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ALFIO PATTI

 

 La parola ferma in gola,

 Prova d'autore, Catania, 2003

di Anna Maria Di Falco



Gregorio Scalia, protagonista del romanzo, emigrato da anni a Venezia, torna in Sicilia in occasione del funerale della madre e nella narrazione dei pochi giorni che trascorre nel suo paese d'origine fa rivivere le contraddizioni di una terra amata e nel contempo odiata dai suoi figli, mai, comunque, dimenticata.
Il romanzo, in forma lieve e senza appesantimenti retorici, attraverso i pensieri, le emozioni, i sentimenti, la nostalgia, il giudizio a volte amaro del suo protagonista, pone all'attenzione del lettore un problema che, specialmente nel passato è stato fortemente sentito dai siciliani: l'abbandono della loro terra per andare alla ricerca di una vita migliore. Un abbandono sofferto, visto che ogni siciliano rimane nel suo cuore saldamente ancorato alle sue radici e prova un dolore sordo quando se ne va: "Dobbiamo confessarlo", pensa il protagonista mentre il traghetto si allontana e si lascia alle spalle la costa siciliana, "diciamo peste e corna della nostra terra, siamo fortemente critici e vorremmo scappare via per respirare aria di rinnovamento, poi, quando ci troviamo sullo Stretto proviamo una stretta
al cuore".
Molto raramente, però, un siciliano riesce apertamente a confidare questi suoi sentimenti, infatti il più delle volte accade che egli non può esprimere la parola che si ferma in gola e non si pronuncia mai.
La narrazione si snoda fluida, accattivante, non di rado ironica, spesso velata di malinconia, e coinvolge il lettore tenendo costantemente desti l'attenzione e la curiosità per le situazioni, i luoghi, le persone che rivivono agli occhi del protagonista in una dimensione diversa da quella della memoria gelosamente conservata negli anni e divenuta per questo motivo quasi mitica.
La scelta sapiente, infine, dell'uso di un italiano regionale rende colloquiale e ancora più piacevole il discorso, che non è privo spesso di
termini siciliani, che per la loro pregnante connotazione semantica sono intraducibili, salvo a banalizzarne il significato più autentico.

Pubblicato sulla rivista "La Tecnica della Scuola" n. 13 del 20 febbraio 2003.
 

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