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Abracadabra
Nella
poetica di Ida Giulia La Rosa
Il
ruolo e il messaggio della rinnovata poesia siciliana
di
Alfio Patti
Prima di parlare della poesia
di Ida Giulia La Rosa è necessario accennare al percorso che la
poesia siciliana ha fatto in questi ultimi cinquant'anni.
Si è parlato spesso di
rinnovamento della poesia siciliana, se ne parla già dal 1943,
quando Federico De Maria ne pubblicò il "Manifesto" a
Bari. Non sto qui ad elencare tutte le battaglie sostenute da
poeti e studiosi sull'argomento, per questo vi è un nuovo
"Manifesto", curato da Salvatore Camilleri (nella
foto a fianco), editato
nel 1989.
In che cosa doveva consistere
questo cambiamento? Innanzi tutto nel rifiuto del linguaggio
poetico tradizionale, ormai superato, consunto, stereotipato e
di conseguenza nella ricerca di nuove tecniche, di nuovi mondi
poetici.
Si usciva da un lungo periodo
storico-artistico che aveva visto come vessillifero Vincenzo De
Simone, capo indiscusso, in Sicilia, di una corrente poetica
dove il verso era "tutto", ma dove scarseggiava il
contenuto. Si aspirava perciò anche alla ricerca di nuovi
contenuti che nascono dai problemi vecchi e nuovi della realtà
siciliana.
Nascono dal mondo-della-vita,
ma soprattutto dalla rappresentazione di questa realtà
attraverso nuove strutture, nuove forme: attraverso la metafora.
che si è rivelata poi la struttura portante di tutta la nuova
poesia siciliana.
Ida Giulia La Rosa, ha recepito
in pieno questo messaggio, esercitandosi anche nella palestra di
Arte e Folklore di Sicilia, a Catania, e ha fatto della metafora
il modo più elegante e più fine per raccontare la propria
vita.
Ida Giulia è riuscita a dare,
per certi versi, un volto nuovo alla poesia siciliana. Questo
perché, la sua è una poesia al femminile che esprime le
istanze sociali delle donne siciliane. La storia in questo
settore non annovera grandi poetesse, solo Graziosa Casella,
vissuta nella prima metà di questo secolo.
Il suono della poesia è un
suono del nostro tempo. I suoi versi possono apparire poco
musicali perché stridono, quando vengono l'uno a contatto con
l'altro. Uno stridore voluto e ricercato dalla poetessa, che pur
sapendo comporre ottave e sonetti, ha avuto il coraggio di
sperimentare questo nuovo modo, ha azzardato, col rischio di non
essere capita.
Oggigiorno, in fondo, tutto
stride, tutto è in antitesi. Giulia ha rotto le regole che la
società le aveva imposto come donna, trova il coraggio per
denunciai-e le ingiustizie del mondo, soprattutto quelle rivolte
al mondo femminile, e usando la trasgressione, fa della sua
poesia un mezzo rivoluzionario.
Quando esordisce nel settembre
dell'88 con "Il diavolo e… Giulia ", Ella affronta
già temi come la solitudine della donna e il suo rapporto
inquieto con l'uomo. Ma nella sua prima silloge è ancora legata
a certe rèmore, lo vediamo, per esempio nella poesia "Lu
valziri": "Ah, si putissi libiràrimi di sti
catini", per diventare che cosa? "Pi divintari
finalmenti sintinella filici di 'n-paisi novu".
Temi che continueranno ad
esistere e a consolidarsi nel suo secondo libro, "Fimmina
nova ", 1990, dove rompe, appunto, le catene. In
"Canta picciotta", ricorda alle giovani di tenere
"stritti li chiavi di st'ebbica nova, e di scriviri la
nostra storia!", e che, proprio ora, "sutta ogni petra
chi si smovi, c'è un tràntulu d'omu chi mori".
Il linguaggio poetico di Giulia
è un linguaggio che rispolvera parole vecchie che hanno un
sapore nuovo, parole inventate magari, e per questo rimescola il
lessico siciliano rinfrescandolo. Si è sempre detto e ripetuto
che "la lingua la fanno i parlanti" slogan, questo,
tanto caro ai crociani, ma si dimentica che nessuno nasce
"parlante" e che invece parlanti si diventa,
apprendendo la lingua, e anche tenendo in massimo conto il fatto
che la lingua si può cambiare, modificare. Il linguaggio,
dunque, è effetto di insegnamento, il linguaggio si apprende,
si studia.
