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Erberto Accinni
Il vascello incantato


pp. 127 - edizione 2007 – € 12,00
ISBN 978-88-89418-81-9

 

Ebook € 3,49
ISBN 978-88-6328-225-2
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Presentazione dell'Autore
Il libro comincia con una frase che giudico buona:
A quel tempo avevo due amici e una ragazza, e volevo bene a tutti e tre.
Il titolo è stato preso in prestito da Dante, un sonetto della raccolta "vita nuova", mi pare.
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e posti in un vasel che ad ogni vento
per mare andasse a voler vostro e mio.

Nelle scuole di psicologia progredite si spiega cos'è un atto di volontà: azioni sagge, buone, sapienti.
Ora, cosa c'è di più buono che volere amare?
Avevo quindici anni e questo mi capitò: amare due amici e amare una ragazzina.

Non mi importava niente di essere bravo a scuola. Avevo delle emozioni che si muovevano dentro e che premevano per uscire. Erano le prime e forse in qualche momento ne avevo anche vergogna perché non sapevo bene cosa fosse quella massa che si muoveva dentro.
Il destino mi ha fatto nascere maschio e ho dovuto recitare questo ruolo, ma poiché l'anima non ha un sesso, guarda altre cose, non viene a chiedere cosa sei sotto le mutande.
Forse non sempre, e non a tutti, chiede spazio; anche dentro i confini che l'umanità si è data; e i confini sono maschile e femminile; sicuramente una necessità imposta per la perpetuazione della specie, ma se si capisce questo, allora è più semplice capire che anche la perpetuazione necessita di anima, non soltanto di atti formali.
E allora ecco l'amore, forse. Se l’anima prende spazio allora dovrebbe essere più facile estendere il concetto e lasciarlo andare oltre. Dopo l’unione tra maschile e femminile potrebbe lasciar comprendere altri amori. L’anima così potrebbe espandersi.
Ma io non so spiegare che cosa sia l’amore, nemmeno mi compete farlo.
Posso soltanto prendere atto di un fatto: c'è. Se biologicamente mi fa cercare una donna, ad un livello superiore mi fa cercare un'altra anima alla quale rivolgere le mie attenzioni.
Nasce così lo scambio, che va oltre ogni dire e oltre ogni confine delle parole. C’é, si sente, lo provi. Se non ti distrai troppo ne resti anche affascinato.
Ma distrarsi è la cosa più semplice del mondo. Ti guardi in giro e subito sei distolto da quel mondo interiore che aspetta di vivere insieme a te, con te, in te.
In quel mondo tutto c'è da sempre, non se n'e mai andato. È la borsa di Mary Poppins dalla quale estrarre tutto il tuo sentire, un sentimento alla volta, per lasciarlo libero di vivere.
Non tutto insieme, un sentimento alla volta.
Rammenterete il vaso di Pandora. Tolto il coperchio uscì di tutto e si sparse sull'umanità, dissolvendo nel tempo l'età dell'oro e accompagnandoci fino ad oggi: l'età del ferro.
L’età dell’oro non poteva però morire; gli dei la nascosero, e perché fosse sempre ben conservata e non andasse mai persa la posero dove l’uomo non l’avrebbe mai trovata: nel suo cuore.
Nei ragazzini, se non li distraiamo con i nintendo e i cellulari, c’è. Ai miei tempi poi i nintendo non c’erano e quindi poteva aver una vita un po’più lunga.

