Alfio Patti 
«una cosa è poesia in dialetto,

una cosa è poesia dialettale.

PRESENTAZIONE
di Rita Verdirame

 

A metà dello scorso secolo il critico Pietro Pancrazi operava una distinzione all’interno della produzione in rima vernacolare: «una cosa è poesia in dialetto, una cosa è poesia dialettale. La poesia dialettale il suo nutrimento maggiore lo trova in atteggiamenti e sentimenti connessi al colore esterno e all’ambiente delle parole che usa; è più folclore che poesia. La poesia in dialetto invece non accetta folclore e al dialetto chiede soltanto l’espressione e il suono, la qualità intima che si richiede a ogni altra lingua». La categoricità dell’affermazione era attenuata però subito da una ulteriore messa a punto: «Ma sono poi due cose vicine e talvolta si mescolano: è fatale che chi scrive in dialetto cada talvolta nel dialettale»; così come - siamo indotti ad aggiungere - è evento quasi sempre verificabile nella rimeria dialettale che dal dato oleografico del “tipico” e da quello del “colore locale” di marca naturalistica si trascorra all’autenticità dell’ispirazione personale, e perciò si attivi l’accensione di simboli, suoni, allegorie di grande intensità espressiva e di fervida fantasmatica imagerie.

Accogliamo dunque la precisazione pancraziana - tutt’altro che una sfumatura, in quanto investe la sostanza della forma poetica - e facciamo nostro il riferimento alla “qualità intima”; da intendersi non quale categoria astratta e vagamente idealistica applicata alla parole dell’artista, ma come puntuale appello al valore evocativo e polisemo del dire poetico.

I versi che si avvalgono di quello straordinario medium linguistico, dalle potenzialità quasi illimitate e dalla freschezza continuamente rinnovata, che è il dialetto, si offrono infatti quasi sempre alla disamina dello studioso e alla fruizione del lettore ammantati da “un’aura” di suggestioni e riecheggiamenti, arricchiti da un corredo di contenuti, sostenuti da un sostrato di cultura, che riescono complessivamente a rivitalizzare la scrittura, al di là della fruizione di topoi desunti dalla tradizione letteraria.

Lingua endofasica e maternale - diceva Pasolini - ovvero linguaggio che attinge allo sconfinato universo emotivo individuale per recuperare segni e sensi di un’alterità da trasmettere con fonemi e tropi retorici non usurati, il dialetto - nelle sue più alte applicazioni poetiche - connota intere aree della produzione artistica italiana, fin da secoli lontani, per insediarsi nell’Otto e nel Novecento al centro dell’attività di scrittori impegnati ad arginarne la progressiva marginalizzazione. E se ciò è verificabile in ogni regione d’Italia, è tuttavia proprio in Sicilia che il fenomeno assume maggiore rilevanza, spesso scavalcando i limiti delle funzioni umoristico-ambientali e talune ipercaratterizzazioni comiche (presenti per esempio nelle commedie di Martoglio), per viceversa aprirsi alle sapide valenze della satira più attenta al versante sociale (testimoniata fin dal Settecento illuministico e sensista dalla Caristia, il poema tempiano - affresco scatologico e arditamente erotico - della plebe catanese in rivolta per fame atavica di pane e giustizia), oppure per abbandonarsi alle tonalità delle emozioni, ovvero per piegarsi a esiti espressionistici e a usi sperimentali, implementando in questo modo la lingua nazionale (indimenticabili i paradigmi novecenteschi proposti da Buttitta e da Santo Calì) .

Esiste dunque una “linea siciliana” della moderna poesia in dialetto, che affianca la “linea lombarda” (Porta) e quella “romana” (Belli), e che si impone ancor oggi per bellezza stilistica, per audacia linguistica e per valore estetico; smarcata dai tratti più vernacolari e qualificata dall’affinamento delle caratteristiche liriche che ne permeano pieghe e risvolti, la poesia di Nicolosi Scandurra - artista incolto ma sensibile nei moti d’animo e nella delicatezza della parola - si colloca in questa prospettiva. Ed è altamente significativo che sia oggi un altro poeta, caloroso e appassionato cultore del dialetto siciliano, Alfio Patti, a proporre il corpus di rime dello Scandurra, autore “teocriteo” (a detta del vate eteno Mario Rapisardi), o meglio “petrarchista” (secondo l’esegesi di Patti), inconsapevole eppur vibrante per echi interiori, estensore di quel monolotico canzoniere d’amore per Rusidda/Laura che il curatore, nella partecipe e pregnante introduzione, interpreta come un canto di «sentimenti fermi e coerenti», riconoscendone la caratura originale e autentica.

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