Entrare nel mondo poetico di un autore non è impresa facile in
quanto, sulla scia di Mallarmé, bisogna essere in grado di sentirne
i “sintomi molto inquietanti causati dal solo atto di scrivere”,
sintomi che si avvertono nella loro pregnanza “sviscerando il
verso”, esperienza tipica di ogni poeta; ma “sviscerare il verso”
significa sfiorare l’abisso, eliminare ogni certezza e vivere, come
dice Maurice Blanchot in Lo spazio letterario (1955), nell’intimità
di questa assenza, raggiungere l’essenziale, incontrare l’assenza
degli dei. Ma se la poesia etimologicamente, come dice Fabre d’Olivet,
deriva dal fenicio arcaico Po-esis, presente anche nel segno “Pe”
dei geroglifici egizi e nella lettera alfabetica “Pe” (bocca)
dell’ebraico sacro, e significa pertanto “lingua degli dei”, come
mai “sviscerando il verso” ogni atto poetico porta al rovesciamento
radicale, cioè a vivere l’abisso dell’assenza degli dei? È questo il
destino della poesia moderna a partire da I fiori del male di
Charles Baudelaire, dove essa diventa un’esperienza cognitiva fuori
dal comune nel cercare di raggiungere, attraverso la deformazione
continua delle immagini fornite dalla percezione, l’essenza delle
cose, cioè il silenzio che si manifesta nell’incessante gioco delle
metafore e che va sempre oltre il significato delle metafore stesse.
Nell’esprimere quasi misticamente l’esperienza assoluta del
silenzio, la poesia moderna si libera, infatti, dalla “rima” e dal
“ritmo” esterno della parola che derivano dal sanscrito rita,
termine che indica l’ordine cosmico, non a caso infranto dalla
modernità; e la poesia contemporanea è un continuo e disperato
tentativo di recuperare questo ancestrale “ordine cosmico”, e nello
stesso tempo “sviscerando il verso” è espressione tragica del
fallimento di questi tentativi. Hölderlin da una parte e Baudelaire
dall’altra sono l’emblema di queste esperienze “tragiche” e nello
stesso tempo foriere di nuovi orizzonti che in vari modi Rimbaud,
Mallarmé, Rilke, Mandel’stam, Blok, l’ermetismo italiano hanno
attraversato e hanno lasciato in eredità col costruire delle “rime”
e dei “ritmi” interni; per comprendere lo “spazio poetico-letterario”
specifi-co di ogni autore è doveroso cogliere questi “ritmi”,
“sintomi” interni a volte non facilmente percepibili, ma fondanti
l’esperienza del mallarmeano gesto dello “sviscerando il verso”.
E Parlerò all’aria e comprenderò il suo silenzio, opera prima
dell’esordiente Pasquale Di Fronzo, sin dalle prime pagine, si
rivela un viaggio senza esitazione nel cercare di costruire una
“rima interna”, nel tentativo di impossessarsi con la parola ridotta
all’essenziale di uno dei quattro elementi costituenti la materia;
come ci hanno insegnato i classici greci la terra, l’acqua, il fuoco
e l’aria sono, infatti, autentici conduttori del logos poetico e,
come dice Gaston Bachelard che non a caso ha dedicato a questi
elementi quattro studi specifici (L’Air et les songes, soprattutto),
sono la fonte primaria della rêverie non in funzione di una loro
definizione oggettiva ma in quanto produttori di immagini. L’aria
non è l’aria reale ma l’aria rêvée nella sua essenza, come punto di
partenza di un’immaginazione poetica, l’aria come microcosmo dove si
materializzano “sogni”, “suoni”, “desideri”, “speranze”, “tensioni”,
“mormorii” (vedi appunto la poesia iniziale “Parlerò all’aria”);
com’è noto, sull’aria e gli altri elementi si sono sviluppate
diverse rêveries cosmologiche (si pensi a Calvino e a Queneau, oltre
ai classici naturalmente con in primis Dante), a cui ogni autore ha
dato una diversa connotazione e ha prestato la sua specifica voce
unica e ineffabile.
Di Fronzo, nel dare a questa silloge il significativo titolo Parlerò
all’aria e comprenderò il suo silenzio, rinnova con alcune immagini
materiali gli archetipi incoscienti del-l’esperienza dell’aria e
permette al lettore di condividere in maniera istantanea questo
percorso di “comprensione del silenzio” dell’aria, che altro non è
che un processo di auto comprensione dell’“origine”, degli “abissi”,
dell’“ispirazione”, come ben espresso nelle prime poesie. Attraverso
la scomposizione operata dalle immagini dei flussi dell’aria e
l’immersione quasi corporea nelle sue dimensioni materiali, lo
“svisceramento del verso” operato da Di Fronzo guida il lettore ad
incontrare altre dimensioni, quasi a ribaltare il senso ordinario
delle cose, a costituire un mondo necessario e vitale per l’anima
umana; quel “comprenderò il suo silenzio”, espresso in prima
persona, spezza in maniera provocatoria e cosciente l’ordine
cosmico, il ritmo esterno delle cose accettato passivamente, per una
diversa e più umile riappropriazione del senso ultimo del reale,
contro gli “idealismi”: «con quale agio sopraffine si portano i
pensieri a ingessare gli eventi! (...) Idealizzi evenienze del tuo
divenire».