Ma poi le regole della società ti acchiappano. Ti dicono quello che devi e che non devi. Ti dicono di cosa hai bisogno e quello che non ti serve. Tu ci credi e cominci a rullare in questa tempesta di cose inutili che dovrebbero farti vivere bene, ma che ti fanno lamentare tutti i giorni.
Se sei fortunato arriva il momento in cui te ne accorgi e ti chiedi cosa puoi fare.
Se non sei fortunato continui per quella strada e muori senza sapere perché diavolo qualcuno ti ha dato un soffio di vita. E nel frattempo, si rendono necessarie le cure olistiche, ayurvediche, naturopatiche, la psicologia, per rimettere ordine in quel caos che siamo e ricordarci quello che abbiamo dentro. Che abbiamo e non sappiamo più di avere.
Ci occorre qualcuno che ce lo ricordi, perché fra una supposta che infilano da sotto e una pasticca che ti fanno inghiottire da sopra tu continui a star male.
A qualcuno è capitato di non riuscire ad inghiottire una pastiglietta piccola, che si incastra in gola e non va giù? Perché non va giù? Perché il tuo corpo non ha bisogno di quello? Gli serve altro?
Gli serve essere riconosciuto ed accettato come la parte visibile di qualcosa di superiore? l’anima? la sede dei sentimenti? delle emozioni’ della volontà, buona, saggia, sapiente? Quella che molti confondono con la caparbietà, l’orgoglio, la determinazione di avere, ottenere.., arrivare?

Che me ne importava di esser bravo a scuola, esser un figlio modello, realizzare i sogni, le aspirazioni, i desideri di una famiglia che mi voleva.., non sapevano nemmeno loro come.
Io volevo essere, volevo vivere la mia età, il mio tempo; con Lapo e Guido volevo che il mio vascello andasse a voler loro e mio, portando me, e loro, e la mia Beatrice, dove i soli bisogni erano emotivi e i primi approcci verso la sessualità: scambiarci l’anima, magari a fior di labbra con Beatrice. Volevo crescere, ma con i miei tempi. E questo la società non lo permette.

Il tempo è passato e ha imposto gli obblighi. Devi sapere questo, e quello, e quest’altro ancora. La religione offriva ben poco, altre regole che non ho mai sentito mie.
E poi non sono stato capace di far vivere le emozioni dell’anima coniugandole con i bisogni del corpo: mangiare, bere, vestirmi e procurarmi tutte queste cose da me.
Come molti ho imparato a rendermi indipendente dalla mia famiglia di origine e dipendente dalla nuova famiglia che mi ero creato, ma non ho saputo farlo e mantenere viva l’anima e il suo oro.
E l’anima che non muore si è ritirata, aspettando tempi migliori. Persone sagge me l’hanno rammentata, e so ora che vive e vivrà oltre il tempo che mi è dato. In qualche punto dell’universo si congiungerà ad altre anime che si incarneranno per provare in quello che io non ho saputo fare. E manterranno la vita dello spirito, per realizzare quello che ora pare difficile.

Ma a quel tempo conobbi i desideri dell’anima, la sua esistenza, il suo palpitare e vivere, e in quella fase della mia vita incontrai un’altra anima, che era femmina e il completamente naturale e biologico di me che ero maschio; per un po’sentimmo e provammo le stesse cose.
Ora penso che le anime non muoiono perché sono frammenti di un essere supremo; se si incarnano devono provare a suggerire la comunione fra materiale e spirituale.

Io non so cosa sia l’amore, mi sono limitato a constatarne l’esistenza.. e a subirne le conseguenze, perché quando finì mi parve che per sempre il mondo fosse finito.
Ancora oggi sento qualcosa che dentro si ribella, ma oggi ho una risposta in più da darmi: non era la mia anima.
Possiamo star qui giorni a domandarci perché, ma forse la conclusione è una sola: le anime sono tutte uguali nelle loro aspirazioni, sono gli atti di incarnazione che le rendono diverse. E allora per realizzare le aspirazioni occorre andare su un altro livello e accettare i corpi che siamo e non pretendere di modificare ciò che è, per adattarlo al nostro desiderio che sia.
È un errato uso della volontà.
Consapevolezza, volontà, coscienza, non importa più come chiamarle. A quel livello le parole non servono e non ci sono confusioni e liti sul lessico giusto da usare.

