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Erberto Accinni
Gli uguali del tempo
(Romanzo)

In copertina: “Verità” illustrazione di Valentina Accinni

 

Presentazione dell'Autore

Ero triste dopo aver finito di scrivere questo libro. Per parecchio tempo avevo convissuto con il romanzo, con la sua storia. Molte volte i consigli per proseguire erano venuti da dentro e narrare non era stata una fatica. Avevo sentito dire sempre che si può fare una guerra con le parole, attraverso le parole. Mi venne da chiedermi se si poteva fare una guerra per le parole. Così le parole sono state l’argomento del libro; le parole e l’uso improprio che se ne fa.
Le parole hanno un senso; ce ne sono tante nella lingua italiana, proprio perché ciascuna serve a rappresentare le diverse situazioni.

Una semplificazione di linguaggio è un ostacolo a corrette rappresentazioni della realtà. Tutto si appiattisce, diventa standard, fa perdere sfumature e gradazioni della verità. E ometto la malafede di certuni discorsi, dove l’uso improprio delle parole è accuratamente studiato.
In un momento storico non ben precisato, l’umanità va verso l’atrofia mentale, ubriacata dalla facilità con la quale si può possedere. Il benessere, dato a tutti senza difficoltà, toglie uno dei principali scopi della vita: il piacere della conquista.
Si vive di prodotti preconfezionati, di idee preconfezionate; i sentimenti sono superficiali, di maniera. Nessuno ha più un proprio sentire ma si fa manipolare da influssi collettivi.
Il proprio gusto non esiste più. Tutto è un’ubriacatura di falsi valori.
La facilità con la quale si può accedere alle cose fa cadere il bisogno di desiderare. Cresce la frustrazione, l’isolamento, cadono i sogni, cresce l’entropia.
Rammentiamo la poesia più famosa di Manzoni, il 5 maggio, che bene esprime il concetto del desiderare:
la procellosa e trepida gioia di un gran disegno, l’ansia di un cuore indomito che serve pensando al regno, e il giunge e tiene un premio ch’era follia sperar, tutto ei provò

Non ho voluto dire la mia in concorrenza con scrittori di guerra ben più titolati di me: Rigoni Stern, Lussu, Hemingway, per citarne soltanto alcuni. Ho soltanto constatato che c’è e ne ho parlato, e non con la loro autorevolezza.
Non intendevo esaltarla. Non volevo nemmeno giustificarla. Ho inteso soltanto dire che è una azione che esiste, esattamente come l’allungare una mano e vibrare una coltellata o porgere un pezzo di pane.
Se l’umanità vivesse sempre in pace, non potrebbero esserci passioni, desideri. Se non ci fosse l’ego non ci sarebbe granché. La vita sarebbe serena, quieta, dolce. Noiosa.
La si condanna, perché si dice che fa male agli affari, perche Cristo ha detto di amarci come fratelli, perché durante la guerra nessuno lavora più i campi; ma gli uomini amano la guerra più degli affari, più dei campi. Più di Cristo.
La si invoca perché serve più di ogni altra cosa per affermare le proprie idee, i propri diritti, i propri interessi… il proprio ego.
Alle spalle di motivazioni perbenistiche e di facciata sul valore della pace, sull’esaltazione della democrazia, del rispetto, della libertà, aleggia sempre uno spettro nero: Thanatos.
Scrivendo, la mia moralistica, cattolica aspirazione di un mondo in pace, ha cessato di essere fanciulla.
Le liti dell’oratorio sedate da don Franco, gli spintoni fra compagni di scuola, l’antagonismo con i colleghi, persino il desiderio di possedere donne o essere posseduto, sono apparsi per quello che sono: guerra; desiderio di sopraffazione e di prevaricazione; desiderio di imporre l’ego.
Era della violenza che volevo scrivere. La violenza che si cerca di trattenere per non essere emarginati. Nelle sue forme: fisica e verbale; e ognuno coltiva violenza per tutta la vita, spesso senza darle un vero sfogo. La violenza quale parte deleteria dell’aggressività: una delle fonti energetiche freudiane.
Scrivendo, un concetto prendeva sempre più spazio: amore e odio sono parole maschili; aggressività, violenza, anche passione, sono femminili.
È come se i concetti maschili non avessero modo di esprimersi se non attraverso le azioni suggerite dal femminile.
È stato sorprendente, ma devo riconoscere che si è sviluppato da solo. Mani e attenzione sono state soltanto strumenti di questo concetto che mi ha preso e condotto per buona parte dello scritto.
L’uomo ha avuto in dono da Dio il potere di dare vita e morte. Il suo completamento femminile è lo strumento con quale realizzare amore (vita) oppure odio (morte).
Uno dei concetti sempre presente nell’incitare alla guerra è quello di difendere le proprie donne e le proprie case. È una incitazione malvagia, ma funziona, forse facendo leva sul bisogno maschile di difendere e proteggere ciò che gli permette di esprimersi. Poi mentre è in guerra l’uomo canta Lili Marleen, O surdato innamorato, Tipperary, la Adelita, ma questo ora non c’entra.
E allora spetta al maschile avere i concetti, ma al femminile la capacità di svilupparli.
Così vita e morte sono femminili. Il seme feconda la terra, che è vita e morte.
I sensi riconoscono questo principio: i sensi aiutano nell’azione di andare verso il femminile a cogliere quanto serve perché i sentimenti di base, amore e odio, possano esprimersi e avere un completamento.
Così questo forse può spiegare il connubio amore e psiche, amore e morte, amore e vita, amore e passione.
Ma l’uomo ama la guerra. Se non c’è una buona ragione per farla se la inventa, perché nella pace c’è stagnazione e forse serve il tormento perché la quiete – dopo – possa avere un po’ di spazio.

