ORO DI
TRINACRIA
“Canzuneri ppi Rusidda”
edito da Boemi Catania 2006
Giuseppe Nicolosi
Scandurra al microscopio poetico di Alfio
Patti
Il rapporto che si
stabilisce fra il filologo e la sua edizione
di un testo è sempre particolare, e ha la
sua ragion d’essere nelle motivazioni che
hanno spinto l’editore del testo a vestire i
panni del filologo e del critico testuale.
Queste motivazioni
Alfio Patti le chiarisce bene nella
“premessa” che precede l’opera: l’occasione
di occuparsi di Nicolosi Scandurra si genera
dietro lo stimolo di un amico poeta,
Salvatore Camilleri, e si radica in un
contesto di studi appassionati e di sodalizi
culturali, scaturendone come naturale
conseguenza fra le tante, salvo poi
diventare oggetto privilegiato, vagheggiato
e amato di riflessione a posteriori,
dopo l’incontro con la parola del poeta
studiato: allora dall’occasione meramente
“libresca” nasce , quasi inaspettato forse,
l’afflato lirico che immette calore e vita
nel freddo lavoro tecnico. Il filologo sente
una particolare consonanza fra il proprio
mondo espressivo e quello dell’autore èdito:e
se alla poesia, e alla poesia dialettale in
particolare, si chiede soprattutto suono ed
espressione, oltre che una carica evocativa
che la lingua ufficiale non può avere, ecco
che la musica del dialetto siciliano del
poeta ottocentesco tocca le medesime corde
della sensibilità di Alfio Patti, il quale
vi scopre qualcosa che da un lato sazia il
suo bisogno di strappare all’atra notte
dell’oblio una parola che squarcia un mondo,
e dall’altro rivela di contenere qualcosa di
universalizzabile, che può essere esteso a
patrimonio comune. Di qui il limae labor
sul dialetto, onde sfrondarlo di quella
patina di eccessivo carattere locale per
poterlo proporre a tutti i siciliani e
perché tutti possano riconoscersi in quella
lingua e dire “qui c’è qualcosa del mio
mondo”. La ricerca di una koinè siciliana,
come felicemente la definisce lo stesso
Alfio Patti, corrisponde al bisogno di
diffondere il più possibile longe
lateque questa poesia. Dicevamo del
brivido che accompagna il contatto con un
autore che è anche, suo malgrado, araldo e
sentinella di un mondo e di un’umanità da
salvare, e di come esso aggiunga senso
all’operazione meramente filologica. C’è di
più: il modo di cantare l’amore di questo
autore può divenire simbolo di un
sentire siciliano che supera le barriere
temporali e si erge a monumentum aere
perennius, modello culturale ed
espressivo da esportare conferendogli quella
dignità cui raramente la poesia dialettale
riesce ad assurgere. Di ciò ci informa il
curatore del testo raccontando brevemente di
un viaggio in Messico, in cui il “Canzuneri”
è stato realmente veicolo della sicilianità
nel mondo ed ha suscitato un interesse
specifico per la poesia siciliana. D’altra
parte, come ci ricorda la prof.ssa Verdirame
nella sua chiarissima introduzione,
operazioni culturali come questa rendono
possibile mostrare come ancora oggi si possa
dire con Dante che ciò che si compone di
poetico in Italia si chiama siciliano.
Questo lavoro è come
il poeta, il filologo e la loro (la nostra)
terra: appassionato, ricco di intima
vitalità, mosso da un’energia che si apre il
varco a tutti i costi come può esserlo solo
ciò che è per sua natura effusivo ed ha
l’urgenza di riversarsi in tutta la
sovrabbondante ricchezza, forza e varietà
delle proprie nuances. Questo
lavoro è anche figlio dell’esigenza , per
l’uomo Alfio Patti, di riconquistare un
tempo che rischia di perdersi e di salvare
da certo naufragio una dimensione che, a
parte la sua intrinseca validità di modello
culturale da opporre a tutto ciò che
vorrebbe cancellarne l’identità profonda, è
anche cara al cuore. Con formula omerica si
direbbe “kecaristo qumw”,
con tutte le implicazioni che questa radice
car comporta, e che sono
insieme di grazia, bellezza, dono, favore,
gratuità e gratitudine. Non a caso l’ultima
opera poetica del Patti si concludeva
invocando la necessità di ricucire la vita
che si scuce giorno dopo giorno. E’ un
paziente lavoro di ricucitura degli strappi
che non è rammendo ma restauro, capace di
restituirci, in tutta la forza e la vivezza
della propria espressività, il grande
affresco di un mondo che ha gli splendori e
la solennità di ciò che nella repubblica
delle Lettere suole definirsi “classico”, ma
anche la intima energia di ciò che affonda
le proprie radici nella vita del popolo,in
un sentire pienamente umano che conosce ben
pochi filtri. Nicolosi Scandurra è figlio
di un’epoca che ha conosciuto da tempo il
positivismo e i suoi fervori progressisti,
con tutto quello che ciò comporta al livello
della scrittura letteraria ,e cioè il
risveglio del naturalismo e la sua volontà
di rappresentare ambienti e personaggi in
maniera più o meno oggettiva e distaccata.