Così a quel tempo avevo due amici e una ragazza e volevo bene a tutti e tre.
E bisogna far qualcosa perché quell’amore non si perda, non venga lavato via.
Proseguendo nell’arte del vivere ho avuto più occasioni per imparare ad ascoltare le voci dentro. Ho imparato che l’amore è. Si può farlo vivere sempre, e non è mai facile.
Sto provandoci ora. E lo scopro in tante piccole cose, anche se – sempre – distrarsi e la cosa più facile del mondo.
È un sogno? Forse sì, ma è bello....

 
 

Erberto Accinni
...Perché una è la sorte

pp. 200 - edizione 2008 – € 12,00


ISBN 978-88-6328-051-7
Ebook € 3,49
ISBN 978-88-6328-122-4
Vai al formato Ebbok

Erberto Accinni
...Perché una è la sorte (romanzo)
In copertina opera di Salvatore Boccia

Venti uomini e donne su tre scialuppe di salvataggio, dopo un naufragio, trovano rifugio su un’isola in mezzo al Pacifico. C’è chi vuole andarsene, chi vuole restare per paura di tornare in mare, chi vive sperando che qualcuno prima o poi venga a salvarlo, chi è convinto che la sua vita finirà lì.
Ambientato su un’isola in mezzo al niente, il racconto non è un saggio sull’arte marinara né un trattato sulla vita da naufraghi, anche se ogni particolare è curato al meglio; è un viaggio, che si fa restando fermi.
Un viaggio verso il sé, alla scoperta di piccole emozioni, di risvolti o pieghe del cuore, alla ricerca di ogni pensiero che balena per un attimo e subito scompare; pensiero che a volte è così impercettibile da sfuggire alla possibilità di fermarlo e descriverlo; a volte così sottile da scambiarlo per una cavillosa speculazione mentale.
Spesso il personaggio è come uno spettatore: di sé, degli altri, di sé in mezzo agli altri; di un destino che può scrivere soltanto in parte, perché qualcosa di più grande già è stato deciso.
Il viaggio verso la sua conoscenza gli rivela aspetti di sé a lui talvolta ignoti e in ciascuno di essi vive profondamente le emozioni, le sensazioni e le sfaccettature, di pensiero e azione, proprie di ognuno di questi modi di agire e quindi essere.
È un percorso dentro un uomo, che non si racconta perché non c’è tempo, perché non ci si aspetta che lo si faccia o perché pochi lo credono utile.

 

 
 

Erberto Accinni
Gli eguali nel tempo
 


pp. 259 edizione 2011 - € 15.00
ISBN 978-88-6328-035-7

Ebook € 3,49
ISBN 978-88-6328-167-5
Vai al formato e.book epub - mobi € 3,49

Erberto Accinni
Gli uguali del tempo (Romanzo)
In copertina: “Verità” illustrazione di Valentina Accinni

Presentazione dell'Autore
Ero triste dopo aver finito di scrivere questo libro. Per parecchio tempo avevo convissuto con il romanzo, con la sua storia. Molte volte i consigli per proseguire erano venuti da dentro e narrare non era stata una fatica. Avevo sentito dire sempre che si può fare una guerra con le parole, attraverso le parole. Mi venne da chiedermi se si poteva fare una guerra per le parole. Così le parole sono state l’argomento del libro; le parole e l’uso improprio che se ne fa.
Le parole hanno un senso; ce ne sono tante nella lingua italiana, proprio perché ciascuna serve a rappresentare le diverse situazioni.
Una semplificazione di linguaggio è un ostacolo a corrette rappresentazioni della realtà. Tutto si appiattisce, diventa standard, fa perdere sfumature e gradazioni della verità. E ometto la malafede di certuni discorsi, dove l’uso improprio delle parole è accuratamente studiato.
In un momento storico non ben precisato, l’umanità va verso l’atrofia mentale, ubriacata dalla facilità con la quale si può possedere. Il benessere, dato a tutti senza difficoltà, toglie uno dei principali scopi della vita: il piacere della conquista.
Si vive di prodotti preconfezionati, di idee preconfezionate; i sentimenti sono superficiali, di maniera. Nessuno ha più un proprio sentire ma si fa manipolare da influssi collettivi.
Il proprio gusto non esiste più. Tutto è un’ubriacatura di falsi valori.
La facilità con la quale si può accedere alle cose fa cadere il bisogno di desiderare. Cresce la frustrazione, l’isolamento, cadono i sogni, cresce l’entropia.
Rammentiamo la poesia più famosa di Manzoni, il 5 maggio, che bene esprime il concetto del desiderare:
la procellosa e trepida gioia di un gran disegno, l’ansia di un cuore indomito che serve pensando al regno, e il giunge e tiene un premio ch’era follia sperar, tutto ei provò

