Giusy Santucci nasce a Ceppaloni (Benevento)
nel 1976.
Dall’età di cinque anni
risiede a Benevento. Frequenta l’istituto scientifico
inseguendo una prospettiva professionale umanitaria. Nel 2000
s’inserisce nel sociale come educatrice presso una Casa Famiglia;
qualche anno dopo si trasferisce a Milano per operare, previ studi,
nel 118 concretizzando le sue aspirazioni.
Ma il 29 Luglio del 2006 infrange nuovamente
ciò che con fatica aveva ottenuto. S’appresta così a far ritorno a
Benevento.
Durante la sua adolescenza travagliata,
costretta a prendere decisioni drastiche, scopre la passione per la
pittura e per la poesia. Attraverso queste due forme espressive
Giusy riesce ad affrontare quel suo passato mai voluto.
Attraverso la poesia, e alla ricerca di un
impellente bisogno di speranza, affronta la sua vita, e soprattutto
tutto ciò che le provoca sofferenza.
È pur vero che ai
sinceri richiami dell’anima, la voce della poesia giunge sempre in
aiuto di chi la invoca, seppur ha una piccola voce. Ed è una voce
abbastanza amplificata quella che giunge al suo orecchio; una voce
talmente luminosa da far rispecchiare qualunque cosa sia coinvolta
nelle vicende della sua vita.
Ed è la voce della poesia che in queste
pagine, con parole fissate sulle righe, ci parla, seguendo un
percorso costellato di quella quotidianità che si sussegue nella
continua lotta del vivere esistenziale, in cui l'Autrice, con
disarmante ingenuità si dibatte dentro la prigione dove orgoglio,
egoismo ed indif-ferenza hanno innalzato alte le mura per
soffocarla. La sua è una ingenuità che si palesa sotto le vesti
della disponibilità e dell’accoglienza, ma soltanto per camuffare le
sofferenze interiori che la distruggono.
Soltanto attraverso i disagi l’Autrice impara
ad elaborare i suoi malesseri, esprimendoli a forza con le parole
che sulla carta diventano filtro per spurgare attraverso la penna il
proprio dolore.
Ed è la parola scritta che sprigiona in lei il
desiderio forte di “prendersi cura” del proprio cuore; il desiderio
di migliorare la propria coscienza, il bisogno di conoscenza;
elementi fondamentali per proseguire poi indisturbata il cammino che
la vita le ha riservato.
Pensare che chi ha guardato in avanti / deve
anche guardare indietro e / ciascuna vita / crea la propria
imitazione / dell’immortalità.
Non sempre gli echi del passato però danno
tregua all’anima che ascolta comunque le inquietudini non inquinate
dalla preoccupazione del che cosa o quanto accadrà nel futuro.
L’importare, per l’Autrice, è fissare su carta le esperienze
accadute per far sì che l’eco dei suoi trascorsi anni continui a
scolpire la sua storia.
Si sa che il desiderio dell’umanità intera è
quello di amare e di essere amati, ed è questo bisogno disperato
d’amore, o la sua mancanza, ci rende schiavi. Ma se qualcuno ci ama
e noi lo amiamo: ecco che ci rendiamo conto di tutte le cose belle
della vita.
Al contrario tutto diventa spiacevole.
Satura il flusso d’una sottile melodia /
ricordandomi / idilliaca la vita di libertà prima / dei giorni di
schiavitù poi!
La “poesia” è
la ricerca della perduta innocenza; è la strada ideale per scoprire
quali siano le ragioni profonde del proprio senso della vita.
Vera Ambra
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