Scrivere una storia non significa necessariamente raccontare.
Chi scrive mette spesso se stesso al centro di un universo, stabilisce una relazione con la storia e con i personaggi determinata dalla scelta della propria posizione. Si scrive qualcosa da un punto di vista, in un tempo definito, in un luogo preciso, con una più o meno complessiva conoscenza dei fatti, delle cose che si scrivono.
Chi racconta, invece, sa cambiare posizione, riesce a entrare nella mente di tutti i personaggi, nei loro sogni, nelle loro passioni. I tempi e i luoghi della scrittura sono i tempi e i luoghi dell’esistenza dei personaggi.
Angela Leucci racconta. Con precisione, esattezza, rapidità. Con ironia, icasticità, a volte con sarcasmo. Interpreta situazioni e condizioni del vivere. Prende parte.
Racconta.
Dei suoi personaggi conosce ogni storia, condivide tutte le passioni, è compagna di strada discreta, premurosa.
Racconta facendosi personaggio tra i personaggi, senza nascondere mai sentimenti ed emozioni, senza pretendere di governare le storie, ma lasciandosi portare dal loro corso, affidandosi, se occorre, all’imprevedibilità della sorte.
La sua narrazione prevede – strutturalmente – il soggetto che narra. Le vicende che si dispiegano non sanno farne a meno, lo pretendono, lo richiamano. Angela Leucci si muove nel racconto con la sapienza di chi sa che è già tutto accaduto, che quindi non si può decidere nulla, che non sono ammesse varianti. Perché si racconta soltanto l’accaduto. Allora, Angela, è sapiente, come tutti quelli che narrano, come tutti quelli che pensano che raccontare serva a mostrare una strada, indicare una direzione, o forse più esattamente avvertire il viandante che le strade possibili sono plurali.
I personaggi di Angela Leucci hanno già visto tutto. Allora non si aspettano niente. Nemmeno stupori. Loro hanno esperienza e coscienza che il tempo di dentro e il tempo di fuori mostrano una fisionomia identica, avvertono le stesse pulsioni.
Questi racconti hanno un linguaggio essenziale, che aderisce perfettamente ai fatti narrati, alle situazioni, alle condizioni che caratterizzano una modernità – o postmodernità – con-sapevole della fine delle grandi narrazioni, delle gigantesche costruzioni storiche.
Nei racconti di Angela la Storia è fatta di storie: piccole, consuete, personali: storie di dentro che nascono e crescono, nutrendosi degli istanti di ogni giorno, di esperienze che bruciano, di tensioni che lacerano, di illusioni che, ad un tempo, dannano e salvano la vita.
In queste storie non c’è posto per le interrogazioni sui concetti di tempo e di luogo.
Qui ci si interroga e ci si risponde sulle urgenze e sulle emergenze di ogni giorno, concrete, evidenti. Ogni relazione con l’altro da sé è un corpo a corpo senza esclusione di colpi. Le parole sono fendenti. I dialoghi sono incalzanti, serrati, aggressivi talvolta. Esprimono l’incontro tra il tempo di due soggetti, quindi di due diverse esistenze, due modi diversi di pensare ed essere nel mondo, per il mondo, per l’altro, per se stessi.
Angela Leucci è una che ha mestiere.
Sa che per raccontare una storia bisogna saperla vivere profondamente. Lei queste storie le ha vissute profondamente.
È una che ha mestiere.
Sa che bisogna far vivere anche al lettore la storia che si è vissuta prima di raccontarla. Così lei ci racconta le storie facendole vivere anche al lettore.
Sì, Angela Leucci è una che ha mestiere.



Antonio Errico

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