Questo ha fatto Giulia, ha
studiato le parole ed il loro significato, tenendo accanto il
vocabolario, leggendo e giungendo ad una metafora frutto di una
riflessione profonda. Si sa che il linguaggio muta, le forme
mutano come muta tutto, come mutano le concezioni dell'uomo,
tutto è soggetto all'usura del tempo.
Ma rinnovarsi nella forma non
significa rinnovarsi del tutto. Il rinnovamento deve avvenire
dall'interno, e allora qualsiasi forma, antica o moderna che
sia, non conta più, la realtà rimane quella della poesia
realizzata.
Sempre in "Fimmina
nova" racconta la sua vita, dove è costretta ad inventarsi
tutto, dalla madre ai giochi, dove è costretta a nutrirsi di
"scattìu di faiddi" e a rubarne lo splendore. La
poesia "Fa iddi", infatti, ci può riportare indietro
nel tempo, e precisamente alla fiaba di Cenerentola. Anche
Cenerentola potrebbe diventare attuale se non si trattasse, come
nel caso di Giulia, di una realtà che vuole diventare finzione.
Ida Giulia è una poetessa
complessa, che ha scoperto la poesia dopo aver condotto una vita
amara, non facile. "Chi sapi la genti - dice in
Mazzamareddi - chi si prova a scavari dintra li chiaj di li
strapunti, prima d'attaccarici lu viddicu a na puisia?".
Senza i precisi riferimenti
alla sua vita, che in "Fimmina nova" riflettono tutti
i momenti che sin qui l'hanno accompagnata, forse avrebbe
esordito con una vicenda struggentemente umana, ma non avrebbe
abbracciato la poesia, che costituisce il cielo sotto il quale
il vissuto reale diventa "immaginario". Ed è grazie
all'immaginario che la Nostra è riuscita a colorare la sua
vita, esorcizzandola coi versi, immagine dopo immagine, colore
dopo colore.
Quello che terrei a
sottolineare è che Ida Giulia non è una "vinta", non
è una pessimista, non usa la poesia per consolarsi, Lei risorge
come "L'Araba fenice", nelle vesti di valida poetessa
e di donna nuova: l'apparente disperazione trova sempre
quell'opposto che è tipico dello scomporsi e del comporsi. In
una visione del mondo, ora più distaccata e compiuta, La Rosa,
dalle proprie carni, trasferisce la propria vita sulla carta.
Sia che si serva della
metafora, di simboli, sia che realisticamente i versi divengano
i termini concreti di una confessione, Giulia riesce a cogliere
alcune verità esistenziali che sono il nostro patrimonio umano
e spirituale.
A questo punto della sua
maturità artistica sente il bisogno di raccontare più cose; di
liberarsi, affascinata com'è dalla forza della libertà, da
tutte quelle che Lei chiama "petri" e che tiene "aggruppati"
dentro la sua anima.
Ed ecco che, nel settembre del
1993, pubblica "Petri smossi", una raccolta di
ventotto racconti brevi. Un'esperienza, questa, felice e
riuscita, anche perché pochi sono stati i poeti che hanno
pubblicato in volumi narrativa in siciliano. La Rosa, nel pieno
rispetto della Koiné e delle nuove "linee di
tendenza" ha dimostrato, con i suoi racconti, come è
possibile fare una godibile e scorrevole narrativa.
Di certo Giulia dà un nuovo
input negli ambienti che frequenta, incantando anche i più
digiuni in questa disciplina. E questo grazie al suo coraggio
che alleato artisticamente di un sogno, qui raggiunge una unità
indistricabile.
L'instancabile Giulia, a due
mesi di distanza dalla pubblicazione di "Petri
smossi", dà alla luce la sua quarta fatica letteraria: una
silloge di poesie dal titolo "Sdilliriu di suli". Ora
la poetessa appare più sicura di sé e i suoi versi sono
pregnanti di solarità e vi affiorano i valori più semplici e
gli affetti più cari all'uomo.
Ora è finalmente libera, senza
più "cuda di pagu ", che la società le aveva
attaccata. È riuscita anche a smussare quegli spigoli che
rendevano la sua precedente poesia, poco musicale. Infatti, i
suoi componimenti appaiono più raftinati e garbati, più
asciutti e lirici a differenza di quegli altri che attingevano
spesso ad una forma prosastica.
