Ida Giulia La Rosa

 

 

 

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Storii Sutta la Luna

Davanti al dramma dell'esistenza

Alfio Patti

 

Se "lavorare stanca", come sosteneva Cesare Pavese, per Giulia La Rosa "lavorare tonifica". Non me ne voglia il noto poeta piemontese se mi" servo" del suo mondo per avvicinarmi a quello di Ida Giulia. Davanti al dramma dell'esistenza siamo tutti uguali. Soffriamo in egual misura. "Storii sutta la luna" è in realtà un diario intimo dove la poetessa si è voluta cimentare, per raccontare tutta la sua vita, o quasi.

La poesia non ha denunciato tutto, o meglio, non lo ha fatto con la chiarezza che i racconti riescono a dare. La nostra autrice non ha smesso di considerare i propri stati d'animo e mentre la poesia, da un lato, le ha permesso di controllarsi, di dominarsi, dall'altro non le ha dato la possibilità di raccontare e denunciare con molta chiarezza.

La metafora di cui è intrisa la sua poesia ha spesso mitigato il suo vero dramma. I racconti-verità, ora, le faranno giustizia. Mentre nella poesia, molta della vita descritta le è passata davanti, senza che Giulia potesse viverla, conoscerla, qui Ella racconta la vita che le è passata dentro lo spirito e dentro il corpo.

Ecco, ora invertirei il mondo pavesiano che, scusandomi già col poeta, ho preso in prestito. Lo invertirei dicendo che nei racconti di Giulia non c'è lo spettacolo della vita, come nelle sue poesie, ma la vita stessa, quella che è incisa sulle sue carni, sia in senso metaforico che in senso reale.

Quelle incisioni, tracce di due suicidi andati male, di quel "mal di vivere" che Giulia ha incontrato spesso, sono state la spinta per "buttarsi a capofitto e sopportare la pena", come diceva Pavese. Già, è meglio soffrire per aver osato che indietreggiare.

Ecco perché il "lavoro tonifica", perché Giulia si è buttata a capofitto nel lavoro letterario, alla ricerca di una sua forma e di una sua lingua. Una vita, quella di La Rosa, basata sulla diffidenza e sulla riluttanza verso una società malvagia, incapace di amare, dedita al proprio tornaconto.

"Nessuno si abbandona in te - diceva Pavese - se non trova il suo tornaconto". E mentre il poeta de "Il mestiere di vivere" riteneva vana ed inutile la sofferenza, e infine si uccise, senza mai aver combattuto, Giulia, sfiorando il baratro ha fatto tesoro della sua sofferenza aggrappandosi alla poesia: ed è risorta.

Si è tonificata con la poesia, vi si è fusa, trovandovi il salasso necessario per guarire dalla sua pena. Si è accorta, che gli altri, sin da bambina, le avevano chiesto cose in cambio di altre, in base al "loro tornaconto".

E come poteva costruirsi e costruire una società diversa, migliore? Facendo politica? Fregando il prossimo e scaricare la propria coscienza dicendo "quello che hanno fatto a me ora lo faccio agli altri"?

È stata invasa dall'ira e non ha visto più. È diventata vittima di uno dei vizi capitali (ma lei se ne infischiava sapendo di quali vizi erano vittime gli altri), di quel vizio che è l'opposto del perdono. Col perdono, la bontà illumina le cose, chiarisce i fatti e il passato scompare.

E la giustizia? "La giustizia non c'entra – dice Francesco Alberoni – la giustizia è un alibi. È il grande ombrello sotto cui razionalizziamo le nostre passioni aggressive, sotto cui ci sentiamo nobili e civili.

"Fai beni e scordalu, fai mali e pensaci".

Chiedo scusa ai lettori se son partito accostandomi, con gli esempi, al poeta Cesare Pavese. L'ho fatto per creare un'atmosfera e per sottolineare la differenza che c'è, sotto il profilo del temperamento tra un piemontese e una siciliana.

Cercherò allora, un altro accostamento, più consono, per clima e temperamento, a Giulia. "Un destino atroce – dice Pirandello – è quello che ci condanna alla catastrofe se ci ribelliamo e ci spinge a vivere nell'illusione se ci sottomettiamo".

Ecco, la poetica di Giulia parte dalla ribellione, dopo aver capito che tacere è cosa inutile e che la vita vale la pena di essere vissuta, combattendo; quella ribellione che tutti hanno cercato di soffocarle, spingendola a vedere una realtà virtuale, illusoria, non vera. Sono tante le battaglie che la Nostra ha sostenuto, battaglie contro una società ipocrita e borghese e battaglie contro sé stessa.

