Ida Giulia La Rosa

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"Il Diavolo e... Giulia"

 

Nota critica di Salvatore Camilleri

C'è, in ogni persona, un avvenimento particolare, spesso inatteso, che ne caratterizza tutta la vita. Quest'avvenimento, per Giulia, è stato l'incontro con la poesia, galeotto il Circolo Arte e Folklore di Sicilia, l'anno di grazia il 1984.

Non è che Giulia non conoscesse il Diavolo, che le si mostrava spesso sotto le spoglie fantasmagoriche della tavolozza e dei pennelli, anzi; però, fra i due, non c era stato un vero rapporto, non c'era stata comprensione, insomma non c'era stata intimità: Giulia non si slacciava il corpetto, non lasciava intravedere l'ombra d'un seno; si teneva sempre a distanza, non concedeva più di tanto, e non sempre di buon grado.

Poi il Diavolo cambiò d'abito, e si presentò sotto le sembianze della Poesia, anzi d'Apollo, che ne è la rappresentazione più immediata, e fu subito petting: volò tutto, in un strip-tease accelerato, e Giulia fu presto nuda, nuda come l'innocenza, nuda come la purezza, nuda con se stessa dinanzi al mistero della creazione, in una trasparenza di lapislazzuli e d'ombre chiare.

Gli abiti della convenienza e del perbenismo furono sostituiti da quelli che le consigliava l'atelier del dio dalla bionda capigliatura: l'analogia, innanzitutto, per richiamare cose in apparenza lontane nel tempo nella spazio e nei labirinti dell'Es; poi la metafora, come un rituale sacro per allontanare i profani dal tempio, per invitare i sacerdoti d'Apollo ai gaudii dello spirito, au-dessus e par delà.

Certo: le intenzioni. La realtà è un'altra cosa, e non sempre il volere, il pensare e il sognare si identificano e si corrispondono con il terragno fare.

Giulia – uscendo di metafora – si trova con il foglio bianco sul tavolo, invitante come un mistero, e, poco più lontano o poco più vicino, l'Erlebnis, il vissuto, la realtà della sua vita che emerge dall'ignoto, che urla e grida, vicenda interiore e onirica, con la voce dei suoi personaggi in cerca di autore, per fissarsi in una immagine, in un verso, in un sintagma.

E fu l'autoscoperta, la conoscenza più vera di se stessa, e il foglio bianco divenne il lettino del terapeuta, la cera su cui si imprimevano le piccole verità risalenti dal profondo… Veni, dice Giulia al suo lettore, con un tono carico di tutte le malizie.

      Siddu veni cu mia,

      t'ammustru un postu riparatu

      unni ogni cosa ciata,

      unni ogni cosa è culurata.

In quale recondito luogo di gaudio Giulia invita il suo lettore? In un paradiso di sensi? In un luogo di sogno e di perdizione?

      Ascoltiamo la sua voce sempre più suadente e intima:

      Siddu veni cu mia,

      t'ammustru cosi rari:

      furzeri di silenzi,

      luntananzi ncantati,

      unni tràntuli di marranzani

      smòvinu lu ventu

      chi dòmina tutti li sintimenti.

In quale angolo sperduto del mondo si trova questo eden misterioso che Giulia evoca non tanto con le parole quanto col tono della sua voce? È un tono che richiama luci spente e lenzuola calde di passione, e lontano uno spicchio di luna fra due palme.

Ascoltiamola ancora:

      T 'ammustru comu lu tempu

      scìddica lentu,

      e comu è duci

      quannu cala la sira;

      t 'ammustru comu si gràpinu l'ali

      chi ti fannu vulari

      comu 'n-aceddu.

C'è tanta sabbia del deserto nel tono di Giulia e tanto desiderio di oasi nascoste:

      Veni cu mia!

      T 'ammustru 'n-giardinu ncantatu,

      unni la virità

      joca a l'ammucciaredda

      cu la fantasia.

      Veni, veni cu mia!

Finalmente l'orizzonte si illumina e perveniamo nel giardino incantato, di cui Giulia non ci dice il nume, ma solo che in esso la verità gioca a nascondino con la fantasia. Siamo nel regno della poesia, un regno che ha la verità come fondamento e la fantasia come forza costruttrice, e figure, metafore, analogie.

In questo regno Giulia vive i primi tre anni della sua nuova vita, il 1984, il 1985 e parte del 1986, e li vive sotto il segno dell'ineffabile, parlando con se stessa e associando liberamente, rivivendo il complesso dei fatti e degli impulsi che hanno caratterizzato la sua vita, anche i più dolorosi per l'ego, dando ad essi quel tono che è proprio il suo, suo e diverso, e mutando tutto, nei limiti che ad essa sono consentiti, in canto.

Quali sono i limiti?

Giulia non aveva spontaneamente nell'orecchio la cadenza dell'endecasillabo e del settenario, i due versi per eccellenza della tradizione, neanche emergenti dai ricordi scolastici, non ne sentiva la musica. Per lei, ogni parola ha un suo ritmo, un ritmo ha ogni frase poetica, a prescindere dalla loro misura e dalla loro stesura in versi: un ritmo interiore, non prefissato e valido per tutte le occasioni, ma libero, un ritmo che nasce contemporaneamente con la parola stessa, con arsi e tesi che non ubbidiscono a nessuna prosodia esterna alla parola e alla frase.

Mi si dirà che non si tratta di limiti, ma di un modo di essere di tutta la poesia moderna. Tanto meglio. Ma in Giulia non c'è la volontà di rompere con la metrica tradizionale perché lei il problema non l'avverte, e quindi non se lo pone, lo ignora. E non si pone neanche il problema, ad esempio, della analogia, struttura portante di tutta la poesia moderna, per lei esiste, al di là del problema posto e risolto, solo la realtà, quella che vive inespressa in ciascuna di noi, e che emerge solo nel poeta, per essere cantata nei modi che sono propri del poeta.

Il suo modo è quello della sincerità, anteriore a ogni malizia letteraria, e sia essa l'egoismo, siano le pulsioni più immediate; un modo che si traduce subito in incantesimo, atmosfera che va oltre il dato reale per farsi magia. E la magia, si sa, si ammanta di mistero, e il mistero, nella poesia, diventa metafora, analogia, figure, immagini che trascendono i comuni canali della sensibilità.

Per questo abbiamo parlato di Diavolo, il diavolo come sincerità, come libertà, come carne che brucia, il diavolo, soprattutto, come poesia, senza altra mediazione di convenienza e di opportunità che non sia quella che deriva dagli strumenti espressivi del poeta, e che fanno, del canto, un incanto.

La fenomenologia della poesia di Giulia si può seguire passo passo attraverso le tre parti in cui è diviso il volume, ciascuna segnata da un anno, quello di composizione delle poesie, e vi si può notare anche come la nostra poetessa, di tanto in tanto, chiuda i conti con gli strumenti espressivi per aprirne uno nuovo con altri strumenti, più aderenti al sito mondo interiore. Ma più che una scoperta di moduli espressivi nuovi è una conquista che viene dall'interno.

 

 

 

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