Sempre più mi addentro fra parole maschili che hanno per contraltare parole femminili. Guerra, spada, pistola, bombarda, battaglia, vittoria, sconfitta, tregua, patria, tutte servono per ideali maschili: onore, valore, coraggio, ardimento, sprezzo del pericolo.
L’azione (maschile) comincia nella provocazione (femminile), e finisce nella vittoria o nella resa: ancora femminili.
Quando la guerra finisce? Quando l’orgoglio, il valore, il coraggio sono definitivamente piegati nella stanchezza o nella soddisfazione, e allora l’intelligenza ha finalmente una ragione per alzarsi in piedi e la pace, femminile per eccellenza, può avere il suo momentaneo successo.
La voglia di distruggere ed essere distrutti trovano così tregua momentaneamente.

Ora però è necessario che non ci si faccia ingannare da alcune evidenze quali la larghezza delle spalle e del petto, o le curve sinuose e allettanti. Maschile e femminile albergano entrambi in un corpo. Non vi è completezza se non si riconosce questo fatto.
Donne manager, uomini casalinghi: cosa è veramente sbagliato?
La natura non commette errori. Se dal punto di vista umano ci pare che un bambino nato deforme sia uno scherzo cattivo, in un ordine superiore di pensiero ci sarebbe invece da chiedersi perché un’anima abbia deciso di incarnarsi proprio in quella forma.
Del pari, se un maremoto fa migliaia di vittime come le facevano il colera e la peste, non ci sarà forse il motivo di mantenere l’equilibrio fra maschile e femminile? equilibrio che uomini e donne da soli non sanno tenere.
Se dobbiamo tutti sottostare a un fato, o destino, o disegno divino, dobbiamo accettare che oltre al nostro potere terreno di dare vita e morte, ne esiste uno superiore, che ci ricorda la gerarchia che governa il caos. E la violenza è uno dei suoi strumenti.
Le leggi umane esistono perché nessuno si lasci sopraffare da questo bisogno, ma l’uomo ama la guerra.
Non ci sarà un disegno superiore a lui, anche in questo? Non è possibile che anche facendo la guerra egli stia adempiendo alla volontà del padre suo, magari credendo di avere il libero arbitrio?
Non arriverà mai il giorno della fratellanza. Per quanto possa sopravvivere l’umanità, sempre ci sarà una guerra e poi una pace. È quindi ragionevolmente vero che ci si debba lamentare quando tocca a noi; anche il lamento fa parte delle voci che andando verso l’alto sono ascoltate, come le preghiere e le bestemmie. Non so se correggono qualcosa nei disegni divini, ma facciamole lo stesso.
Quando la zingara ci avvicina, sporca e bassa, rivolgendosi a noi in alto, augurandoci con tono cantilenante fortuna e successo e figli in abbondanza, cos’è che ci infastidisce davvero?
Il tono querulo, che altera un nostro equilibrio interiore già precario?
Essere parte – con un’offerta – della sua momentanea soddisfazione del bisogno che noi invece ci guadagniamo giorno dopo giorno con il lavoro?
Il fatto che furbescamente cerca di sottrarci denaro?
Se noi rifiutiamo, perché non dovrebbe farlo Dio, che stando a quello che ci dicono deve reggere degli equilibri ben più ampi del nostro equilibrio interiore. La capacità di ascoltare o meno, in fondo ce l’ha data lui.
Se scansando la zingara cerchiamo di preservare la nostra integrità terrena, perché lui non può proteggere l’integrità universale, con catastrofi naturali, ma anche lasciandoci fare la guerra?
