
Si dedicò alla scrittura di questo testo con grande impegno
È in quello spazio di tempo ove le ore, i giorni, i mesi e gli anni
galleggiano tra i ricordi e fluttuano leggeri come sogni e non hanno
temporalità: tutto si confonde e si uniforma in un breve lasso di
vita, per restituirla intatta al presente.
Ecco cosa rappresentano le pagine qui riportate: sono state scritte
in più quaderni, all’incirca dodici anni fa, quando io stessa
costrinsi mio padre, con la promessa che l’avrei pubblicato. Ne sono
trascorsi di anni da allora, ma la “parola data” si deve
mantenere...
Mio padre, ad insaputa del vero motivo che mi spinse a farlo, si
dedicò con grande impegno alla scrittura, accettando il compito come
una missione importante; un compito ben preciso.
In effetti lo fu! Ricorderò sempre il suo modo di fare quand’era
colto dall’ispirazione: prendeva penna e quaderno e pretendeva di
non essere disturbato da nessuno... ma per lui era la prima volta
che si accingeva ad affrontare l’impresa titanica dello scrivere.
Scrivere non è facile come parlare… scrivere è scrivere!
L’ambasciata ci piovve addosso a ciel sereno e cambiò in quel
preciso istante il corso dei nostri pensieri, della nostra vita. Da
quel momento ogni cosa si collocò davanti agli occhi di tutti noi
con una crudezza e un’impotenza indescrivibile.
Lo sguardo di mia sorella Pina non prometteva nulla di buono.
Pina, nata appena due anni dopo di me, mi sembrò più vecchia.
“Hai i risultati?” le chiesi.
“...Danno per scontato che si tratta di...” la sua voce era
concitata.
Era stata lei a portare a me e a Silvana, l’altra sorella, la brutta
notizia, che poi comunicammo a Mario, nostro fratello.
Ogni cosa di colpo perse forma: Papà! Oh! Dio mio... Papà! Non è
giusto tutto questo!
Quando una notizia di questa portata ti colpisce sai già che il
corso della vita è cambiato senza neanche accorgertene.
Nessun “perché” e nessun “come” fu capace di darci conforto.
Una sola decisione ci trovò d’accordo: raccogliere tutte le forze
per prepararci all’infausto evento. La preoccupazione principale fu
nel non far trapelare nulla a papà… non l’avrebbe retta.
Senza sconvolgere apparentemente la nostra tranquillità quotidiana
assecondammo tutto il periodo della sua malattia, appellandoci alla
buona volontà e a tutta la pazienza che non bastava mai.
Soltanto l’amore e la nostra silenziosa e costante presenza servì a
rendere migliore il tempo che gli rimase da vivere.
La mia “attività editoriale” era appena nata e dopo aver ideato e
stampato i primi “manufatti”, cuciti a mano, stavo mettendo in piedi
il progetto che da lì a qualche anno sarebbe diventato: La luna nel
secchio. Quattro o cinque anni prima avevo pubblicato con il Centro
Studi Spazio Vita, La voce delle donne, la prima raccolta di poesie.
Naturalmente il libro era rimasto chiuso nell’armadio: talmente ero
impegnata a crescermi i figli che avevo rimandato “la poesia” a
tempi migliori.
In quel momento fu proprio “la poesia” a ricordarmi quanto mi aveva
aiutata a superare un bruttissimo momento. La scrittura era stata
catartica, rigeneratrice!
Così mi venne l’idea di lasciare il libro in giro per casa: prima o
poi papà se ne sarebbe accorto. Infatti lo trovò.
L’orgoglio e il pudore erano sempre stati qualcosa che ci aveva
diviso. Non disse nulla; tra noi non c’era mai stata confidenza.
I miei genitori, fino ad un certo punto, avevano seguito e criticato
le passioni che mi coglievano all’improvviso: soltanto un brevissimo
lampo ispirativo che poi lasciavo andare.
Da giovane non riuscivo mai a completare un lavoro: le uniche
“opere” portate a termine sono stati i miei figli, e sol perché non
dipendeva da me...
