Riabitare il tempo
Presentazione dell’autore
Non sono un poeta, ci tengo a scriverlo e a dirlo, e non ho neanche
la pretesa di diventarlo in futuro. Non appartengo, in senso
tecnico, alla razza illuminata della “rima” , ma considero la poesia
la sincera essenza della sensibilità, un’elegante cronaca di
pensieri e sentimenti.
Appartengo, invece, al genere umano, nell’accezione drammatica del
termine, perché non posso non leggere le sconfitte dell’umanità
scritte nel calepino della storia, e ho la pelle al contrario quando
vedo il sistematico terricidio. Ciò che ho scritto sono
elucubrazioni, considerazioni, note a margine, una fotografia
lessicale di un sistema che non mi piace, perché non condivido la
dèificazione di idoli, quali il mercato e il consumo nel loro
significato di “necessari”, e diffido della loro velocità e
voracità, perché tendono a detronizzare l’uomo dal centro della vita
in favore della merce, fredda e astuta compagna dei nostri giorni.
Da parecchi anni si è avviato un processo di mutazione
antropologica, favorito dal sopravvento dei modelli esistenziali
dell’avere sui modelli esistenziali dell’essere.
Gli unici parametri di riferimento che abbiamo sono la quantità e
l’economia, e con godimento ludico abbiamo seppel-lito la qualità e
la convivialità.
Crediamo che consumare equivalga a esistere e che il nostro valore
sociale sia direttamente proporzionale alla nostra capa-cità di
acquisto. E strizzando l’occhio a Cartesio e alla sua teoria sul
dubbio metodico mi viene facile pensare che oggi impera il Consumo
ergo sum.
L’homo felix è l’homo consumericus mentre l’homo faber abdica in
favore dell’homo economicus. Invero, nella linea retta
produzione-reddito-consumo l’uomo incontra il suo declino, chiuso
nell’isolazionismo del consumo egoista rimane stritolato dalle spire
dell’insoddisfazione e dell’assuefazione.
Dovremmo rallentare, riabitare il tempo e i luoghi, risco-prire
l’armonia della convivialità e rispettare i valori d’uso della
natura. Dovremmo riscoprire i valori positivi immanenti nell’altruismo,
nei beni relazionali, nella cooperazione.
Dovremmo arricchirci di cose semplici, riscoprire l’utilità del
tempo libero e affrancarci dall’inganno pernicioso dell’iperlavoro.
La rima, artatamente, mi ha permesso di arginare la mia ritrosia a
scrivere la cronaca di un terricidio annunciato. Credo nella valenza
del linguaggio, nella pura forza della parola e credo che il primo
passo verso la liberazione possa avvenire solo se riusciamo a dare
il giusto significato ai termini che utilizziamo o sentiamo.
Di quale crescita parliamo ogni volta che assistiamo ai disastri
ambientali che provocano morti?
Quale significato può avere il PIL di fronte alla defore-stazione,
all’erosione dei suoli, all’impoverimento degli stock ittici, al
declino delle risorse idriche, all’aumento della tempe-ratura, al
disdoro delle nostre città, allo scioglimento dei ghiacciai?
Così se mi trovo introdotto nel salone tetro del nucleare da parole
come progresso e sviluppo, capisco che tutto può mutare, per dirla
con Socrate, anche il significato di parole che avrebbero dovuto
avere un senso univoco e positivo.
Siamo gli zombie degli spot, siamo governati dal verbo dei
pubblicitari e dai bisogni indotti e reificati, e non ci accorgiamo
che stiamo spendendo ciò che non ci appartiene, e stiamo contraendo
un deficit ecologico che dovrà essere onorato dalle future
generazioni.
Concludo parafrasando il mio autore preferito, colui che più di
tutti mi ha fatto innamorare della lettura e mi ha liberato
dall’incantesimo: Henry David Thoreau. “Se sei un uomo libero,
allora sei pronto a metterti in cammino”.
Gianni Coppola
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