Del pari, se infastiditi diamo qualche moneta alla zingara per togliercela dai piedi, perché lui – infastidito – ogni tanto non dovrebbe concedere pace e far gioire gli umani, soltanto un po’?
Negli opposti fra la visione terrena e quella divina stiamo noi, anelando pace disposti a tutto pur di averla, anche alla guerra.
Sempre è necessario che ciascuno vigili su se stesso per far vivere ogni sua parte maschile e femminile che lo conduce all’integrità, secondo i concetti di giusto equilibrio ma sapendo che sono concetti.
E ancora una volta: concetto è una parola maschile, realizzazione – e quindi attuazione – è femminile.
In questa giustapposizione ci inseriamo noi, col nostro umano giudizio di: giusto-sbagliato, vero-falso, buono-cattivo.
Forse arriverà il giorno in cui qualcuno li guarderà per quello che sono: fatti, senza necessità di aggettivi qualificativi. Se davvero riuscirà a vincere il bisogno di giudicarli, quel qualcuno sarà riuscito a vincere – anche soltanto per un momento – sulla sua natura umana e sarà con Dio più di tutti i santi del mondo.
Ma siamo uomini. Esistono in noi la scintilla divina e la concretezza corporea. Se le anime possono essere d’accordo i corpi non lo saranno mai. E la natura sarà sempre conflittuale, raramente armoniosa: quel tanto che basta per farci comprendere che non c’è l’una se non c’è l’altra.
Ma attenzione alla trappola. Il desiderio chiede ogni tipo di sforzo per essere realizzato. E qualcuno qui potrà pensare che il desiderio sia la vera fonte del male e del bene.
Non è così. Desiderare il bene fa da contraltare a desiderare il male. Il desiderio è, e basta, verso qualunque azione sia indirizzato.
Penso che non si possa far diversamente. Se usciamo di qui desiderando conservare un senso di benessere che auguro a ciascuno, e qualcuno ha messo la macchina in seconda fila bloccandoci, il nuovo desiderio è di fargli una faccia tanto di schiaffi.
Nessuno di noi vuole la pace, c’è stagnazione nella pace.
Ce lo insegnano a sei anni col primo giorno di scuola. Pie promesse di stare tutti assieme e imparare l’abc e giocare assieme, e studiare assieme, tutti, tutti noi, come tanti piselli in un baccello. Poi viene il momento dei voti… e qualcuno è più bravo di altri. Viene il momento dei giochi, e qualcuno corre di più. È la guerra.
Con queste premesse è difficile saper fare diversamente. Ma la competizione ancora una volta serve: senza di lei ci sarebbe il piattume. È facile qui individuare la forza del movimento.
Forse ci converrebbe – giunti a questo punto – desiderare la giusta misura.

Ho giocato con le parole? Sì, ma non le ho create io.
Io ne ho osservato soltanto il genere: maschile – femminile. E sono arrivato alla conclusione che se ognuna ha la sua specificità non è un caso.
Ci è stato detto di amarci l’un l’altro e questo ha una ragione che tutti comprendono.
Ma anche odiarci è una ragione, valida in termini umani quanto è valido amarci.
Continuiamo quindi a sforzarci verso la via del bene, ma ammettiamo anche che senza il male non potremmo desiderare il bene.
Un ultimissimo piccolo gioco verbale: la via verso il bene… LA via (mezzo) verso IL bene (destinazione).
E queste parole? in definitiva sono LA soddisfazione de LO ego.
Allora: si può far la guerra per le parole? Evidentemente sì.


 Erberto Accinni

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Edizione 2011 © Associazione Akkuaria 
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