I SEGNI DEL TEMPO

Collana di Saggistica 

diretta da Sonia Pozzoni

 

 

PAOLO GRASSO

ANTONIN ARTAUD

Il genio della follia

 

Le testimonianze più sconvolgenti su Antonin Artuaud: gli scritti, i suoi atteggiamenti, le sue iniziazioni, la sua vita… 

Uomo di Teatro, Cinema e Letteratura che si abbandona nella totale teorizzazione del Teatro della Crudeltà, spinto da suggestioni e inquietudini esasperate al limite dell’umano e del fisico, un opera

questa che ci racconta, in un quadro cronologico ben dettagliato nonché approfondito, la sofferenza e le privazioni che più lo renderanno insofferente con il mondo intero. 

Le violenze subite e le manifestazioni essenziali per combatterle, un viaggio psicologico

e soprattutto psichiatrico di uomo angosciato dai suoi

fantasmi e intossicato dalle droghe. 

Una serie di scritti e testimonianze queste che ci condurranno in un viaggio introspettivo attraverso la scrittura, unico strumento di Artaud per riuscire a riconquistare il diritto di appartenere al suo mondo e al suo essere.

 

 


ISBN 88-89418-54-0

Euro 12,00

Paolo Grasso
È nato a Roma nel 1981. Nel 2000 intraprende gli studi accademici presso l’Accademia di Belle Arti e si diploma con il massimo dei voti in Scenografia. Interessato al mondo dello spettacolo acquisisce esperienze nel settore teatrale e televisivo.

Con uno Studio fotografico collabora alla realizzazione

di un cortometraggio e partecipa con l’Accademia alla trasmissione televisiva "Scommettiamo che…" per una performance scenografica.

 

 