L’attività letteraria (nell’ordine, giunta per ultima) non era nota
alla mia famiglia, che nel corso degli anni aveva dissentito da
tutti gli sprazzi creativi: dal ricamo alla pittura, dalla
fotografia all’uncinetto e così via.
Fu la materiale realizzazione della pubblicazione a convincere papà
che questa volta facevo sul serio. In questo modo non ci volle molto
per impegnarlo a raccontare quegli episodi che in ogni occasione ci
ricordava.
Scrivere un “libro” per regalarlo ai suoi nipoti fu un’idea che
colse al volo e in men che non si dica iniziò con il primo dei
cinque quaderni e continuò fino a quando ebbe la forza di farlo.
L’ultimo lo iniziò appena.
Scrivere è scrivere!
Il seme di questo frutto – che mese dopo mese germogliava su i
quaderni – fu piantato per il semplice motivo che a papà erano stati
diagnosticati sei mesi di vita.
Ebbene, la scrittura lo impegnò per quasi due anni.
Due anni trascorsi in una silenziosa sofferenza, sostenuta dal
silenzioso incitamento dei familiari. Quando giunse il suo momento
se ne andò senza mai rendersi conto della gravità sua malattia. Ci
lasciò senza mai sapere che ogni attimo prezioso della sua serenità,
dei suoi sorrisi e della sua sofferenza, noi tutti l’abbiamo vissuto
con il più profondo amore e affetto ed anche con l’amara
consapevolezza di goderci ogni istante della sua pur breve presenza.
Da quel giorno sono trascorsi dieci anni e adesso, con l’aiuto delle
mie nipoti, mi accingo a pubblicare le pagine di quei quaderni che
ho ricopiato.
In questo breve, ma straordinario viaggio nella vita di mio padre,
ho ripercorso attraverso la sua scrittura ora fitta fitta, ora
tremolante, ora più estesa, tutti i periodi in cui la malattia lo
devastava mentre diventavano più brevi i momenti in cui stava un po’
meglio.
Oggi mi resta la consapevolezza che questa stesura lo impegnò per
giorni interi, estraniandolo dalla realtà che viveva a tal punto da
proiettarlo, quasi con metodica inconsapevolezza, nel momento in cui
si trovò in guerra, con l’obiettivo di portare “la pelle a casa”.
Papà è nato in una modesta casa di Acireale, in un vicoletto di
Piazza Duomo, sotto le ali dei fasti gotici della Cattedrale.
Alla fine di questa stradina, un poco più avanti, c’era la bottega
di falegnameria di nonno Mariano.
Nonna Enna badava alla nidiata di figli. Erano otto: quattro femmine
e quattro maschi.
Gli ultimi nati erano gemelli. Uno dei due non sopravvisse e i figli
diventarono sette.
Il nonno era un bell’uomo, alto e dall’aspetto imponente. Era
l’unico tra i suoi fratelli ad avere gli occhi azzurri e i capelli
biondo oro, ma questo era l’unico “oro” in cui navigava.
In quel tempo la ricchezza era una condizione di vita talmente
lontana che non la si sognava neppure.
Mario Ambra (Nonno Mariano)
Decorato al valor militare (guerra 1915-1918)
Toccava a pochi fortunati nascere nei posti giusti, ma nella loro
casa una tazza di latte al mattino e un piatto di minestra a pranzo
e a cena non mancavano mai.
Di sicuro qualcheduno dei nostri antenati sarà stato nobile o di
“sangue blu” perché un nonsoché di portamento e gusto raffinato sono
stati elementi che hanno distinto la maggior parte dei componenti
della famiglia d’origine di mio padre. Una certa “aria di eleganza e
signorilità” è stata una matrice che si è impressa non soltanto sui
figli del nonno, ma anche nelle generazioni che si sono succedute.
Però, senza ombra di smentita, il più attivo e il più aperto al
progresso e alla modernità fu sempre mio padre.
Peccato che mio nonno, nel nascere, abbia sbagliato famiglia!
