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In copertina opera di Lele Vianello

E CI TENGO MOLTO

Prefazione di
Andrea G. Pinketts
 



Io ritengo (e ci tengo molto) che la scrittura sia una sorta di malattia venerea. Un ritorno di “Ringo”, il biscotto non Giuliano Gemma, inzuppato nel cappuccino dolce e acido del risvegliarsi.
Qualcosa di pronto subito come il pene allupato di un adolescente che ha qualcosa da dire e da dare. Ma, attenzione, se il libro è un adulto scopa alla grande, anche contro voglia, se il racconto si masturba, nutre e nitrisce dell’immaginazione, una malattia venerea, io ritengo (e ci tengo molto) che il ritorno di Ringo sia, in questo caso, l’antidoto a un virus. A una malattia.
Se la sifilide, come la cultura, lascia le sue tracce, Ilaria Ferramosca è una scienziata. Una scienziata ammalata, in via di guarigione. Guarigione straordinaria, quasi miracolistica, da un quotidiano incombente. Il delirio è un’affezione e un’infezione a portata di mano.
Ma qui si parla di infestazioni. Di ossessioni compulsive come il lavarsi le mani, e metaforiche come il lavarsene le mani. Di ciccioni logorroici, di stereotipi del noir rivisitati loro malgrado, di virus nel computer che diventano virus che smettono di appartenere al computer e si trasferiscono direttamente al destinatario.
Ilaria è abile e profondamente, profumatamente venerea. Come una Venere di Milo (munita di arti superiori) domina e custodisce il dono di sapere raccontare l’eccesso e il consequenziale cesso, tra Moravia (poco) e Buzzati (molto), e un po’ anche di me che ho appena letto il suo libro.
Quando leggerete i terribili, intriganti, coraggiosi racconti di Ilaria preparatevi al peggio che è quello che uno scrittore onesto vi può dare.
Del resto, come scriveva Hawthorne nella “Lettera scarlatta”, cito a memoria: “Dove ci sono un cuore e un intelletto le malattie del corpo che li ospita rappresentano la loro peculiarita”. E ci tengo molto.
 

 

 


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Edizione 2008 © Associazione Akkuaria 
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