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LA VITA: VIAGGIO VERSO L’ISOLA NASCOSTA
PREFAZIONE
di Antonio Fiorito
 



Enea o Ulisse? Chi siamo? A chi dei due assomiglia la nostra vita?
Crollate tutte le ideologie, sparite le utopie, ammainate o strappate tutte le bandiere, sembra che la scelta decisiva per l’umanità sia quella di fronte a questa alternativa: o il viaggio di Ulisse, l’uomo greco, l’eroe vittorioso, che vince con il braccio e la testa e viaggia attraverso il mare per riprendersi Itaca, la sua isola, e ridiventare re, sposo e padre; o il viaggio di Enea, l’uomo romano, l’eroe che ha perso, che non ha più patria, che rinuncia alla sua comoda, ma piccola, angusta “Itaca”, la Cartagine di Didone che gli offriva se stessa e un trono, e, guidato dallo spirito del padre, va per obbedire agli dei verso qualcosa che non sa nemmeno lui bene cosa sia, perché si sente “chiamato”, avverte cioè tutta la vita letteralmente come “vocazione”.
È un fatto che l’uomo greco ha poi fondato tante piccole “Itaca”, tante pòleis, mentre l’uomo romano ha fondato un impero che non è stato tranquillo finché non ha coinciso quasi con i confini del mondo.
La poesia di Antonio Ragone ci aiuta a scegliere il “viaggio”, cioè il destino di Enea.
Per Ragone (Ouverture) siamo tutti “inconsapevoli marinai”, ma la nostra “antica meta”, “l’isola nascosta”, non è Itaca, non è l’orizzonte ristretto della terrestrità, non è una dimensione umana chiusa in sé, conclusa in se stessa: la “strada stretta” porta al mare, all’infinito, “all’elemento arcano”, si slarga
“nell’azzurro golfo,
sino all’estremo
irraggiungibile orizzonte”
(Passaggio Costiero)

L’“ampia distesa di mare” è “fatica e riposo, affascinante paura”, ma soprattutto per noi “esuli, nel misterioso spazio d’un istante”, è

“speranza di porti più lontani dell’orizzonte”
(La Donna con le Vesti Nere)

Come Enea, anche Ragone non ha sempre un rapporto idilliaco con il mare, con il viaggio per mare, cioè con l’esperienza della vita. Nel rapporto col reale egli non si nasconde difficoltà e problemi. A cominciare dal dato di fatto iniziale nell’esperienza umana: esistiamo e non sappiamo perché.
Come l’“agave nata sulla roccia / che costeggia l’asfalto cocente / dell’estate” (Terra e Mari Lontani) ci sentiamo fuori posto, fatti per un luogo “altro”, per qualcosa di più grande di noi stessi e quindi incommensurabile.
E infatti il “mare invernale, l’ultima frontiera della terra” ci rammenta

… i sensi racchiusi nell’antica corteccia della storia,
giacché quel vento che ci chiama oltre l’orizzonte,
vola più lontano di noi”
(Esodo verso il Mare)

L’“inconsapevole / marinaio” si sente “esiliato e solo”
e a volte “s’agita la barca per pietrosi scogli; non c’è
la luna che sia da lume, né luci seppur distanti
d’una proda di sale”
(Sul Mare di Cartone)
Ma non siamo soli: siamo circondati dai segni della Presenza che salva, segni che ci accompagnano verso l’”antica meta” e ce ne indicano la strada. Un cuore di poeta non può non coglierli:

“tu, nei miei viaggi irrequieti e senza fine,
con me, su questo mare, come chiaro faro, sempre mi sei
accanto”
(Dedica Marina alla Moglie)

“Ma, da lontano, un faro si culla sui flutti,
luce certa d’un porto che protegge
dalle insidie delle urla marine;
verso quel faro, dentro quel porto
mai abbandonato, sulla barca che ondeggia
sull’onde amabili d’un mare che vive,
dorme azzurro il marinaio”
(Sul Mare di Cartone)

E a “pro-vocare”, a chiamare letteralmente “in avanti” il pascaliano “cuore” dell’uomo, è ancora una volta il mare-realtà, il dantesco “gran mar dell’essere”

“della vita trepidante fascino”
(Mìmesi)

Anche se “i remi abbandonati nei flutti tremano”, il viaggio dell’ungarettiano “superstite / lupo di mare” riprende:

