L'UMILTÀ DEL POCO
La nuova poesia di Giulio Maffii è un attraversamento del magma
dell’esistere. Al centro delle sue riflessioni il poeta mette sempre
il disincanto che rompe gli indugi, e rivela senza nessuna finzione
la paura che la fragilità ogni giorno mette davanti agli occhi degli
esseri umani.
L’umiltà del poco è un progetto esistenziale che chiama in causa
tutti. Questi versi scaturiscono dai fondamenti invisibili di una
parola che vuole lasciare un segno nei tempi provvisori che viviamo.
Dallo smarrimento della memoria nasce un cosmico senso di perdita
che conduce le coscienze al caos. Nei suoi versi il poeta fa
quadrato intorno alle poche cose che vale la pena salvare.
La parola che scorre nel tempo è l’antidoto all’insignificanza che
dilaga in ogni dove.
La parola che “racconta senza rassegnazione/ ciò che comunque
accade/ o non sarebbe accaduto comunque” è la strada che si rende
necessaria per passare attraverso la vita, che per una serie di
circostanze imprecise e misteriose, ci è stata cucita addosso.
Il poeta non si sottrae alla condizione del naufrago. Si lascia
coinvolgere dagli abissi della perdita e dallo sconforto delle ore.
Osservando il gorgo e il magma, la resistenza diventa l’unica
rivoluzione che è concessa di fronte alla debolezza delle cose.
L’andare diventa incalzante e il ritmo dei pensieri si fa intenso
quando sul cammino domande e dubbi innescano un ordigno da
maneggiare con cura. È dinamitarda la passione in versi che
costruisce la poesia di Giulio Maffii. Le sue intuizioni folgoranti
sono crude e vere, e finiscono per inquietare il lettore: “A volte
ci lambisce/ ciò che sopravvive”; “Si paga sempre il conto/ per aver
vissuto molto/o per aver nascosto il volto”.
Sono sufficienti questi frammenti per capire che siamo davanti a un
poeta che ha scelto la strada più scomoda per raccontarsi. Con la
crudeltà delle parole nude Giulio Maffii s’inabissa nella
disgregazione del quotidiano dove “ tutto è passeggero/tutto è
vento”.
Sconvolge e coinvolge la sua schiettezza che cerca l’assoluto in
tutto questo vuoto che cinge in un abbraccio mortale i mutamenti che
si attendono invano.
L’umiltà del poco è l’incendiaria dubbiosa certezza in cui cercare
la risposta agli affanni. È il non luogo nel quale si addo-mestica
l’assenza che trascina le parole dentro un vortice insidioso di
pericoli.
Prima che il batticuore si arresti, il nostro poeta ha deciso di
sfidare “l’insofferenza di essere imperfetti/ alle pretese del
mondo”. Giulio si sente un “inquilino di passaggio” nei giorni
diseguali.
Quello che conta è arrivare alla fine del viaggio con la
consapevolezza di aver attraversato l’eterna casualità del tutto con
l’ansia intensa che rende il presente inconoscibile. Questo
significa che, nonostante il nulla sia deciso a non mollare la
presa, la parola che dice non mente mai, e ci rammenta sempre che
“portiamo semi/ nelle tasche ardenti/per il gioco che torna/spesso
al suo principio/inudibile e affollato/ alla finitudine terrestre/ai
volti visitati e troppo presto/o con desolato ritardo inceneriti”.
L’umiltà del poco è un meraviglioso libro aperto che passa da parte
a parte l’anima e educa i cuori.
Inseguendo i paradossi di Giorgio Caproni, le altitudini di Mario
Luzi e le brevità pensanti di Ungaretti, la poesia di Giulio Maffii
canta l’incompiutezza dell’uomo alle regole del mondo con una onesta
aderenza a quell’umiltà del poco e al suo essenziale, che potrebbe
essere, se realmente lo volessimo, sinonimo della nostra umana
salvezza.
