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Biografia

Presentazione del libro

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Antonio Greco
La felicità è un lungo viaggio

Racconto autobiografico alla ricerca di Dio
ISBN 978-88-6328-120-0
Akkuaria 1a edizione – Novembre 2011


Antonino Greco, specializzato in scienze religiose presso l’Università Internazionale di Urbino, è esperto della cultura orientale in esegesi ed ermeneutica dei testi religiosi.
Spinto da sempre dall’interesse per la fenomenologia del religioso, ripercorre attraverso un libro biografico le tappe fondamentali di un vissuto interiore in cui principalmente il viaggio è un costante processo di maturazione.
Il testo è anche farcito da racconti epici e mitologici che scandiscono le varie tappe di crescita in un itinerario di ricerca che si snoda in un crescendo di curiosità e scoperte. Difatti tra le pagine aleggia il magico clima dell’Oriente misterioso e attraente ma allo stesso tempo capace di sottolineare i segni della profonda diversità dei popoli della terra, per molti aspetti simili tra loro ma che stentano ad assimilarsi e non solo per la diversità culturale.
Il libro parla anche di uno straordinario rapporto che il protagonista ha da bambino con il padre, che impiega buona parte del suo tempo libero per raccontargli le proprie esperienze vissute durante la sua permanenza in Africa. L’affascinante modo di narrare del genitore gli crea tutte quelle suggestioni magiche che lo portano a visitare soltanto con l’immaginazione gli scenari misteriosi di quell’Africa piena di colori e di profumi.
Di contro questo suo mondo fiabesco si frappone con la triste realtà del suo quotidiano e con la violenza psicologica che tutti i giorni è costretto a subire tra i banchi di scuola dove gli insegnanti-preti, con prepotenza, impartiscono gli insegnamenti canonici con una didattica ostica e rigida che in lui provocano prima una forte forma di ribellione e dopo il rifiuto categorico verso tutto ciò che è “scuola”. La conseguenza di ciò lo porta a non vedere più nei suoi insegnanti i modelli idonei alla sua formazione e crescita spirituale.
A salvarlo dall’inedia è il desiderio di “conoscenza” e la sola risposta ai mille “perché” che animano in ogni caso il desiderio di imparare ciò che la sua ragion d’essere cerca si fa strada. Comincia così a marinare la scuola per intraprendere un suo personalissimo metodo di studio che più si plasma con i suoi interessi intellettivi e l’unica fonte dove può attingere i dettami necessari per placare la sua grande sete di apprendimento è infine una “Biblioteca”.
La scoperta di questo luogo diventa tutto a un tratto l’astronave con cui intraprenderà i viaggi fantastici alla scoperta di quei mondi lontani e immaginifici che sono custoditi nelle pagine dei volumi che si trovano tutti in fila nei vari scaffali.
A stimolare fortemente la curiosità che lo condurrà finalmente nella via desiderata è la lettura casuale di un’antichissima raccolta di testi sacri dei popoli Arii, vissuti in India nel 2.200 a.C. Sono i Veda, quattro testi filosofici (Samithā) appartenenti alla Śruti (l’ascolto): Rgveda, Sāmaveda, Yajurveda e il Atharvaveda. Questi libri sono chiamati Upanishad, che in sanscrito significa “Siedi e ascolta”.
Il fascino della mitologia orientale e la scoperta di altre divinità diverse da quell’unico Dio di cui aveva sentito parlare solamente a scuola non fa altro che alimentare in modo sorprendente il suo desiderio di sapere, e sempre più affascinato inizia a coltivare l’irrefrenabile voglia di approfondire l’argomento sempre più.
Sarà infine la storia fantasiosa e mitologica indù della Bhagavata Purana – che narra della nascita di un avatar Salvatore dell’umanità di nome Krishna – che lo indurrà a una lunga riflessione razionale sulla nascita di Gesù come uomo e successivamente diventato il Cristo, figlio di Dio.
La Bhagavadgita è la rappresentazione oggettiva di una guerra tra parenti che a causa di una eredità, mal spartita, mettono in atto una sanguinosa battaglia. La narrazione razionale dal fatto reale via via si trasforma in una Simbologia Spirituale, ossia una verità psicologica profonda che vive dentro l’uomo. Le stesse analogie si riscontrano anche nel Ramayana, che insieme al Mahābhārata è uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista, oltre ad uno dei testi sacri più importanti di questa tradizione religiosa e filosofica.
Il fascino della mitologia orientale e la scoperta di altre divinità diverse da quell'unico Dio di cui aveva sentito parlare solamente a scuola non fa altro che alimentare in modo sorprendente la sua curiosità e sempre più affascinato da ciò che le letture creavano nel suo animo, inizia a coltivare l’irrefrenabile voglia di incamminarsi per le strade del mondo e conoscere i veri volti della gente vera.
All’età di diciotto anni la perdita del padre scuote inevitabilmente le fondamenta della sua stessa esistenza. Ancora è un giovane uomo alle prese con i naturali problemi della crescita e soprattutto è alle prese con la perdita dell’unico e solido sostegno fisico e morale. La sola salvezza che gli viene in aiuto in un momento tragico e traumatico la ritroverà solamente nello spirito di curiosità che con il trascorrere degli anni era stato alimentato prima dai racconti paterni e dopo con le letture filosofiche.