Mio padre nacque nel 1923. Ciò che caratterizzò le generazioni dei
primi del ‘900 fu il “mangiare”. Ancor oggi, per la gente di una
certa età, il “mangiare” è un fatto determinante: la cosa più
importante della vita. Un vivere quasi per mangiare e non mangiare
per vivere. C’è anche da ricordare che era la gente di una Italia
che prima viveva all’insegna della modestia e dell’umiltà, che
dovette adattarsi alle difficoltà dei conflitti della prima e della
seconda guerra mondiale.
Di mio padre posso assicurare che non si è mai alzato più tardi
delle sei del mattino: aveva in corpo una sorta di molla che lo
buttava giù dal letto, festivi e domeniche comprese.
Il lavoro è sempre stata la sua scelta di vita e amava lavorare il
legno più della sua stessa vita.
Leggendo e trascrivendo le righe che papà ci ha lasciato, ho
imparato a conoscere molti aspetti del suo carattere e questo grazie
ai quaderni che hanno raccolto la testimonianza di un ragazzo di
vent’anni, costretto a vivere un’avventura più grande di lui. Un
ragazzo che per forza di cose dovette imparare in fretta ad
affrontare la vita in un periodo che colpì la “meglio gioventù”
italiana.
Era (e rimase sempre) un impavido che a petto fiero era pronto a
scontrarsi con qualsiasi ingiustizia; ed era anche un ragazzo
spaventato, strappato alla sua famiglia e ai suoi affetti per
diventare, contro la sua volontà, un ragazzo che per prima cosa
dovette affrontare e vincere la peggior nemica: la propria paura.
La cosa che mi ha colpito è stato il coraggio che ha avuto nel saper
guardare dentro di sé, superando il senso del pudore per raccontarsi
con la stessa minuziosità con cui ha rivissuto gli episodi più forti
della sua gioventù, consegnandoci ogni piccolissima emozione, ogni
piccolissima gioia e tutte le paure di allora, come se il tempo (che
di solito matura e in qualche maniera addolcisce e dimentica) non le
avesse minimamente offuscate.
Io sono convinta che nessuna pagina di storia possa riportare ciò
che realmente sia accaduto, poiché i racconti sono sempre il frutto
di ciò che ognuno vede e percepisce con i propri occhi; la realtà è
che tra queste righe ci sono le testimonianze di vicende e fatti
vissuti; c’è la cronologia di eventi personali che spaccano e
marcano il tracciato e il carattere di mio padre.
Adesso, nel rileggere e riportare sullo schermo del computer i suoi
scritti, si è reso necessario fare qualche piccolo intervento di
natura temporale, ma senza interferire sul testo originale.
Devo, però, confessare che ho imparato a conoscerlo meglio dalla
lettura di queste pagine. Ho imparato quant’era affezionato alla sua
famiglia d’origine e quanto siamo stati importanti noi per lui.
In questi giorni ho deciso che era arrivato il momento di portare a
termine la promessa fatta anni addietro, perché soltanto adesso con
una maggiore consapevolezza ho chiesto ed ottenuto “il permesso”
spirituale da mio padre di rendere pubbliche le pieghe più intime di
una vita che è appartenuta soltanto a lui e alla sua famiglia; una
vita che in tutti i casi è dentro ognuno dei suoi figli… e che
rimarrà per sempre nelle generazioni che ci seguiranno.
Ed è così che abbiamo incominciato quest’oggi: domenica 18 settembre
2006, nella stanza da pranzo e sullo stesso tavolo dove questa
storia ... ebbe inizio.
Anche oggi (come un tempo che fu e che senza mamma e papà non sarà
mai più) per me è trascorsa un’altra giornata in compagnia delle mie
sorelle Pina e Silvana, di mio cognato Carmelo Monaco e dei miei
nipoti: Monica, Simona, Nicola, Marilena e Giulia. Un intero giorno
in cui ci siamo addentrati nella lettura-dettatura del testo di
papà. Lo abbiamo fatto senza renderci conto di “come” quest’uomo,
con tutte le difficoltà oggettive di una malattia che lo stava
conducendo velocemente alla fine, avesse trovato la capacità di
trascrivere con squisita minuziosità le vicissitudini della sua
vita, riportandole ai nostri occhi come scene di un film.
Vera Ambra
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