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Marco Marino
Un gioco perfetto per i giorni di pioggia

 

Tempo fa ho letto in un libro che le persone davvero sole sanno sempre cosa fare, nei giorni di pioggia.
Non so se significhi qualcosa, ma i temporali mi hanno sempre messo di buonumore. Ricordo che, da bambino, i pomeriggi d’inverno erano un vero spasso: nella mia stanza mi divertivo a inventare battaglie coi mostri di plastica made in Hong Kong o a fantasticare su altre strane avventure. Niente Internet o PSP, naturalmente: il massimo erano lo “scacciapensieri” (una specie di Nintendo DS con una grafica da ridere) e il vecchio Commodore 64, coi giochi che si caricavano in un mangianastri (ma dovevi andare a casa di un amico che lo aveva).
Uno dei giochi in solitudine che amavo fare quando pioveva era nascondere alcuni oggetti da qualche parte, per poi dimenticarmene. Oggetti di poca importanza: un soldatino di plastica che avevo trovato per strada, una tigre di gomma scolorita, un Big Jim senza una gamba. Cose così. Li infilavo ovunque: nella soffitta, sotto al letto, dietro ai vasi di fiori sui terrazzi, nell’armadio di mamma che profu-mava di lavanda.
Quando, dopo un bel po’ di tempo, salivo in soffitta per prendere qualcosa che serviva a papà, oppure infilavo la testa sotto al letto per recuperare la pallina di gomma con cui stavo giocando, ecco che spuntava fuori uno di quegli oggetti che avevo nascosto mesi prima.
Era questo, il bello: riscoprirli all’improvviso. Il solo fatto di averli ritrovati in quel modo, inaspettatamente, faceva acquistare a quei giocattoli un valore nuovo. Era come trovare un tesoro.
Ho nascosto le poesie di questo libro un bel po’ di tempo fa. Quindici anni, all’incirca. Non ricordo se l’ho fatto in un giorno di pioggia, probabilmente no. Ma l’ho fatto senza volere: non avevo intenzione di dimenticarmene per poi ritrovarle chissà quando. L’ho lasciate da qualche parte e basta. Inoltre, a differenza del gioco che amavo da bambino, non le ho riscoperte da solo, ma grazie all’aiuto di un’amica. Il che significa che anche i giochi che non prevedono compagni possono essere giocati in due.
Non so dove Vera abbia tenuto queste poesie, in tutti questi anni. Ma le ha conservate davvero bene. Mi piace credere che le abbia lasciate lì dove le avevo lasciate io, nel vecchio pc su cui le ho scritte quando sono stato a casa sua la prima volta, nel dicembre del 1995. O in uno dei tanti floppy (le pen drive non c’erano) che all’epoca abbiamo ingolfato di racconti, versi sparsi, frammenti senza forma…
Quello che so è che adesso, grazie a Vera, queste lontane poesie sono qui davanti a me, come tanti vecchi giocattoli che hanno improvvisamente assunto valore e luce nuovi. Ovviamente, trattandosi di poesie, insieme a loro ho ritrovato il ventenne che ero quando le ho scritte. E ho ritrovato i luoghi, reali e mentali, che tanto ho amato e che per un certo periodo della mia vita hanno rappresentato un vero e proprio rifugio.
Deserti, onde spumeggianti, balene e isole all’orizzonte, castelli abbandonati, prigioni di pietra, paesaggi grondanti pioggia, boschi sepolti nella foschia...
Salvo la correzione di qualche refuso o la sistemazione di un verso incompiuto, sono proprio le poesie di allora, in tutta la loro violenta ingenuità. Nel mondo esterno il tempo è passato, mentre loro sono rimaste quelle che erano, come un insetto preistorico conservato nell’ambra.
L’organizzazione in quattro sezioni la devo a Vera. A differenza delle prime tre, che contengono poesie scritte nel 1995, la quarta sezione raccoglie degli haiku composti poco dopo, durante un viaggio in Cornovaglia.
Non credo che una lettura veloce tradirebbe lo spirito della raccolta, ma certamente l’ideale sarebbe gustarsela lentamente, saltellando qua e là, sbocconcellando versi a seconda dell’umore di chi legge.
Se possibile, sarebbe bello aprire il libro a caso, richiuderlo e dimenticarlo lì, da qualche parte per un po’.
Per riscoprirlo più tardi, magari senza farlo apposta.
Magari in un giorno di pioggia.
 
Roma, settembre 2010 

 

Marco Marino
 

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