. Non era vero, non avevo sentito bene. Quegli occhi mi fissavano curiosi, freddi, lontani”.

 

Il Re improvvisamente si denuda di ogni regalità, spogliato di ogni orpello si mostra come il filtro dell’amore non l’aveva rivelato prima.

 

I figli diventano allora antidoto al veleno, unica ragione per reagire, per rimanere in vita, unico punto fermo. Solo attraverso gli occhi dei figli ci si affaccia ancora sul mondo perduto dell’infanzia.

 

Vera riesce a darci persino una grande lezione di pedagogia: il gioco come palestra di vita, non fuga ma anzi espediente per rendere piacevole la monotonia del quotidiano, con un unico scopo: rendere i propri figli liberi. Assumendo  responsabilità infatti, essi vincono le paure,

 

La casa diventa una triste metafora della vita: “era malmessa e devastata a tal punto che pareva somigliarmi. Però nessuna di noi due era ancora crollata. Eravamo sì danneggiate da tutte le parti, ma ancora solide e tutte e due in piedi”.

 

E ancora:

Io non ero più l’ape portatrice di miele e la nostra casa non era più un nido accogliente. Era un luogo spoglio, uno spazio sporco, un luogo dove tutto era caos e disordine”.

 

L’autrice definisce il proprio stato “anestesia mentale”, si accorge di vivere in terza persona, di continuare con i soliti gesti quotidiani quando la mente è altrove: 

“... sotto i falsi sorrisi e l’apparente serenità, celavamo sottili pugnali pronti sempre a colpire in profondità.

 

Può tornare ad esistere l’amore dopo un grande amore, seppure finito malamente?

È possibile amare ancora, rivestire di regalità, investire di aspettative un altro uomo, con una faccia e un’anima diverse?

Forse non è così semplice:

“L’amore è incontro di anime. L’amore puro è ossigeno puro, e come tale irrespirabile.”

 

In una lettera a un amico l’autrice sottolinea che

“... ognuno di noi ha un compito nella vita: aiutare gli altri

 

Il volontariato  occupa una porzione ampia della vita dell’autrice.  E questo compito Vera racconta di averlo assolto con estrema naturalezza, anche quando le difficoltà economiche avrebbero suggerito un sano egoismo. Il caso di Giovanna diventa emblematico del suo desiderio di aiutare gli altri, in maniera semplice, disinteressata, senza aspettare nessun tornaconto.

Allo stesso modo i bambini dei quartieri a rischio di Catania trovano in lei e nello sport una valida alternativa alla strada; lo sport è allora salvezza e riscatto, attività che consente di evitare le sollecitazioni negative provenienti dall’esterno.

 

Altro grande tema è l’amore per i genitori. Vera ci racconta del difficile rapporto con la madre e della sua morte, della malattia e della morte del padre. Toccante e intenso, sicuramente cammino faticoso e terribile, è il resoconto di come li abbia accompagnati in un altrove mai troppo lontano dal cuore.

 

I circoli culturali, le associazioni, le rassegne e i salotti d’arte,  gli incontri con innumerevoli artisti hanno arricchito la vita di Vera di nuovi stimoli, ma sopratutto hanno arricchito una sonnacchiosa Catania, aperta alle sollecitazioni culturali, ma spesso spenta. Il fermento creativo diffuso da Vera invece si diffonde e accende come magma dell’Etna.

 

La scrittura dunque per recuperare se stessi, per raggiungere il nucleo della propria individualità, la scrittura per ancorarsi al presente, al proprio essere unici, indipendentemente dagli eventi che ci scalfiscono, dalle persone che ci possono ferire.

 

Vera stessa chiarisce

“... l’importanza di far luce sul proprio passato: portarlo alla luce e sdrammatizzarlo in modo tale che non possa più nuocere all’esistenza che è cambiata e che in ogni caso cambierà.

Vera traccia il proprio profilo di donna: donna sola e donna fra la gente; ma soprattutto donna che ha esorcizzato i drammi della sua esistenza attraverso la poesia e la cultura. 

La scrittura ha un potere salvifico, terapeutico, è in grado di esteriorizzare ciò che può diventare dannoso se metabolizzato.

La stessa autrice la definisce medicina, unico modo per ricongiungersi alla parte di sé perduta, unico viatico per il ritorno alla bellezza, quando il cuore è accartocciato come una foglia secca.

E allora le pagine sono cerotti, balsamo, leniscono il dolore, permettono di essere oltre, ma anche di tornare al nucleo profondo di sé.

 

La poesia, in particolare, sublima il dolore, è catarsi e redenzione.

Per usare le parole del Nobel Wislawa Szymborska, la poesia è la salvezza di un corrimano, cui aggrapparsi per aver salva la vita.

 

La poesia -
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

 

E il potere che la scrittura ha su di sé, Vera Ambra trasferisce su chi le sta accanto: il padre, cui suggerisce la stesura dell’autobiografia durante il periodo della malattia; il figlio Giorgio, al quale riesce brillantemente a far compensare una misconosciuta dislessia, in un periodo in cui il quadro clinico era ancora territorio inesplorato.

La scrittura, infine, che gli autori akkuariani negli anni hanno visto trasformarsi in inchiostro e anima, in piccoli figli di carta amorevolmente curati. Perché Vera è anche fondamentalmente essa stessa Akkuaria, un progetto di ampio respiro, che festeggia ora i suoi dieci anni di vita.

Una donna dunque che ha saputo svelarsi e confessarsi, senza paludamenti o infingimenti, con l’autenticità e la lucentezza di un diamante.

Una donna che, rimasta sola, ha scelto di reinventare la propria vita, mettendo al primo posto i figli, la dignità, il decoro.

Nessun piagnisteo da opporre alla rabbia, nessun vittimismo, ma una serena positiva visione del mondo, nonostante i colpi della sorte, nonostante le avversità.

Solo un grande immenso amore  per ogni aspetto dell’esistenza...

Grazie Vera da tutti noi per questa lezione di vita.

 

Gabriella Rossitto

quelle gocce d’acqua…

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