E certamente la ribellione l'ha condotta alla "catastrofe". Ha dovuto affrontare, come tante altre donne, le molteplici difficoltà della vita da sola, sin da piccola, quando nessuno le dava ascolto. Il fatto che gli altri le imponessero di accettare una "tesi" della vita che non era vera, ma falsa, l'ha condotta a sofferenze interiori che le hanno fatto premeditare una sua "rivoluzione". Giulia cominciò a porsi il problema di come farla, di quali mezzi usare, a quale mondo rivolgersi. Ed ecco che viene illuminata da Erato.

Incontra sulla sua strada la poesia e la ritiene lo strumento adatto per la sua rivoluzione-riscatto-giustizia. Ritrovarsi e identificarsi, ricomporsi e riproporsi è stato un lungo lavoro, travagliato, che Giulia ha fatto. Come raccontarsi, allora, una volta ritrovata?

Era necessario che Giulia vincesse la propria angoscia, cioè riuscisse a vincere quella "resistenza" che le impediva di "cantare" il suo mondo interiore. Vi sono diverse poetesse che non vogliono scavare dentro di loro per il semplice fatto che hanno paura di scoprirvi qualcosa che è diverso di quello che si aspettano di trovare. Giulia no. Giulia dà ascolto alle "voci dentro" ed esterna il suo dramma, con la poesia e la narrativa che certamente lo raffinano.

Immaginiamo, allora, di trovarci in un cortile antico, non importa se di paese o di città. Per comodità diremo che si tratta di cortile di città. Immaginiamo di trovarci a circolo, seduti fuori.

In una sera di giugno, sotto il chiarore della luna piena. Solo col chiarore della luna, giudice imparziale e vero testimone delle vicissitudini della vita. Di fronte a noi Giulia, in controluce, con la luna alle spalle. Vederla gesticolare. "mpurparata" d'oro, con i suoi orecchini, pesanti e pendenti, e gli anelli alle dita.

Lùccica quell'oro mentre i suoi lineamenti si perdono nell'oscurità della sera. La sua voce, invece, racconta e racconta, storie e storie vere. Una "cuntastorii" moderna, animata da quella forza della vita che si impone, nonostante tutto, su tutto. Una "cuntastorii" dei nostri tempi, ora che ha consegnato le chiavi "di st'ebbica nova" alla picciotta siciliana...: che mai più si ripetano le violenze carnali, i casi di pedofilia, di sofferenza, di fame.

Che mai più si ripetano i casi in cui si calpesti la dignità umana: questo grida Giulia. È successo e continua a succedere, oggi come ieri, lontano vicino a noi. Ascoltiamola mentre ci racconta, sotto la luna, la vita che le è passata dentro e fuori. Scopriremo un mondo magico e misterioso, ma anche crudo e reale.

Sentiremo, leggendole, delle storie strane e assurde tanto da sembrare inventate. Troveremo nelle storie quasi sempre una protagonista, prima bambina, poi, donna: Niculizia. Niculizia, chiamata così perché secca e scura, incarna tutti i vinti e i perdenti dei giorni nostri: la nuova Cenerentola. Al di là dei vinti di Verga, ogni società produce i propri.

È, però, l'ingenuità di Niculizia, la sua purezza interiore, che sconfigge la crudeltà umana. È la sua delicatezza e la sua fragilità che ce la fanno amare incondizionatamente.

Niculizia racconta la sua vita usando come catalizzatore la sua amica Antonella: due mondi a confronto. Significativo il racconto "Lu sonnu", dove la nostra piccola protagonista viene privata di uno dei più dolci ed intimi piaceri della fanciullezza: il sonno appunto. La forma che Ida Giulia La Rosa usa per narrare incidentali., è tipicamente siciliana. Essa, cioè, è ricca di periodi lunghi per ritornare indietro nel racconto con continui flashback. Non vi è, invece, il moderno procedimento in progress.

Ascolteremo i racconti leggendoli e immagineremo storie e personaggi, proprio grazie alla penombra creata dalla luna. La luna è un altro personaggio testimone di ogni racconto. Essa rappresenta la tenerezza, la dolcezza, la felicità, ma anche la mutevolezza, l'incostanza, la lunaticità, appunto. La luna col suo apparire e scomparire si rivela agli uomini come promessa di immortalità di resurrezione. Ringraziamo Giulia per aver avuto il coraggio di raccontare. Il coraggio di avere scritto in siciliano, in un momento in cui molti pensano abbia raggiunto il capolinea. Il coraggio di affrontare la folla, la gente, che spesso giudica e condanna. La gente che cerca di dare "buoni consigli, quando non può più dare cattivi esempi", canta De Andrè.

Il coraggio della creatività, che come sostengono gli psicologi, "è distruzione di un ordine preesistente e costruzione di un ordine nuovo". Il coraggio per essersi denudata e averci mostrato le sue cicatrici e per averne fatto il suo inno alla dignità. I venticinque racconti, una volta ascoltati, riconsegnamoli, sarà la luna a custodirli.

 

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