Non ho voluto dire la mia in concorrenza con scrittori di guerra ben più titolati di me: Rigoni Stern, Lussu, Hemingway, per citarne soltanto alcuni. Ho soltanto constatato che c’è e ne ho parlato, e non con la loro autorevolezza.
Non intendevo esaltarla. Non volevo nemmeno giustificarla. Ho inteso soltanto dire che è una azione che esiste, esattamente come l’allungare una mano e vibrare una coltellata o porgere un pezzo di pane.
Se l’umanità vivesse sempre in pace, non potrebbero esserci passioni, desideri. Se non ci fosse l’ego non ci sarebbe granché. La vita sarebbe serena, quieta, dolce. Noiosa.
La si condanna, perché si dice che fa male agli affari, perche Cristo ha detto di amarci come fratelli, perché durante la guerra nessuno lavora più i campi; ma gli uomini amano la guerra più degli affari, più dei campi. Più di Cristo.
La si invoca perché serve più di ogni altra cosa per affermare le proprie idee, i propri diritti, i propri interessi… il proprio ego.
Alle spalle di motivazioni perbenistiche e di facciata sul valore della pace, sull’esaltazione della democrazia, del rispetto, della libertà, aleggia sempre uno spettro nero: Thanatos.
Scrivendo, la mia moralistica, cattolica aspirazione di un mondo in pace, ha cessato di essere fanciulla.
Le liti dell’oratorio sedate da don Franco, gli spintoni fra compagni di scuola, l’antagonismo con i colleghi, persino il desiderio di possedere donne o essere posseduto, sono apparsi per quello che sono: guerra; desiderio di sopraffazione e di prevaricazione; desiderio di imporre l’ego.
Era della violenza che volevo scrivere. La violenza che si cerca di trattenere per non essere emarginati. Nelle sue forme: fisica e verbale; e ognuno coltiva violenza per tutta la vita, spesso senza darle un vero sfogo. La violenza quale parte deleteria dell’aggressività: una delle fonti energetiche freudiane.
Scrivendo, un concetto prendeva sempre più spazio: amore e odio sono parole maschili; aggressività, violenza, anche passione, sono femminili.
È come se i concetti maschili non avessero modo di esprimersi se non attraverso le azioni suggerite dal femminile.
È stato sorprendente, ma devo riconoscere che si è sviluppato da solo. Mani e attenzione sono state soltanto strumenti di questo concetto che mi ha preso e condotto per buona parte dello scritto.
L’uomo ha avuto in dono da Dio il potere di dare vita e morte. Il suo completamento femminile è lo strumento con quale realizzare amore (vita) oppure odio (morte).
Uno dei concetti sempre presente nell’incitare alla guerra è quello di difendere le proprie donne e le proprie case. È una incitazione malvagia, ma funziona, forse facendo leva sul bisogno maschile di difendere e proteggere ciò che gli permette di esprimersi. Poi mentre è in guerra l’uomo canta Lili Marleen, O surdato innamorato, Tipperary, la Adelita, ma questo ora non c’entra.
E allora spetta al maschile avere i concetti, ma al femminile la capacità di svilupparli.
Così vita e morte sono femminili. Il seme feconda la terra, che è vita e morte.
I sensi riconoscono questo principio: i sensi aiutano nell’azione di andare verso il femminile a cogliere quanto serve perché i sentimenti di base, amore e odio, possano esprimersi e avere un completamento.
Così questo forse può spiegare il connubio amore e psiche, amore e morte, amore e vita, amore e passione.
Ma l’uomo ama la guerra. Se non c’è una buona ragione per farla se la inventa, perché nella pace c’è stagnazione e forse serve il tormento perché la quiete – dopo – possa avere un po’ di spazio.