stralcio tratto dall'opera


Spesso si ha l'impressione che solo un grande poeta possa parlare efficacemente di un altrettanto grande poeta. È qualcosa che riguarda la precisione dell'intuizione, la gradazione della parola, la virtù di degenerarla e di rifissarla in un luogo sconosciuto al più schietto processo analitico. 
È cogliere nell'ombra della scrittura il volto segreto del poeta, il suo sorriso o la sua smorfia. È la percezione del suo corpo.
Ma vorrei semplicemente chiarire il fatto che Antonin Artaud, forse più di altri, impone a chi si avvicina alla sua opera una sensibilità fisica della sua parola. Non solo perché essa ha come oggetto primario la riformulazione di un assetto corporeo dell'uomo, ma soprattutto perché sembra non possa mai fare a meno di richiamare o evocare la presenza del poeta, il suo volto acceso e importante.
Ed è questa attrazione con le sue determinate tecniche teatrali e i vari meccanismi e personaggi che ne fanno parte che mi ha incuriosito particolarmente e che riporto, come visto, in questo mio lavoro.
La pratica teatrale ora assume decisamente valore assai diverso da quello che potevo minimamente intuire e percepire solo quattro anni fa, quando feci il primo esame di storia dello spettacolo.
In particolar modo mi ha entusiasmato l'idea quanto la complicità, la convivenza, di un certo binomio sempre un po' sottolineato dal caro professore Michele Mancini emerso un po' da tutte le sue lezioni quanto dai libri di testo che consigliava, binomio credo fondamentale e indispensabile per chi è parte di questo mondo così colorito quanto entusiasmante del teatro, binomio che per l'appunto concilia il teatro con la psicologia.
Ed era stato fino a quel momento, per me, qualcosa di sconosciuto e forse, anche, di impensabile direi.
Avevo sentito parlare, è vero, di visioni, di trance o di presagi teatrali ma sempre in modo piuttosto vago e, d'altronde, non me ne ero mai particolarmente interessato. Inoltre, se non avessi frequentato questo corso e quello altresì indispensabile e importante di scenografia (senza minimizzare gli altri) credo che non avrei mai approfondito questo mio neo-interesse riguardo al teatro e non avrei recepito con tanta acutezza la gravità di tale importanza e la bellezza della pratica teatrale posta anche in termini così profondi e a volte anche disarmanti. 
Rimasi molto colpito da quelle performance, da quei riti, da quelle forze, da quegli atteggiamenti…
Rimasi colpito da quel personaggio: Antonin Artaud.
Letto qualcosa per gli esami mi feci prendere con particolare interesse, volevo sapere, conoscere, approfondire.
Ed ecco che alla fine, più che soddisfatto, posso mostrare il mio lavoro, il mio studio. Con questa tesi appunto, oltre ad affrontare la tematica principale della vita di Artaud, sono andato a scavare e a indagare su ciò che si celava dentro il suo corpo, il suo spirito e tutto quel ch'era dentro lui: i suoi pensieri, i suoi deliri, i suoi infiniti scritti, i disegni, i souffles…
Come non poteva interessarmi!!!...
La sua vita è stata una continua lotta verso il mondo intero, così proprio come lui pensava e ne era così convinto. Complotto quasi mondiale contro la sua persona, sì, perché nessuno quanto lui riusciva ad entrare in quella dimensione cosi forte, così inconscia, così nascosta del suo io. Riusciva ad analizzarsi e sapeva vedere, immaginare, sognare e andare oltre, così oltre che non poteva non esser considerato matto, pazzo da esser rinchiuso più della metà dei suoi anni in manicomi vari.
È lì che è riuscito a dare il mio meglio di sé, proprio lì; con le infinite corrispondenze e con la mole indefinita degli scritti, quali i cahiers dell'ultimo periodo, Artaud è riuscito a dimostrare la vera essenza del teatro e dell'animo giusto, dell'ideale e del fine così indispensabili da raggiungere. Era sempre una performance per lui, sempre uno spettacolo, sempre una messinscena, sempre e comunque, la vita.
Ed ecco cosa voleva dimostrare: la vita, la crudeltà che s'impone su ognuno di noi, la mera realtà è il vero teatro. 
Concetto facile magari a parole, con queste poi… ma con i suoi modi di fare, con il suo humour così pesante quanto pronto, forte, reattivo, incisivo, provocatorio. Artaud, cosa voleva veramente, ed è riuscito nel suo intento? 
Credo oramai di sì, ma solo ora, ora che del corpo non sa che farsene, se ne è liberato definitivamente e il suo spirito, il suo animo è libero di muoversi, agire e reagire senza vincoli di movimenti, psicologici, fisiologici, senza limiti. 
Magari solo con la morte, davvero, il suo scopo poteva esser raggiunto. Arrivare dunque a questa liberazione assoluta, a questa essenza temporale-spaziale. 
