In copertina foto di Antonella Iurilli Duhamel

 

 

Tante domande senza risposte
 

Prefazione di Antonio Ragone
 



Il mondo in cui viviamo non ha più risposte perché molte sono le domande che il mondo stesso stimola nell’uomo.
Tante domande senza risposte causano una interiore prigionia, per cui nel delicato equilibrio riservato all’ambito della capacità volitiva scàlpita, con frenetica disarmonia, il fondamentale bisogno della libertà.
L’assenza di libertà è quindi non fuori, ma dentro l’invo-lucro della carne, degenerativa, cronica, che si contrappone alla libertà esteriore per la quale almeno apparentemente si può lottare illudendosi di conquistarla.
Pur se appare inutile lottare per espugnare la libertà interiore, essa è terribilmente contrastata da un interminabile desiderio, mai abbandonato, di farne terra assoggettata al requisito dell’autodeterminazione.
Ed è qui il punto del bruciante contrasto ove si scatena la guerra tra sentimento e questa moderna ragione: mentre l’uno desidera, l’altra si oppone; e poiché questa negazione è già preventivamente conosciuta, risulta ancor più dolorosa, giacché già considerata e assimilata come non accettata.
Che forse questa società ancora denominata del benessere in realtà altro non è che un recinto entro cui inconsapevolmente l’umanità si è limitata? Che si sia smarrita la chiave per riaprire aspirazioni e desideri?
Ecco, la chiave, è la sua irrequieta ricerca ad inventare le ossessioni e le conseguenti compulsioni necessarie al tentativo di difendersi con

“gli occhi freddi della morte

e la follia
di chi, chiuso in bagno,
stringe il nodo fino alla fine,
e si sente Cristo
e non riesce
a perdonarsi niente?”.

(veleno)

Partendo dalla premessa del libro e da questo concetto si può giungere alla interpretazione già nel titolo “La Fame”, termine del tutto savagiano, quella fame che spinge Firmino insaziabilmente a mangiare e a rosicchiare, giacché Firmino è un topo che si scopre tale senza preventivamente saperlo.
Afferma in proposito Niccolò Ammaniti che i topi “sono ovunque: al cinema, in televisione, nei fumetti, nelle fogne sotto casa”.

Che forse l’ordinamento civile è formato da una società di roditori in gabbia?
Probabilmente una gabbia sporca di male e sangue, dove persino la poesia è intrisa più che di mestizia, di lerciume?

“non c’era nessuno al mio angolo
nessuno
e i guantoni erano appesi a guardarmi
la folla sparita nel grigio
e due donne con due secchi e due mazze
sul quadrato viscido di sangue
a lavare la morte”

(non c’era nessuno al mio angolo)

È un quadro drammatico, preoccupante, dipinto sulla tela dell’incertezza verso il futuro, questa raccolta di poesie che ci propone Fabio Di Benedetto, in un certo senso inconsueta nell’attuale panorama letterario italiano, ma puntualmente funzionale alla realtà che guarda alla modernità non come strumento di progresso per una vita più umana, ma come una obbligata delimitazione per una vita dis-umana.
Qui si muove Nina che

“scappò un giorno perché era diversa e piena di paure,
amò un uomo che la lasciò per una che studiava i minerali,
Nina non si voltava mai e giocava a freccette
Nina derubava i vecchi sul tram quando nessuno le lasciava spiccioli
Nina non vuole più guardare”

(Nina)

Laddove gli uomini che si auto-governano non propongono regole, ma al contrario, sono sottoposti a norme imposte dalla cinica e fredda logica del mercato, non c’è possibilità di adeguarsi senza dissacrare e offendere il patrimonio culturale di un popolo che vorrebbe, non sottovivere, e nemmeno sopravvivere in una società mediaticamente ipocrita, ma semplicemente riconquistare il diritto a vivere.
Si lasci intatto così alla poesia la forza che sola essa possiede, quella di sublimare la realtà in un fremito d’umano pessimismo.

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