Sempre più mi addentro fra parole maschili che hanno per contraltare parole femminili. Guerra, spada, pistola, bombarda, battaglia, vittoria, sconfitta, tregua, patria, tutte servono per ideali maschili: onore, valore, coraggio, ardimento, sprezzo del pericolo.
L’azione (maschile) comincia nella provocazione (femminile), e finisce nella vittoria o nella resa: ancora femminili.
Quando la guerra finisce? Quando l’orgoglio, il valore, il coraggio sono definitivamente piegati nella stanchezza o nella soddisfazione, e allora l’intelligenza ha finalmente una ragione per alzarsi in piedi e la pace, femminile per eccellenza, può avere il suo momentaneo successo.
La voglia di distruggere ed essere distrutti trovano così tregua momentaneamente.

Ora però è necessario che non ci si faccia ingannare da alcune evidenze quali la larghezza delle spalle e del petto, o le curve sinuose e allettanti. Maschile e femminile albergano entrambi in un corpo. Non vi è completezza se non si riconosce questo fatto.
Donne manager, uomini casalinghi: cosa è veramente sbagliato?
La natura non commette errori. Se dal punto di vista umano ci pare che un bambino nato deforme sia uno scherzo cattivo, in un ordine superiore di pensiero ci sarebbe invece da chiedersi perché un’anima abbia deciso di incarnarsi proprio in quella forma.
Del pari, se un maremoto fa migliaia di vittime come le facevano il colera e la peste, non ci sarà forse il motivo di mantenere l’equilibrio fra maschile e femminile? equilibrio che uomini e donne da soli non sanno tenere.
Se dobbiamo tutti sottostare a un fato, o destino, o disegno divino, dobbiamo accettare che oltre al nostro potere terreno di dare vita e morte, ne esiste uno superiore, che ci ricorda la gerarchia che governa il caos. E la violenza è uno dei suoi strumenti.
Le leggi umane esistono perché nessuno si lasci sopraffare da questo bisogno, ma l’uomo ama la guerra.
Non ci sarà un disegno superiore a lui, anche in questo? Non è possibile che anche facendo la guerra egli stia adempiendo alla volontà del padre suo, magari credendo di avere il libero arbitrio?
Non arriverà mai il giorno della fratellanza. Per quanto possa sopravvivere l’umanità, sempre ci sarà una guerra e poi una pace. È quindi ragionevolmente vero che ci si debba lamentare quando tocca a noi; anche il lamento fa parte delle voci che andando verso l’alto sono ascoltate, come le preghiere e le bestemmie. Non so se correggono qualcosa nei disegni divini, ma facciamole lo stesso.
Quando la zingara ci avvicina, sporca e bassa, rivolgendosi a noi in alto, augurandoci con tono cantilenante fortuna e successo e figli in abbondanza, cos’è che ci infastidisce davvero?
Il tono querulo, che altera un nostro equilibrio interiore già precario?
Essere parte – con un’offerta – della sua momentanea soddisfazione del bisogno che noi invece ci guadagniamo giorno dopo giorno con il lavoro?
Il fatto che furbescamente cerca di sottrarci denaro?
Se noi rifiutiamo, perché non dovrebbe farlo Dio, che stando a quello che ci dicono deve reggere degli equilibri ben più ampi del nostro equilibrio interiore. La capacità di ascoltare o meno, in fondo ce l’ha data lui.
Se scansando la zingara cerchiamo di preservare la nostra integrità terrena, perché lui non può proteggere l’integrità universale, con catastrofi naturali, ma anche lasciandoci fare la guerra?