“avanti, forti,
col sole e la tempesta
verso un mare
spalancato al mistero”
(Luca Cupiello)
La “torre misteriosa / baluardo antico contro i saraceni”, altra potente metafora di Ragone, “incorporata alla scogliera d’inerpicanti / agavi e carrubi e fichidindia” (Notte d’Ottobre ’54), ha resistito ai “marosi”, che l’hanno flagellata, ai “venti contrari, alle illusioni delle sirene”.
E il viaggio riprende, “sempre il viaggio riprese, / lo stanco marinaio, e ancora oggi!” (La Sera Inquieta), un viaggio che passa attraverso l’oceano, il deserto, la fatica, per approdare alla terra promessa, alla pienezza, per scoprire un luogo in cui si stia bene, una dimora, un éthos, come dicevano i greci.
A questo éthos Ragone dà il nome di “isola nascosta”, quella che Gozzano definisce “La più bella” perché è l’“Isola non-Trovata”: “la segnano le carte antiche dei corsari”, “s’annuncia col profumo”,

“… Ma, se il piloto avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell’azzurro color di lontananza…”

“L’isola si nasconde”, ma “esiste”. Non è l’Isola-che-non-c’è. È nascosta, deve essere cercata, ma c’è.
Lo ha capito alla fine anche Ulisse, a cui Dante (che non a caso comincia la Divina Commedia con la parola “cammino” perché anche per lui la vita è viaggio) rivolge nel Canto XXVI dell’Inferno una domanda interessantissima. Dante accetta tutta la storia dell’Ulisse omerico, non inventa un altro Ulisse, perché l’uomo cristiano non deve negar nulla, non deve dire che era uno sciocco l’Ulisse di Omero, no, lo accetta tutto, ma gli fa la domanda che l’uomo cristiano fa all’uomo greco: “Ulisse, dove sei andato a morire?”. Questa è la domanda con cui inizia il dialogo perché Dante sa che Ulisse, cioè l’uomo, non può fermarsi, accontentarsi di Itaca. Dante conosce la misura del cuore di Ulisse meglio di Omero e perciò l’Ulisse di Dante non è il contrario di quello di Omero, ma il suo compi-mento: inizia dove quello di Omero era finito. Infatti Ulisse risponde a Dante: “È vero, non mi sono fermato a Itaca, ho ripreso il mare”.
Anche Ulisse, sembra commentare Ragone, mentre “il giorno già declina nella sera” “celeste” e “silenziosa”, con L’Ultima Vela torna ad immergersi “in mare, senza posa”, s’allontana dagli “azzurri massi” di Itaca e si affida “al vento” “fuori dai (suoi) rumori”.
È quello che cantava lo “sconosciuto / che vendeva more di gelso su foglie di fico” e che la “Madre” nel suo tenerissimo “Colloquio” con il figlio “ri-corda”, riporta cioè letteralmente al suo “cuore”:

“La barca solitaria
in mezzo la mare,
cerca riparo in darsena
il fanciullo;
poi, pur nella tempesta
il suo viaggio riprende,
ché il mare il suo colore
ha messo negli occhi suoi”
(Colloquio con la perduta Madre)

Ed è quest’ultima la grande verità, l’eredità della “madre” che Ragone accetta di condividere con noi, suoi lettori: il viaggio riprende perché “il mare il suo colore / ha messo negli occhi” di ogni uomo, che si ritrova per questo pieno di desiderio (“dalle stelle!”), di una strana nostalgia non lenita mai da niente, da nessuna piccola “Itaca” e che è quindi nostalgia di un Infinito.
Il viaggio riprende perché, rivela la madre, “noi siamo il mare”: perché quell’Infinito è la profondità del finito, è l’origi-ne e il sostegno di tutto quello che esiste. Non riconoscerlo porta al “dis-astro”, al fallimento di Ulisse, il cui errore non fu di voler oltrepassare le Colonne d’Ercole, ma di voler misurare l’Oceano come aveva misurato il Mediterraneo, di voler cioè ridurre prometeicamente l’Infinito al finito, di conquistare la falsa felicità di un paradiso “terrestre”, invece di colmare L’Assenza e compiere L’Attesa, varcando

“… la soglia dei silenzi, ove
non si smarrisce la ragione e non si tirano
per ogni dubbio i dadi”,

là dove L’Ultima Vela conduce a trovare “la pace / nella sua bianca veste”.

“Noi siamo il mare, questo spazio
immenso, eppure troppo breve
per la nostra eternità,
questo scrigno aperto pieno di mistero”,

questa incessante “pro-vocazione” a intraprendere e ripren-dere il viaggio verso L’Isola Nascosta.






Antonio Fiorito,
critico letterario,
Docente di Lettere e Filosofia
Presso il Liceo-Ginnasio statale
“Claudio Eliano” di Palestrina (Roma)
 

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