La particolarità di Nicolosi Scandurra è che
egli è poeta illetterato, e quindi forse con
lui più che con altri autori coevi si scopre
una capacità di dar vita ad un mondo il cui
cantore è talmente partecipe da essere quasi
un pezzo di Sicilia stessa che parla, che
canta. Ne scaturisce una restituzione di
ambienti, persone e situazioni
straordinariamente aderente al vero,
radicata com’è in quella sapienza popolare
che fa sempre da sfondo alle liriche,
sebbene mista ad un’aura di letterarietà che
non è assolutamente accademica (non poteva
esserlo!) bensì spontanea, naive (nativa,
originaria e autentica come acqua che
scaturisce da pura fonte e non certo
improvvisata!), residente nelle latebre del
cuore di quest’uomo in cui la poesia si
manifesta come modo peculiare di sentire
prima ancora che di pensare la realtà. E’
per questo che leggere il Canzuneri
significa compiere un viaggio, un viaggio in
parallelo nel mondo del poeta e in quello
del suo filologo, tanto lontano nella
pratica della propria vita dal mondo del suo
poeta quanto vicino a quel mondo nei sacrari
della memoria, che conservano gelosamente
scenari agresti, paesani, luogo ove riposano
le intatte memorie degli avi, scenari della
propria infanzia che ritornano in alcuni
momenti di limpido lirismo nell’opera
poetica di Alfio Patti : mi riferisco in
particolare a “Nudi e crudi” e al ricordo
di quella carusanza che è presente
ancora nel cuore dell’uomo adulto, un’età
felice vissuta fra strade ancora polverose,
in quella piana di Catania che è
caleidoscopio rutilante di colori vivi,
accesi, malinconici, pieni di pathos,
intrisi di quella dolceamara sicilianità che
è nel sangue di entrambi, del poeta e del
suo editore. C’è un itinerario che si
traccia davanti al lettore di questi versi,
e che ha una sua intima coerenza. Si parte
da un dato concreto, che resterà sempre
sullo sfondo del Canzuneri: la condizione
sociale del poeta-amante, sentita sin
dall’inizio come inferiore a quella della
sua amata. Il poeta è un umile contadino al
soldo del padre di Rusidda, e sente il
bisogno di riscattare in qualche modo la sua
condizione, giustificandola nel canto con un
sentimento impastato di siculo orgoglio ma
anche venato profondamente di un carattere
elegiaco che, per noi fruitori “letterati”
della poesia, riecheggia quello che ci
suscitano alcune figure limpidamente,
icasticamente disegnate dal Leopardi , quali
quella di Saffo nell’”Ultimo canto”, in cui
si riprende la tematica della natura nobile
nascosta sotto un corpo vile. Il nostro
poeta , in quanto innamorato, sente il
bisogno di essere trovato bello dalla sua
amata, e prova dolore del suo abito
rattoppato e delle sue scarpe inzaccherate,
e con un moto di orgoglio afferma (o meglio
immagina di affermare) a testa alta davanti
all’oggetto del suo amore che egli è ancora
“caruso” ma si sente già uomo e inoltre di
rivendicare l’incolpevolezza della propria
condizione con quel fatalismo che è di marca
squisitamente siciliana (“nun è difettu
mai la puvirtati/zoccu tocca ad ognunu si lu
pigghia”, scrive in “Pirchì”). Il poeta
si pone nei confronti di Rusidda come
maestro che le insegna i piccoli grandi doni
del mondo agreste e bucolico, atteggiandosi
in questo ad adulto. La presenza della donna
è tuttuno con la natura e con l’ispirazione
poetica stessa, ed essa è l’interlocutrice
silenziosa di un infinito dialogo d’amore
che il poeta intreccia con tutti gli
elementi naturali. Vivissimo è il ricordo
del Petrarca di “Chiare, fresche e dolci
acque…” che chiede “udienza insieme” alle
“dolenti sue parole estreme” a tutti gli
elementi che hanno avuto la grazia di
ospitare Laura, vicino nell’elegia e nel
soliloquio ma lontano nel temperamento, poco
incline alla malinconia e piuttosto pronto
alle accensioni passionali. Il mondo
bucolico stesso che è il teatro di questa
storia d’amore non ha la letterarietà
stilizzata dei grandi modelli classici,
Teocrito e Virgilio, ma ha piuttosto il
nitore pronto a macchiarsi di sangue delle
vicende della “Cavalleria rusticana” cui è
vicino per un certo andamento melodrammatico
del canto e non certo per gli esiti della
vicenda, che riesce piuttosto alle luminose
plaghe di una solitudine sublimata dalla
presenza della donna-musa, una donna che
appare non differente nel suo essere diafana
da una fata morgana.