Del pari, se infastiditi diamo qualche moneta alla zingara per togliercela dai piedi, perché lui – infastidito – ogni tanto non dovrebbe concedere pace e far gioire gli umani, soltanto un po’?
Negli opposti fra la visione terrena e quella divina stiamo noi, anelando pace disposti a tutto pur di averla, anche alla guerra.
Sempre è necessario che ciascuno vigili su se stesso per far vivere ogni sua parte maschile e femminile che lo conduce all’integrità, secondo i concetti di giusto equilibrio ma sapendo che sono concetti.
E ancora una volta: concetto è una parola maschile, realizzazione – e quindi attuazione – è femminile.
In questa giustapposizione ci inseriamo noi, col nostro umano giudizio di: giusto-sbagliato, vero-falso, buono-cattivo.
Forse arriverà il giorno in cui qualcuno li guarderà per quello che sono: fatti, senza necessità di aggettivi qualificativi. Se davvero riuscirà a vincere il bisogno di giudicarli, quel qualcuno sarà riuscito a vincere – anche soltanto per un momento – sulla sua natura umana e sarà con Dio più di tutti i santi del mondo.
Ma siamo uomini. Esistono in noi la scintilla divina e la concretezza corporea. Se le anime possono essere d’accordo i corpi non lo saranno mai. E la natura sarà sempre conflittuale, raramente armoniosa: quel tanto che basta per farci comprendere che non c’è l’una se non c’è l’altra.
Ma attenzione alla trappola. Il desiderio chiede ogni tipo di sforzo per essere realizzato. E qualcuno qui potrà pensare che il desiderio sia la vera fonte del male e del bene.
Non è così. Desiderare il bene fa da contraltare a desiderare il male. Il desiderio è, e basta, verso qualunque azione sia indirizzato.
Penso che non si possa far diversamente. Se usciamo di qui desiderando conservare un senso di benessere che auguro a ciascuno, e qualcuno ha messo la macchina in seconda fila bloccandoci, il nuovo desiderio è di fargli una faccia tanto di schiaffi.
Nessuno di noi vuole la pace, c’è stagnazione nella pace.
Ce lo insegnano a sei anni col primo giorno di scuola. Pie promesse di stare tutti assieme e imparare l’abc e giocare assieme, e studiare assieme, tutti, tutti noi, come tanti piselli in un baccello. Poi viene il momento dei voti… e qualcuno è più bravo di altri. Viene il momento dei giochi, e qualcuno corre di più. È la guerra.
Con queste premesse è difficile saper fare diversamente. Ma la competizione ancora una volta serve: senza di lei ci sarebbe il piattume. È facile qui individuare la forza del movimento.
Forse ci converrebbe – giunti a questo punto – desiderare la giusta misura.

Ho giocato con le parole? Sì, ma non le ho create io.
Io ne ho osservato soltanto il genere: maschile – femminile. E sono arrivato alla conclusione che se ognuna ha la sua specificità non è un caso.
Ci è stato detto di amarci l’un l’altro e questo ha una ragione che tutti comprendono.
Ma anche odiarci è una ragione, valida in termini umani quanto è valido amarci.
Continuiamo quindi a sforzarci verso la via del bene, ma ammettiamo anche che senza il male non potremmo desiderare il bene.
Un ultimissimo piccolo gioco verbale: la via verso il bene… LA via (mezzo) verso IL bene (destinazione).
E queste parole? in definitiva sono LA soddisfazione de LO ego.
Allora: si può far la guerra per le parole? Evidentemente sì.

 

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