Erano gli anni ‘70, gli anni del fate l’amore, non la guerra; gli anni in cui la rabbia giovanile si sfogava su tutto ciò che stava attorno e si confrontava con il rifiuto del potere, l’antirazzismo. Gli anni in cui era importante essere un beat o un hippy e soprattutto erano gli anni in cui il fascino dell’India colpiva tutti.
Questo malessere interiore, maggiormente alimentato dalle parole della canzone che i Nomadi cantavano con “Dio è morto”, rimarcava la consapevolezza di rifiutare i modelli dei valori che la Società propugnava.
Stanco di tutto ciò decide di intraprendere, assieme ad un gruppetto di amici, un viaggio alla ricerca di altre verità, di un altro Dio, di un altro sistema politico.
La prima tappa conduce gli intrepidi viaggiatori nell’antica capitale dov’era nata la democrazia fondata dal generale Pericle. Lasciata Atene, si ritrovano sul monte Athos, un eremo ortodosso dove sono conservati libri scritti da asceti cristiani, infine nella regione dell’Hindū Kūsh, la catena montuosa dell’Afghanistan, propaggine occidentale delle catene del Pamir, del Karakorum e dell’Himalaya ...e proseguono per la Persia, dove toccano tante città, una più interessante dell’altra, tra cui la bellissima Shiraz, piena di giardini e di fiori, chiamata anche la Città del latte dei poeti, fino all’incontro con i monaci buddhisti del Tibet, alla scoperta dell’antica saggezza riportata nei racconti dei due Buddha Milarepa e Siddharta egli attinge l’essenza della grande profondità dell’animo umano, sempre concupiscibile delle cose materiali che mai soddisfano il senso del possedere ma, tutto sommato, è stata la strada e la relazione con gli altri che pian piano gli hanno fatto superare la paura, accrescendo di contro il bisogno di mettersi sempre in gioco.
 

Ormai il “viaggio” intrapreso a ogni nuova tappa riserva le sue sorprese, segnate principalmente dal passaggio in Turchia, dove fisicamente avviene l’incontro con l’Oriente Spirituale.
Il lungo itinerario, durato un anno, gli consente di riflettere sulle questioni religiose prima di giungere nella misteriosa India dove, lungo le rive del Gange, gli accade qualcosa che mette in totale discussione il motivo principale che lo aveva spinto a giungere sin lì.
“Ehi tu boy dove vai?” gli chiede un vecchio saggio. “Tu cerchi di conoscere Dio? Che stai facendo qui? Perché non vai a cercarlo a casa tua?”
Superato il primo momento di rabbia e di imbarazzo egli tenta di capire il significato di quelle incomprensibili frasi: perché avrebbe dovuto cercare Dio in casa sua?
Al di là di ciò che le parole aveva materialmente espresso, portavano in sé il reale senso di quanto intendesse il saggio: “Ciò che cerchi è dentro di te”.
Egli, in passato, non aveva mai cercato nella lettura dei testi Sacri alcun significato divino o mistico, semplicemente si era abbandonato all’immaginazione che ha comunque dato spazio a una creatività estetica, piuttosto che aprirsi alla comprensione della verità, assoluta e trascendente, ma di fronte a una semplice frase “Tu cerchi di conoscere Dio? Perché non vai a cercarlo a casa tua?” avviene la fatidica illuminazione!
Soltanto quando un fatto qualsiasi è confermato dalla ragione o dall’esperienza fisica del proprio vissuto questa diventa rivelazione e verità anche trascendentale.
Ed ecco che a un tratto tutta la sua conoscenza, attinta dai racconti delle Upanishad indù, dalla Bibbia ebrea, dalla Bibbia cristiana e dal Corano islamico, gli rivela l’intuizione del come la creazione di un’antica struttura mentale, intuitiva e simbolica, diventa l’idea razionale e la concezione astratta che i fatti della vita materiale devono essere accettati per il modo in cui essi si sono presentati, in questo modo i sensi istintivi all’intelligenza si trasformano in intuizioni razionali.