L'uomo non è più "Homo,
Lupus Hominis" o quel "Varvasapiu"
presuntuoso di prima ma un uomo da amare "A tia Omu",
specialmente se è "attalintatu" cioè se sa
leggere nell'anima. Garbo e ricercatezza di parole, sentimenti,
nostalgie e rimpianti fanno di queste poesie un insieme di
godibile lettura. Dalla pantera che graffiava il mondo,
l'autrice si tramuta in gatta che fa le fusa. Questo nuovo
amore, a cui Giulia si apre come rosa al sole e a cui si
concede, come non ha fatto mai con nessuno, è la
"sua" poesia.
Le sue paure, i suoi dubbi sono
stati dissipati dal dominio che la poetessa ha sulla
"sua" vita, un dominio che nasce dallo studio
psicoanalitico che Ella ha fatto di se stessa usando la poesia
come "talking care".
Finalmente, dopo aver buttato
'formule e teoremi in menopausa, dopo aver usato "la
trunchissa di la ragiuni", fonde materia e spirito e
dimostra di conoscere uomini e vita.
Qui finisce di esistere la
Cenerentola e l'Orco va a farsi benedire.
Si sviluppa, allora, e si
afferma la dolcezza, con "Fanfanicchi", mentre con
"Facezii" diventa più arguta e astuta. Queste due
raccolte insieme a "Farràgini" fanno parte della
silloge "Balluni culurati", pubblicata nel 1994. In
sei anni, trascorsi dalla prima pubblicazione, Giulia si è
svuotata di tutto ciò che di amaro teneva dentro, denunciandolo
al mondo che ora le tende la mano. Gratificata dai successi
ottenuti con la poesia, che ha usato anche come strumento di
riscatto, si stempera e quelle gote pallide si colorano di rosa.
In "Balluni culurati" ripercorre da capo la sua
infanzia, ma per una strada diversa, quella dei sogni, delle
speranze, dei palloncini colorati che tutti i bambini amano.
Non incontra più, per questa
strada, "genti pilusa" oppure "Pilati ca
cunfunninu li mirudda, riscopre le fiabe: dove manca… la
poesia provvede. Infatti, in questa strada dell'infanzia inventa
una realtà virtuale, si trasforma e scopre "casteddi
nfatati". Insomma, dopo essersi inventata la madre,
partorendosela, i giochi, l'infanzia, gli amori, la poetessa ha
completato il suo collage e si concede un "momento di
svago": pubblica, un po' per gioco, "Frammenti di
saggezza" (1997). Sono piccoli racconti, aneddoti in lingua
italiana raccolti durante la sua lunga esperienza di lavoro. Ed
eccoci arrivati al "lavoro" che, insieme a voi, ci
appresteremo a lèggere: Abracadàbra.
Diviso in Brama d'amuri,
Littiri, Li Strati di la me vita e Cumpustera, il nuovo libro di
Ida Giulia corona i suoi desideri.
In Brani d'amuri, così come in
Littri, l'autrice ci dà un saggio di raffinato e sottile
erotismo:
Ora idda, di lu scuru lu
chiama
cu la vuci sensuali di tannu
p'ammustrarici lu cippu a
menza luna
di quannu, filici, cupiavanu
l'unni di lu mari.
Quannu lu jancu di li me'
capiddi
e li sentùri di lu suduri
cannella,
Si teni zuccaru pi vucca
delusa,
istruiscimi puru a manipulari
asta e bannera
st'aspèttitu e l'assàiu di
la menzannotti,
Ancora ricerca di parole
desuete, ma semanticamente cariche, quasi magiche. Per forza,
dobbiamo approdare alla magia di Abracadàbra, dove il sesso è
un mistero da scoprire, ma che una volta scoperto perde il suo
fascino; dove le Miniminagghi sono gli indovinelli del mondo e
gli Gnignuliddi le carezze della vita. La vedo la poetessa, la
vedo che ride di noi che siamo alle prese con le parole 'nfatati,
e si diverte. Perché in fondo, il poeta è un bugiardo, ma
mentre mente racconta se stesso. È come se Giulia giocasse a
nascondino con noi, mostrandoci, di volta in volta, una donna
diversa, miscelando verità e menzogne.
Di una verità siamo comunque
certi, Ida Giulia è la vera analista di se stessa, siamo stati
solo un pretesto, ora, la sua aria è netta, non ha più bisogno
di noi:
liuni cu li fauci sbalancati
e mancu zocculi di cavaddi
sfrinati.
Non mi nventu chiù prijeri
pi cummoviri cristi e madonni
p'aviri crucchitti fatati.
e mancu suspiru di lissìu
...
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