Il mondo di Nicolosi
Scandurra ha una sua organicità e una intima
coerenza spiegabili dall’interno o al
massimo con il ricorso al confronto con il
melodramma coevo. La figura dei due
innamorati mi fa subito pensare a Nemorino e
Adina del donizettiano “Elisir d’amore”
prima che a Francesco e Laura: la
convenzione letteraria cede il passo a un
animo in cui tutto è poesia, e la realtà e
l’immaginazione si fondono in una simbiosi
che è già greca, compresa in quel concetto
di “physis” che lega indissolubilmente
l’uomo alla natura per essere tutto frutto
di un medesimo “Chaos”, tanto indistinto
quanto ricco di concentrata energia vitale.
La campagna, gli animali, il poeta e Rusidda
stessa sono varie facce di uno stesso
poliedro, fatto di un’energia che si può
manifestare come armonia o come discrasia,
ma che è vulcanica, effusiva, magmatica, ed
ha bisogno di solidificarsi per poter
assumere una forma definitiva. La campagna
siciliana di Scandurra è un contenitore, un
vaso ideale che dà forma ai sentimenti e
alle passioni, quasi liquidi che per loro
natura invadono tutti gli angoli e prendono
la forma di ciò che li contiene. La campagna
di Nicolosi Scandurra non è stilizzata come
quella dei bucolici antichi, ma viva,
palpitante, carnale e sanguigna e a volte
rarefatta e angelica come può esserlo
soltanto la terra di Sicilia. I pastori che
popolano gli idilli teocritei e le ecloghe
virgiliane sono in fondo dei poeti
dottissimi che ingaggiano spesso gare di
canto: il povero protagonista del
“Canzuneri” non arriva a tali altezze, ma
propone un grumo vitale che non è solo suo,
ma lascia affiorare un mondo di saggezza
antica che lo fa, suo malgrado, ai nostri
occhi, “archeologo” di quel mondo, e con lui
anche Alfio Patti.
Il fil rouge che lega
tutto il canto è la Poesia, che rinasce
prepotente in mille modi anche dopo che la
morte ha sottratto per sempre l’amata agli
occhi del poeta .La morte dunque, creata
insieme con Amore secondo antiche
tradizioni mitologiche greche : e proprio
l’amore e la morte formano un nucleo
indissolubile, come due facce della stessa
medaglia, che l’opera mette in campo
prepotentemente, con tutta la carica di
intenso e disperato pathos che ne deriva, e
che si può generare solo quando il divino
oggetto della propria passione contiene in
sé l’inganno del transeunte e quindi è
pronto a cadere e a tradire
involontariamente. Il canto scaturisce da
un’unica fonte, quella dell’ispirazione
poetica che Rusidda veste di amore : anche
quando l’amata non c’è più la sua assenza è
parimenti generatrice di poesia, una poesia
parimenti elegiaca, perché anche in vita
l’oggetto del desiderio è sempre lontano. La
natura, dopo la morte di Rusidda, non ha più
vita, non ha armonie da poter suggerire al
poeta che le canta, e tuttavia parla per lei
la sua assenza, che sottrae vita al
paesaggio ma aggiunge nuove sfumature al
canto poetico di cui è unica Musa.
Elio Distefano