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Daniele Brinzaglia
La tua mano il viso mio

dall’Indonesia: testimonianze, racconti e poesie
 

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occuparsi di adozioni a distanza

Prefazione
di Vera Ambra


 

Ero piccola, forse al di sotto degli otto anni, quando in una traversina che univa due principali vie della città in cui sono nata, vidi molto più avanti una bambina tra i due e i tre anni seduta proprio nel bel mezzo della stradina. Questo luogo, dove non passavano auto, era il quartier generale per i giochi degli abitanti minori del quartiere.
Avvicinandomi mi accorsi che piangeva disperata, e anche da molto tempo a giudicare dalle sue guancette arrossate e inondate di lacrime. Dal suo naso colava muco da tutte e due le narici e la grossa quantità le aveva ammorbato già tutta la faccia riducendola in una maschera inguardabile.
A dire il vero faceva molto schifo a guardarla e poi, buttata per terra, era talmente sporca da fare anche un po’ di ribrezzo, specie per me che non ero abituata a sporcarmi in quella maniera.
Mi abbassai per vedere da vicino che cosa le fosse accaduto, ma subitaneamente sbalordita la mia compagnetta mi guardò come se avessi fatto chissà quale brutta azione e strattonandomi per il braccio mi invitò a lasciar perdere subito e andare via.
In quel momento in me scattò qualcosa di strano. Qualcosa che mi stava costringendo a riflettere e sapevo di dover fare nel minor tempo possibile una scelta importante.
Da una parte c’era la possibilità di deludere fortemente la mia amichetta e dall’altra quella di aiutare quella bimba.
In una percettibilissima frazione di secondi incrociai i loro occhi, da una parte vidi uno sguardo indignato e dall’altra uno disperato. Visto che la bambina apparentemente non si era fatta alcun male, avrei potuto lasciarla lì a continuare a piangere e noi due andarcene e proseguire i propositi di quella mattinata.
Tanto prima o poi qualche adulto si sarebbe accorto di lei.
Questo era quanto – su suggerimento della compagnetta – era quello che la volontà altrui suggeriva, ma non quello che la mia coscienza aveva intenzione di fare. Non era la prima volta che davo retta al mio istinto che – ancora una volta - mi costrinse a rimanere in quella posizione accovacciata, davanti alla bimba in lacrime.
Ci sono cose che dentro di noi diventano deterrenti potenti, cose che non capiamo ma di cui non possiamo fare a meno di dare ascolto. Forse in quel momento si trattava di quella forza che incita l’umano senso materno ad occuparsi dei bambini... forse qualcosa che è insito nella specie mammifera in genere.
Per fortuna quello era il periodo in cui mia madre non mi faceva mai mancare nella tasca un fazzolettino pulito di cotone. Lo presi e con estremo coraggio lo poggiai sul naso della bimba, dicendole di soffiare forte. Poi con la restante parte pulita le asciugai le lacrime e le chiesi cosa le fosse capitato: le si erano slacciate le scarpe...
Era bastato poco, un piccolo gesto per toglierla dalla disperazione, ma quel preciso istante era bastato a farmi prendere la decisione da cui non sarei mai più tornata indietro: “da grande” mi sarei occupata dei bambini in difficoltà.
Credo che sia stata proprio quella bambina in difficoltà a farmi diventare quello che oggi sono e a far continuare questa strada a mia figlia Carla, che l’ha scelta di sua spontanea volontà.

Con il crescere, l’esperienza della vita mi ha portato a comprendere ancor meglio che il “senso materno” non è una prerogativa del genere femminile e di ciò perfettamente me ne resi conto il giorno in cui uno dei miei tanti gatti adottò in piena regola una nidiata di cuccioli di cane che la madre – per motivi ormonali – aveva abbandonato alla nascita.
In tutti questi anni sono stati i miei cani, gatti ed altri animali ad insegnarmi che l’amore è anche un profondo senso di solidarietà che supera ogni barriera.

Nel leggere le pagine di Daniele mi sono tornati in mente proprio questi due episodi e immediatamente ho rivisto gli occhi rasserenati della bimbetta e di quei cuccioli grati e contenti di aver trovato un padre adottivo che fungeva anche da madre.
Ed ho ritrovato anche il momento in cui Carla, dopo aver fatto la sua scelta, mi disse: “Mamma, i bambini bisogna aiutarli fin quando sono piccoli, da grandi poi diventa difficile”.

Il piacere di sapersi rendere utile sopratutto alle creature piccole e indifese, di qualsiasi razza o specie, rende a chi è in grado di farlo una gioia senza precedenti e una felicità senza pari.
Basta poco a far felici gli altri, basta dimostrare di saper essere presenti nel momento in cui si ha bisogno di noi.

Sinceramente questo è stato lo spirito con cui mi sono ritrovata a leggere queste pagine.
Alla fine ho provato una grande tenerezza nel comprendere il mondo che Daniele ci offre in queste poche pagine e il modo di come lui stesso si fosse rapportato con un bambino che abita e vive da un’altra parte del pianeta. Un bambino che da sei anni a questa parte incontra per un breve periodo tutti gli anni.

A dire il vero oggigiorno per molti è diventato quasi uno sport nazionale occuparsi di adozioni a distanza: bastano pochi spicci al mese per mantenere una creatura e sentirsi poi con la coscienza a posto.
Ma per molti, e per fortuna, non è così. Adottare una qualsiasi creatura, anche a distanza, è una responsabilità che si assume nei suoi confronti e in quanto tale è un peso che deve farsi sentire, altrimenti non ha nessun valore.
Date ben poco quando donate dalle vostre ricchezze. È donando voi stessi che date veramente.. afferma Gibran, e Daniele ha fatto suo questo insegnamento.
Attraverso queste pagine lui stesso ci spiega come si può addentrare nella giungla dei sentimenti dove forti liane d’amore s’intrecciano tra un ragazzino che vive in un orfanotrofio, un uomo che segue la sua crescita a distanza, tutta una comunità che ruota attorno a lui e ai bambini.

È con gli occhi di Daniele che ci si addentra in quella che è la cultura e le tradizioni di un popolo e pagina dopo pagina sentiamo che l’amore trasborda e come una misura colma ti sazia e ti fa amare quei posti e tutti quei bambini che qui hanno trovato una loro serenità e si avviano ad affrontare con sicurezza la loro esistenza.
Non solo, ma a me ha fatto venire voglia di andarci io stessa per assaporare con tutti loro quegli attimi di pura felicità, che rende speciale ogni cosa.

Ma sicuramente ciò che più conta è la scoperta del “senso materno” che si è stabilizzato nel cuore, nel cervello e nella volontà di Daniele e la forza che lui prova è la stessa che unisce un padre e un figlio che si sono adottati a vicenda.
Daniele - in questo modo – specchiandosi negli occhi di un ragazzino, ha deciso di diventare quello che è... così come accadde un giorno a me e non me ne sono mai pentita.

Possa la piccola delicata mano di un bimbo carezzare la faccia dei potenti per mettere fine a tutto ciò che non porta da nessuna parte.

  Edizione 2010 © Associazione Akkuaria

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