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LA MUSICA
DEL POCO
Che musica suona Giulio Maffii.
Me lo chiedo mentre lo conosco attraverso le sue parole e la sua
umanità. Quale musica può suonare.
Quella di un pianoforte distrattamente dimenticato in un angolo di
un ristorante fuorimano, dopo una cena sottotono con cibo
francescano condito da una grossolana ma simpatica accoglienza…
“Voglio sentire la tua voce, dimmi cosa hai voglia di cantare. Ti
accompagno…”. La sorpresa di scoprirgli un altro talento è il giusto
corollario alla sua impeccabile disponibilità a sostenere i desideri
altrui. Mi suona qualche nota, quanto basta perché gli sgrani il più
radioso dei miei sorrisi a compensare la sua generosità. Sento però
che non è ancora tutto.
Quale musica. Forse quella di una chitarra che ancora non mi ha
accordato. Più di un giro di do. Di sicuro. Un repertorio che posso
solo immaginare. Non mi fa sapere niente in anticipo. Tutto
disvelato a piccoli tocchi, a gocce, a semiminime. Canticchia,
farfuglia qualche canzone. Timidamente accenna e poi
improvvisamente, una chiusa. Fine e silenzio. Rimango sospesa…
Alla fine giunge, a stille, distillata a seconda del frangente.
L’umiltà del suo poco. Scopro una poesia alla volta. Adesso mi è più
chiaro. Ora ci siamo.
A leggere ti si mozza il fiato. Ti perdi non a capire, ma a sentire
dove ti porta l’impeto della lettura. Non a sciogliere l’enjambement
disinvolto e spiazzante, non il chiasmo disciolto con eleganza, non
l’ossimoro caro e prezioso, non la metafora distesa e melliflua, non
le allettanti allitterazioni. Sei stordito e condotto con
naturalezza a gustarti l’ammiccante ambiguità dei sensi del senso.
Un raffinato uso della parola ci fa godere di ulteriori prodigiose
significazioni traslate, simboliche, allegoriche, oniriche,
sinestetiche. E ciò ha in sé un grande senso: ti fa smarrire in modo
salutare la ragione e ti spinge a bere la poesia d’istinto.
E così possiamo partecipare dello sguardo che Maffii dispiega sul
nostro esistere: “È tutto come sembra e come appare”. Noi, tutti
inadeguati o sempre in affanno “finché viviamo/ siamo incompiuti/
alla regola del mondo” e procediamo “sperduti nel nostro unico
andare”.
Sullo sfondo di un paesaggio che sa di Turner, con la natura gravida
di consonanze umane, c’è sempre un “tu”, c’è sempre un “noi”. Non è
mai urlo egotistico allo specchio. Quello di Maffii è un dialogo che
intreccia turbamenti contemporanei. Nonostante il “non pensante
gregge” riecheggi nelle “devastate strade che la gente ignora”, ogni
suo componimento è intriso d’amore che risuona di mille note.
L’amore per la donna del “Canzoniere” petrarchesco, per la
disperazione della vita dei “Canti” di Leopardi, per le culture
altre e per la poesia dei “Cantos” di Pound, per la verità de “Il
mio canto libero” di Battisti.
Tutto qua. Vi assicuro, non è poco. Musica sono le sue parole. Non
c’è voce d’attrice che possa farle risuonare meglio. Non occorrono
palchi, microfoni, amplificatori. Conviene votarsi al silenzio di
una lettura intima e sensuale per perdersi nel piacere dei suoi
giochi semantici, monodici e melodici.
Mai con una corda sola ma tanti tasti. Quelli che tocca, suonano.
Quelli del dolore, del rimpianto, della nostalgia, del vissuto
malgrado tutto, del peso dell’ipocrisia. È così che Giulio mi
accompagna, stavolta sì, davvero: con quella parola che sa risuonare
nel mio più profondo, con quel poco che umilmente parla – “di voce
in voce” - di tutti i contrastati controcanti del nostro cuore.
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