Nello stesso tempo l’io irrompe con tutto il suo vigore teso a
travolgere il senso delle cose, ma non è l’io titanico e nello
stesso tempo anarchico della poetica romantica, oppure l’io “potente
nella sua assenza” di quella ermetica, né l’io “vagante, disperso
eppur presente” delle avanguardie sperimentaliste (Gruppo 63,
Sollers di Tel Quel); sembra in un certo qual modo l’io aperto di
Calvino, cosciente dei processi di spersonaliz-zazione prodotti
dalla poesia moderna a partire da Baudelaire, teso ad andare contro
tutte le apparenze, a forzare il reale per farne emergere dimensioni
nascoste ma più vere, come ben esprime Di Fronzo nella breve ma
intensa poesia dal significativo titolo “Antipositivismo”: «Il mio è
come voler appiccare il fuoco in un mondo ricolmo d’acqua…». Contro
tutte le leggi della materia e le false apparenze, l’atto poetico
presta la sua voce alla “lingua degli dei” in grado di risuscitare
con la sua linfa i morti, come Orfeo, ma “sviscerando il verso”
perde Euridice sino a specchiarsi in dei “Laghi senz’acqua” per
pesarne il fondo, altra significativa poesia di Di Fronzo che a
volte sembra dar voce alle ragioni dei fatti naturali colti nella
loro immediatezza: «Urlano in me, ora inquieti ora mansueti, vuoti e
pieni, crepacci ed oceani».
Questo “sintomo”, il dar voce al fluire dei fatti naturali, scardina
la logica apparente e materiale dell’ordine cosmico, scandisce i
“ritmi interni” di molte poesie presenti in questa silloge di Di
Fronzo che nel suo “antipositivismo”, immagine letteraria per
sondare le segrete retrovie dell’impossibile, si fa “viandante” su
“muti terreni” e “fra diluvi immensi” per cercare di cogliere «le
lacrime di un salice fra le gocce fitte di una pioggia recente!».
Attraverso le immagini materiali (alberi, foglie, steccati, brezza,
diluvi, ecc.), la dispersione e il decentramento operati dal verso
portano alla “dannata percezione dell’Eterno”, a far sentire l’io
nudo e solo come una «vibrante foglia che tremi nelle pieghe
dell’Infinito». Non a caso “la foglia”, anzi “le foglie” per il loro
esser “compagne di evasioni eterne”, “vibranti d’aria, insofferenti
di luoghi” sono le protagoniste di alcune poesie di Di Fronzo che
grazie ad esse si sente ancora una volta “Viandante” e che, come
ogni poeta contemporaneo, una volta spogliatosi dal movimento delle
emozioni fugge da esse e dalla propria personalità, nel senso
indicatoci da Eliot: la leggerezza delle foglie, il loro essere in
balia del vento, la loro non località allontanano le emozioni, gli
“idealismi”, e permettono un modo particolare di afferrare le cose,
di cogliere l’istante, di scoprire la vita inesauribile e nello
stesso tempo inafferrabile.
Così tramonti, notturni, pioggia, luna, abissi marosi si tramutano
nella poesia di Di Fronzo in strumenti metaforici per comprendere la
voce del silenzio e per ascoltare il palpitare dell’Infinito
attraverso le “lacrime” che fanno sgorgare; per questo motivo anche
il lettore si sente coinvolto nel cercare una propria strada, perché
viene invitato ad ascoltare “come coda d’Infinito” ed a vedere nella
propria anima questa “arcana e lontana” presenza.
Questo è il motivo per cui il verso di Di Fronzo è fluido, leggero,
non dà la sensazione di una costruzione artificiale e pur essendo
molto intenso evoca una spiritualità, una religio-sità, una
musicalità facilmente comunicabili e nello stesso tempo non
consolabili. Il non classico gesto dello “sviscerare il verso” non
permette più al lettore di riposare e sognare, di comunicare con la
“lingua degli dei”, di lasciarsi catturare dagli archetipi
ancestrali, ma di entrare in un mondo privo delle grandi cattedrali
metafisiche del passato, più libero e vero, più difficile e aperto.
Tuttavia la struttura lineare del verso di Di Fronzo non deve trarre
in inganno il lettore; essa infatti rifugge da ogni preziosismo in
quanto alberga su alcune profondità dell’animo umano e le trasforma
in “foglie”, quasi soffi afoni, facendo percepire le pieghe
dell’Infinito e trasformando la solitudine di questo atto in bisogno
di conoscenza da comuni-care agli altri. Se il verso a volte sembra
barcollare sotto il peso di questa fatica, nello stesso tempo funge
da stimolo per andare con le metafore oltre le metafore stesse,
avendo spezzato gli argini dei confini; non a caso l’ultima poesia
della silloge, significativamente intitolata “Epitaffio”, esprime
nella sua estrema essenzialità questa possibilità, forse l’unica
possibilità come nel biblico Giobbe “contra spem in spem credidit”:
«Il confine naturale s’è spezzato, ed il mare in tormenta non più
rientrerà entro gli argini imposti. La mera percezione è divenuta
piena conoscenza».
Mario Castellana
Docente di Epistemologia
presso l’Università del Salento
|