Il rientro a Catania, dopo un lungo girovagare per le vie del mondo infine lo portano a comprendere meglio il modo in cui Dio abita nei cuori degli uomini ma questa comprensione non mette fine ai suoi dubbi, anzi li alimenta al punto di frequentare gli studi accademici delle scienze religiose. Ma neanche questo basta a calmare la sua voglia di sapere, infatti, a distanza di parecchi anni, il suo viaggio alla ricerca di Dio riprende attraverso i luoghi sacri della cristianità e da qui ripercorre con la maturità dell’esperienza ciò che da ragazzo aveva iniziato: un cammino alla ricerca di una qualsiasi cosa che fosse stata in grado di fargli capire “razionalmente” ciò che non sapeva capire, allo stesso modo di come un tempo aveva fatto l’Abramo biblico che, dopo aver lasciato interamente le sicurezze della sua casa natale, si era messo in cammino per una promessa apparentemente irrealizzabile, per poi ottenere il figlio.
Ed è così che il viaggiatore solitario, dopo aver attraversato l’Oriente, approda nella Terra Santa della Palestina ed è qui che scopre come le religioni sono il frutto delle imperfezioni inventate dagli uomini.
Tutto il sapere delle scritture dei Veda indù, i Pitaka buddista, la Tora ebraica e il Corano insieme alla rivelazione cristiana del Nuovo Testamento, lo riportano alla Bibbia e il racconto di Noè, sopravissuto a un diluvio nefasto, lo invita razionalmente a capire che la benedizione dei due fratelli Sem e Jafet altro non è che una terribile maledizione data dal padre Noè, in fin dia vita, al fratello minore Cam. Più che altro lo spinge alla considerazione oggettiva e razionale che i popoli che si sono succeduti a quello originario del patriarca Sem, da dove discendono tutti i semiti ebrei, con Jafet gli europei, e con Cam gli egiziani e gli arabi.
Il Corano degli arabi, accusa questa errata versione del racconto biblico affermando che la maledizione di Cam, come patronimico dei cananei, serviva agli ebrei per legittimare la guerra di invasione nelle terre Canaan.
La Torà ebraica riporta il resoconto della storia litigiosa dei due figli di Abramo: Isacco, avuto da una donna semita di nome Sara e Ismaele avuto da Agar, una donna cananea. La disputa nata tra i due fratellastri per l’eredità e il nome del padre rappresenta la simbologia delle famiglie umane sempre in lotta tra due realtà: da una parte l’educazione morale e dall’altra la concupiscenza del possesso e la sopraffazione.
Il popolo eletto degli ebrei e il rifiuto dei cristiani nell’accettare la loro fede definendola atea a causa del deicidio di Gesù Cristo, con in più l’odio degli ebrei ai loro cugini del’islam con il loro profeta Maometto, inducono alla riflessione che le Sacre scritture, iniziando dai Veda, Upanishad, Corano e la Bibbia, raccontano sempre la stessa storia umana fatta di odio, rancore e divisioni famigliari protese per conquistare la vanità del potere.
Quando questa visione diventa finalmente chiara nella mente dell’Autore, attraverso l’esperienza fatta durante il tragitto e che gli accadimenti occorsi gli fanno capire di aver ricevuto la chiamata del Dio cristiano alla conversione del proprio spirito irrequieto. È a questo punto che rileggendo la Scrittura con uno spirito diverso, scopre che Isacco, il figlio, altro non era che la promessa della fede che nasce dentro l’uomo. Solamente con la scoperta di Gesù Cristo concretizza materialmente le risposte a quei mille “perché” che da sempre attendevano una risposta.
In conclusione il giudizio più sapiente che da uomo libero infine si è saputo dare è quello occorre mantenere sempre vivo e sveglio il desiderio di guardarsi attorno e di scoprire ogni giorno che ciò che ci circonda è meraviglioso perché è un miracolo della Creazione e che bisogna sempre rimanere stupiti, con lo stesso entusiasmo degli occhi ridenti di un bambino felice.



Vera Ambra

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Edizione 2012 © Associazione Akkuaria 
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