Sono venuta al mondo il 14 settembre del 1980 in una
giornata calda e soleggiata, cosa alquanto strana, se si
considera il luogo in cui sono venuta al mondo: la
Brianza, dove solitamente il cielo in estate ha lo
stesso colore del cielo in inverno, ossia grigio.
Appena nata avevo i capelli molto lunghi, mi toglievo
sempre il calzino del piede destro ed avevo una capacità
di gridare notevole, molto superiore a quella degli
altri bambini.
Per questo le ostetriche dissero a mia madre che le
avrei procurato un sacco di problemi una volta
cresciuta. Non fu proprio così.
Anche se, in effetti, sin da piccola ho dimostrato di
avere un carattere piuttosto ribelle: non sopportavo
regole e gerarchie e non c’era modo di farmi desistere
dall’esprimere la mia opinione.
Questo, com’è facile immaginare, spesso non ha giocato a
mio vantaggio. Soprattutto nel periodo dell’adolescenza
e in ambiti istituzionalizzati come la scuola, dove la
subordinazione e il conformismo sono troppe volte
preferiti alla libera circolazione di idee ed alla
creatività.
Ben presto ho iniziato a scrivere poesie, racconti e
canzoni per puro spirito di sopravvivenza, per affermare
me stessa a discapito di chi mi voleva zitta e buona.
E questa cosa mi ha salvata, altrimenti la rabbia e la
delusione che provavo nei confronti della società in cui
vivevo mi avrebbero arsa.
Giorno dopo giorno ho scavato la mia strada nella terra
ed ho tracciato un percorso tutto mio. Col sudore. Tanto
sudore, perché io sono figlia di operai e nessuno mi ha
mai regalato niente.
Adesso ho 27 anni e sono la preoccupazione della mia
famiglia perché non mi sono ancora sistemata, non ho un
lavoro sicuro, non ho una casa, non ho denaro.
Io invece non mi preoccupo più di tanto. So cosa voglio.
Voglio essere libera. Voglio essere l’artefice della mia
vita. La vita è un bene troppo prezioso per lasciarla
nelle mani di qualcun altro. E se l’instabilità è un
prezzo da pagare per la libertà, allora io lo pagherò,
perché io sono nata libera e libera morirò.
Dana Drunk
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