il ritorno di nuovi profeti

Prefazione di Alfio Patti
 

Aspettare senza speranza è come stare seduti in una stanza vuota, soli.

Questa immagine, che mi ha sempre accompagnato da quando ero bambino e che solo di recente è stata tradotta in poesia, ha sapore angosciante, ma mi ha spronato a volare e a sognare per non perdere la speranza che quell’uomo, seduto da solo in quella stanza, aveva perduto.

L’incipit di questa mia breve prefazione all’opera prima di Francesco Neglia non è senza senso, in quanto partiamo dalla poesia “Stato apparente” e aspettiamo. Cosa? Il ritorno, “il ritorno di nuovi profeti”, dice il giovane poeta, il quale ha visto “il buio addentare la luce”.

A quale luce si riferisce se non alla luce della verità, che spesso viene fagocitata dal buio dell’arroganza e dell’igno-ranza? È un’Era, la nostra, nella quale il treno dei secoli è arrivato al capolinea “Su questa terra / l’egoismo dell’utopia non ha più  gravità /”. È arrivato il momento, in questo nuovo Millennio, che Dio faccia valere la Sua verità, la Sua luce che il buio ha addentato nella storia dei tempi.

Il tema dell’oscurità ritorna spesso nei componimenti di Francesco Neglia e lo troviamo anche nella lirica dal titolo “La candela”: “C’è buio / una candela accesa viene verso di me. / Abbaglia all’improvviso la mia mente / e sono travolto / come lo sarei da un treno in corsa. / Mi hanno fatto tirare troppi sassi! / Chiedo, senza volere, di essere giustiziato! / La candela ha accettato / mi ha lasciato orfano al mondo.” / 

Se la vita ha un senso, e sappiamo tutti che ce l’ha, dove risiede l’anima del poeta? E dove la ragione? “Qui ognuno ha le proprie verità”, scrive in “Stato apparente” l’autore, e la nuvola è il vero “monarca dell’orizzonte / mai troppo vicino / che lambisce aliti di verità”.

La poesia di Francesco Neglia è quella di un uomo che negli anni è maturato dietro le quinte, fuori dalle bagarre dei circoli di poesia e fuori dai venti delle mode; è una poesia rimasta al maggese che si è nutrita delle esperienze che la vita ci offre e degli ostacoli che spesso ci frappone davanti come montagne da sormontare.

Con acuta fantasia e ricchezza di immagini, spesso surreali ma facenti parte del nostro tempo, l’autore ci offre uno spaccato di vita interiore che si alterna tra anima e spirito, tra sangue e carne, tra sogno e dolore. Un viaggio attraverso noi stessi dunque. Egli è un Ulisse che non vuole per niente tornare ad Itaca.

La semplicità dei versi, proposti con una architettura letteraria personale, conquistano per la singolarità della visione del mondo e l’originalità delle metafore.

Il mondo denunciato dal poeta è quello contemporaneo che vive di allucinazioni e di figure traslate e mistificatorie. Ad esse Neglia si ribella, ed anche all’ipocrisia del nostro secolo: “Alle carogne hanno dato piazze, vie / agli agnelli involucri bianchi, / dimenticati come fossero scie. Basta! Kosovo/ (…) Non c’è più tempo! / Pagine strappate / hanno bisogno di ristoro, perché hanno fame di vita.” /.

Ma di chi la colpa? Gli uomini parlano di giustizia ma non la praticano. Questa è la convinzione dell’autore che si rivolge a Dio “accusandolo” di altre morti, quelle astrali, come a dire che anche ciò che accade in terra accade in cielo: “Do la colpa a te, Dio. / Mentre un astro muore / la luna piange il figlio perduto./.

E qui il disinganno, quello che ogni uomo di fede e onesto prova davanti all’impotenza di voler cambiare il mondo; qui la rabbia di chi sa che gli è stato dato il libero arbitrio per non essere arbitro di niente: “Ma a cosa mi servono le ali / se mi viene negato di volare? / Non mi resta che gridare, / urlare al vento perché cambi direzione, / perché sollevi il mare in cielo./

Il nostro poeta, però, non demorde. Nella poesia “L’oltre”, per sfuggire alla disperazione, che Soren Kierkegaard considerava la malattia mortale, in quanto colpisce l’anima, ipotizza, appunto, un “oltre”: “La mia vista sdoppiata / mi portò a conoscenza delle distratte simmetrie / tra verità e confine. / Sulla nuda strada / ho disteso le gambe ed allargate le braccia / ipotizzando l’oltre”./

Vi è nel poeta catanese una concezione esistenziale frutto di riflessioni che partono dall’esigenza mistica per arrivare all’uomo come centro del mondo in lotta con la propria coscienza.

 

La scintilla provocò il fuoco / e a me fu fatta una promessa. / Una poesia in mille copie / ed un labirinto ad ogni porta. / Non fui mare, ma uccello di gabbia. / Chiesi il cielo per un giorno. / Mi fu dato, / ma insieme alla mia sorte / comprata con la libertà. / Uccello di Gabbia” 

 

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