In nessuno mai ho visto questa forza, questo spirito. Questo coraggio da mettersi contro tutti e lottare senza tregua; lui, così diverso ma così vicino ad ognuno di noi. Sapeva amare, sapeva scrivere, disegnare, e chissà quante altre doti aveva. Una vitalità impressionante che lo ha caratterizzato nel corso di tutta la sua vita-rappresentazione. Anche se all'apparenza poi non c'era più quell'autocontrollo né quella sicurezza, lui era invece così determinato in ogni sua azione, gesto, parola, sapeva benissimo cosa fare e cosa poteva comportare ogni suo movimento. Ne era padrone, e così del suo corpo, della sua vita.
Questo e tanto altro ancora mi portò a comprendere quanto grande sia la forza dell'esperienza teatrale: un'esperienza che coinvolge l'individuo nella sua totalità e lo porta ad agire come corpo-mente, in un addestramento continuo all'azione, sia organica che non. 
Capii di una tipologia comunicativa che è soprattutto simbolica e analogica e perciò accessibile a tutti, anche e soprattutto a chi sembra "diverso" da noi.
Anche se "diverso" è un termine così astratto e infinito da esser usato specialmente nel caso Artuad.
Partendo però da un'analisi psico-sociale della comunicazione intrapresa da Artaud e da uno studio della vita sociale in prospettiva drammaturgica, emerge una forte correlazione tra società e teatro e certo "diverso" magari a quei tempi non era così esagerato, in special modo per tutti i dottori che hanno tenuto in cura lo sfortunato.
Nonostante però le difficoltà sociali Artaud non mollava e teatralizzava dappertutto: in teatro, in conferenza, all'università, al lavoro, in strada, in giro per il mondo, la notte, il giorno e ovunque si trovasse, anche e soprattutto in manicomio.
Infatti: non è forse la società, onnicomprensiva che sia, una sorta di grande palcoscenico sul quale viene messa in scena, ogni giorno, la vita quotidiana dei singoli individui?
E ancora: non è attraverso l'uso di simboli condivisi che, fin dall'antichità, l'umanità intera si relaziona con l'altro?
Certamente. E questa credo sia una risposta di genere collettivo. 
Ma nella collettività bisogna saper emergere, distinguersi e così Artaud si differenziava, essendo peraltro se stesso sempre.
Un genio della follia, dell'arte a 360° quindi che nella sua quotidianità creava e faceva rappresentazione.
Nulla valeva se non acquistava il peso della presenza fisica, della consistenza di un corpo, di una materialità che peraltro tendeva ad abolirsi continuamente.
Per Artaud la parola ricade all'interno di un arco fisico. 
È teatro come spostamento, slogamento, lacerazione di elementi corporei, è scena del corporeo, è un fatto di crudeltà proprio nel senso che esso si tinge di sangue: ogni espressione, come tale, è sanguinolenta, secondo una modalità da chirurgia o addirittura da macelleria. 
Una rappresentazione sempre pronta ma sempre cosi vera, una comunicazione teatrale nella sua molteplice forma, natura, estetica dove solo Artaud è potuto approdare a un'esperienza che sintetizza e ingloba in sé tutti gli elementi del percorso fin qui tracciato. Un'esperienza che, avvalendosi della comunicazione simbolico-evocativa del teatro, mira a esplorare, interpretare e al contempo comunicare che la "malattia mentale" di Artaud magari era necessaria per gli odierni, interpretativi e non, sviluppi teatrali.
Al termine di questa indagine emerge così un quadro complesso ove Artuad, con i suoi molteplici contributi, non può non confrontarsi con l'antropologia, la psicologia, la filosofia e le scienze della comunicazione, solo per citare alcuni campi di competenza della speculazione teorica in atto.
Uno degli obiettivi posti da questa tesi è quello di dare maggiore visibilità ad una realtà spesso sottovalutata e strumentalizzata come quella del teatro, sì, ma sotto molteplici punti di vista, quali possono essere l'humour, il gioco, la psiche, nei suoi profondi e infiniti limiti-non limiti.
Insieme a ciò, si è tentato di sottolineare più volte la dimensione della gratuità, caratterizzante sia la sfera psicofisica sia il mondo teatrale.
Queste attività, questo binomio, al quale alludevo in precedenza, credo possa in qualche modo risvegliare, alimentare una cultura del teatro, che promuova l'incontro con l'altro, in tutte le sue molteplici sfaccettature, soprattutto con il "diverso", non solo per far fronte all'assetto ormai multietnico delle nostre società, ma per imparare a confrontarsi con il disagio, che non sempre vuol dire "matto", "pazzo", "malato" e che si può celare sotto chissà quali altri pseudonimi ancora.


P.S.:

Artaud non può costituire alcun riferimento, come nessun altro che abbia la sua collocazione (E non credo ce ne siano molti).
Non lo si degradi attribuendogli capacità di magistero. 
Lo si lasci in disparte, più crudele di ogni suo progetto e opera. 
A noi non resterebbe che continuare, ma in silenzio.

 

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