In passato mi era capitato di analizzare le mie scelte, i miei
errori. Analizzati, ma non affrontati con la giusta determinazione.
Riflettere sulle cose solo dopo che fossero accadute è sempre stato
il mio più grosso limite. Lungimiranza zero e troppi patemi d’animo
per risolvere situazioni spesso compromesse per essere risolte;
questa è più o meno la sintesi della mia vita… L’errore più
increscioso è stato quello che mi ha portato a vivere un periodo in
prigione. Di questa situazione posso soltanto dire (e mi va di dire)
che mi sono trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con
le persone sbagliate. Tutto il resto è stata una conseguenza
dell’errore iniziale.
Non riesco ancora a rendermi conto come sia riuscito a superare quel
periodo senza impazzire del tutto. Se non fosse stato per la mia
famiglia e per Dio, che ha avuto pietà di me, non so come avrei
fatto. Ero diventato l’ombra di me stesso. La gente mi guardava e si
accorgeva del mio cambiamento esteriore con una certa facilità,
poiché perdevo peso a vista d’occhio, ma non avrebbe mai sospettato
che vulcano di emozioni esistesse dentro di me.
Stavo impazzendo!
Una notte mi sono svegliato da una situazione di sonnambulismo e il
caso ha voluto che aprissi gli occhi. Avendo lo specchio di fronte
non ho visto il mio volto, bensì quello che avrei potuto avere dopo
il mio decesso. Forse non sarà biologicamente corretto da asserire,
ma era come se io fossi morto nonostante le facoltà fisiche e
psichiche fossero attive.
Di quel periodo angoscioso potrei raccontare mille aneddoti (la
cifra non è un’iperbole) ma non farei altro che tediarvi e tediare
me stesso con quei tristi ricordi. Quindi vi narrerò soltanto quello
che indirettamente ha fatto sì che la mia vita mutasse in positivo.
Mia sorella conobbe una persona dotata di grande ipersensibilità
sensoriale. Costei, non conoscendo quasi nulla di lei e non sapendo
assolutamente niente della composizione del suo nucleo familiare, le
disse che stava vivendo un momento di forte stress, anche a causa
delle mie sventure. Asserì che conosceva il rimedio per aiutare sia
mia sorella che me, poiché in una visione, Sant’Agostino le aveva
detto di riferirmi di continuare a scrivere. Non vi dico lo stupore
di mia sorella. Non sapeva se credere o no a quella gentilissima
donna che (gratuitamente) le aveva dato quel suggerimento. Non
sapeva neppure che io avevo cominciato a mettere su carta le mie
sensazioni, trovandone un grande giovamento.
Tutto era cominciato in un afoso pomeriggio di luglio nel carcere di
Monza. Ero sdraiato sulla branda e persino il materasso di spugna
era umido di sudore ed emanava puzzo e calore. Sulla parete di
fronte c’era una stampa che ritraeva un mare in tempesta. Sarà stata
la rifrazione termica o chissà cosa, ma le onde mi sembravano che
incominciassero a muoversi e seguissero il vento; e soltanto la
follia poté farmi credere di sentire il profumo del mare nell’umida
terra di Brianza. Ebbi una visione così reale che mi alzai e andai a
toccare il vecchio e sbiadito disegno. Ma era solo carta. E tutto
quello che avevo visto, che avevo provato: le onde che si muovevano
e il profumo di salsedine, era avvenuto nella mia testa.
Pensai fosse ingiusto dimenticare quella intensa esperienza; e
provai dispiacere al pensiero che un giorno non avessi più
ricordato. Decisi dunque di scrivere qualcosa, ma non sapevo da dove
cominciare. Ad un tratto guardai verso le sbarre di ferro della
finestra e immaginai di potermi frammentare in tanti piccolissimi
pezzi per poter volare via e seguire il leggero vento. Fu così che
appoggiai la penna sul foglio e scrissi: Figli del vento.
Fu la mia salvezza! Nonostante non sia un letterato e non sarò mai
un grande scrittore, incominciai a scrivere in modo febbrile.
Più, scrivendo, affrontavo le sensazioni che mi affliggevano e più
riuscivo a combatterle e a considerarle un’enorme energia da
convogliare e trasformare in forza vitale.
Tutto il resto fu una lunga attesa prima di ritornare a vivere la
mia vita. In tutto ciò ho perso cose e persone che non avrò più, per
questo mi rimane una grande amarezza e una delusione che
difficilmente riuscirò a superare.
Klem D’Avino
In copertina opera di Salvatore
Boccia
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