Prefazione
Ancora si discute, con spreco di energie e intelligenze, di
letteratura femminile o di genere. E c’è chi ne fa una questione
ontologica, chi di mera ripicca, chi – errando in egual misura – se
ne libera con un ghigno di maschile scetticismo. Ma anche solo a
considerarla come un dato statistico, la letteratura delle donne c’è
e dilaga; e se ne può parlare anche solo per il fatto che quell’etichetta
contrassegna prodotti congiunti, nella loro diversità, da un tenace
collante: la necessità di fare i conti con una identità e con una
storia, la peculiare sensiblerie e l’ottica inedita, straniata,
obliqua che ne deriva.
Allo stesso modo parliamo – per esempio – di letteratura siciliana,
non per rivendicare una superiorità o lamentare una emarginazione,
ma per designare una tradizione cementata da forti analogie
tematiche ed espressive: ancora una volta il radicamento in una
condizione e in una storia, ancora una volta una identità talmente
salda e intensamente vissuta da tradursi in stile, moralità,
analisi, memoria.
Ma così come ci sono donne dall’evidente accento maschile (una Sand,
una Serao, per non dire della Fallaci) e uomini che scrivono “al
femminile” (Proust, Kawabata, Cunningham), ci sono siciliani
“centrifughi”, apolidi se non sradicati, che dall’isola sono salpati
verso le “città del mondo”.
Donna e siciliana, Clara Panascia coltiva un caparbio sentimento
dell’identità e dell’appartenenza ma per l’appunto non se ne fa
sopraffare. E con gaia scienza scavalca identità e latitudini,
cavalca le più diverse culture e mitologie, coniuga leggerezza e
profondità esplorando tempi e luoghi, archetipi e destini di
smisurata estensione. E se a tipi e miti decisamente “femminili”
consacra la sua indagine attenta ma insieme coinvolta, non è per
compiangerne la marginalità ma viceversa per affermarne la
persistente centralità nell’immaginario nostro così come delle
epoche più remote.
Perciò è a una figura di donna forte e vincente, Signora del Gioco,
liberata e liberatrice che Clara guarda e ci fa guardare, da Kore a
Circe, dalla sfortunata poetessa lucana del ’500 Isabella Morra alle
streghe erbaiole Rosetta ed Esme, e ancora dalla mitologia
britannica relativa ad Herne il cacciatore alla leggenda celtica di
Morrigan, regina dei fantasmi e dea della sessualità e della
violenza, dal mito vichingo di Sif sposa di Thor all’azteca Mayahuel
rapita dal dio-serpente e vento cosmico Quetzalcoatl, dalla Pomba
Gira da Praia evocata dall’Africa al Brasile nei vodou a Inanna, dea
sumera della fecondità e della bellezza, capace di scendere
agl’Inferi al pari d’un Orfeo o d’un Ulisse.
E queste figure, queste avventure Clara le dipana con competenza ma
pure con straordinaria levità, facendovi scorrere uno sguardo
materno come una carezza; e perciò, se dovessi descrivere con un
solo termine la scrittura e la sensibilità dell’autrice, le
definirei “materne” ancor prima e meglio che femminili: perché si
tratta di donne che, muse o vestali, dee lungimiranti o vittime
ignare, dominano e proteg-gono l’uomo che solo apparentemente le
forza; e perché, più che allo stanco dibattito odierno sulla
cosiddetta condizione femminile, ci rimandano alla felice preistoria
del genere umano armoniosamente governata dalle dee-Madri, da un
matriarcato egualitario e libertario, in sintonia con le forze
vitali d’una natura ancora incontaminata dal peso di sopraffazione
della Storia e d’una psiche ancora non lacerata dalla lama del
Peccato.
Antonio Di Grado
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