Avevo appena concluso la seconda prova orale, quella di fisica, quando il professore cui stringevo la mano per congedarmi – di lui ricordo vagamente un aspetto minuto ma gioviale – mi chiese quale percorso universitario avrei intrapreso. Forse sorpreso dalla mia esitazione provò a suggerirmi: “Potrebbe pensare a fare il giornalista…” Giornalista? Ma che cosa mai poteva portarlo ad immaginarmi in quella veste? Sì, è vero, la mia precedente dissertazione fiume sul teatro di Pirandello aveva visibilmente riscosso un certo plauso – al punto che il presidente della commissione dopo una buona mezz’ora di monologo aveva rimbrottato i suoi con un secco: “Non può essere il candidato a condurre l’esame!” – ma al cospetto di lui avevo ragionato con pari scioltezza di atomi, particelle, reazioni chimiche, elettrolisi. Perché giornalista, dunque, e non fisico, o ingegnere, oppure ancora architetto? Beh… Sono passati più di cinque lustri… E oggi posso dire che quell’uomo minuto l’aveva vista giusta, indicandomi la strada forse a me più vicina, ma così lontana da quella che avrei invece intrapreso appena l’anno dopo, quando abbandonati gli studi per metter su casa e famiglia mi sarei sposato e vinto un concorso sarei stato assunto dall’allora Istituto Bancario San Paolo di Torino. Era il 1981. L’anno dopo ancora nacque Simone, il mio primogenito; Marco, il secondo, nel 1993. 

Al lavoro ho dedicato molto e molto dedico ancora: un impegno frutto di una scelta fortemente voluta, forse non facile, ma comunque una scelta, al cui rispetto avrei via via sacrificato le mie mai ben definite velleità alternative, tra cui quella di scrivere. E dico “tra cui” perché non si trattava dell’unica brama non soddisfatta: nel frattempo mi sarei anche inventato fotografo, enigmista, programmatore informatico, ma sempre arrestandomi ad un passo dalla linea che separa il diletto dalla dedizione piena e con quella dalla possibilità di un qualche successo. Scrivere, però, ha sempre rappresentato la mia dimensione più ambita, spesso più inconscia, spesso più sottaciuta.

Come Enrico Moretti – il personaggio di “Sguardo nel nulla” – avevo tredici anni quando già mi cimentavo in piccole prove di narrativa gialla. In seguito sempre e solo spezzoni, sporadici frammenti in cui sfogavo le voglie che puntualmente riaffioravano, giusto il tempo di una manciata di giorni, raramente settimane, per poi tornare a sopirsi. In vent’anni ho portato a compimento solo un paio di modesti racconti, ma ho perso il conto delle volte in cui ho saggiato la vena ardente di costruire un romanzo. Tra queste due in particolare: all’indomani del congedo dal servizio di leva – che pur con moglie in attesa ho espletato – e a seguito della morte di mio padre. Mille volte in cui le mille emozioni che mi accingevo a trasferire su carta naufragavano irrimediabilmente nell’indolenza di una resa incondizionata: tra me e me confessavo che non ne sarei mai stato capace. Mai! Fino a quando d’improvviso, del tutto inaspettatamente, ce l’avrei invece e finalmente fatta!

L’avventura di “Sguardo nel nulla” è nata un paio d’anni dopo. Ed è un romanzo che amo.

Febbraio 2006: arriva Akkuaria. Una fortunata casualità ha voluto che una solerte e instancabile lettrice di “Lettura incrociata” – una delle numerose piazze virtuali dell’oceano internet – si imbattesse in “Sguardo nel nulla” e lo ritenesse meritevole di segnalazione a una casa editrice con cui collabora, fino al punto di portarmi qui. E “lusingato” può solo in parte esprimere la soddisfazione di esserci, se è vero che si tratta di un traguardo ambito da una moltitudine di aspiranti scrittori, spesso costretti a desistere. Lusingato, comunque, ma insieme “felicemente” preoccupato…

Lavoro a Firenze da otto mesi, ormai. Sono direttore di sede. Da otto mesi ho riposto la penna nel cassetto. “Sguardo nel nulla”  ha visto la luce a Torino e ha richiesto un anno. Qui, in questa pur fantastica città d’arte, ho solo potuto scarabocchiare un paio di nuove idee, stanti gli impegni professionali che mi legano per almeno una dozzina di ore al giorno, spesso di più.

Edizione 2006 © Associazione Akkuaria 
Foto di Copertina Stefano Carloni

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