ALFIO PATTI
LA PAROLA FERMA IN GOLA
EDITRICE PROVA
D’AUTORE 2003
di Marco Scalabrino
“ Tutto autenticamente siciliano “.
È lo stesso autore che, in epilogo quasi delle centoquaranta pagine
circa del suo lavoro, ce ne fornisce, di prima mano,
l’interpretazione originale.
Siciliana è difatti la scena (Venezia e l’Università, la laurea in
Architettura, e Clara sono lontane, appena delineate sullo sfondo ):
il fantomatico - ma non troppo a ben considerare - paese di San
Girolamo, situato in collina di fronte allo Ionio, come giusto in
quel di Catania la reale cittadina di San Gregorio;
siciliani sono i personaggi della vicenda, i loro nomi: Salvatore,
Pippo, Nunzio, Carmelo, Tano, Nirìa, e ancora Teresa, Mariella,
Cettina, Agata, Mariuccia, i loro cognomi: Scalia, Strano, Di Bella,
Chinnici, Musumeci, Tomaselli, e le relative loro cornici
socio-culturali e ambientali, le quali puntualmente vengono riferite
man mano che i personaggi stessi si affacciano alla ribalta;
le “ minchie ” dell’ingegnere: a portasigarette, a portasapone, a
portastuzzicadenti, a posacenere, a dondolo, il c.d. caffè, il
segreto a tutti palese, il regalo per ottenere l’autorizzazione per
costruire la casa (“ ma perché batte sempre sul discorso del regalo,
sul caffè da offrire? Non è più facile chiamare le cose con il loro
nome? Si chiamano tangenti, precisai “), pure esse sono del “ legno
di castagno dell’Etna o di pietralava “;
e finanche lu ‘ncuttumi, “ la percezione di vuoto, il dolore sordo,
depositato in fondo alla bocca dell’anima, il nodo alla gola che
impedisce di comunicare “, LA PAROLA - appunto - FERMA IN GOLA, è
appannaggio esclusivo dei Siciliani.
Ma sopra ogni altra cosa sono ancestralmente, protervamente
siciliani il senso di appartenenza in toto alla Sicilia: “ Mentre il
traghetto si allontana dalla costa il porto a forma di falce recide
il cordone ombelicale che ci ha tenuto legato alla Sicilia. Diciamo
peste e corna della nostra terra, siamo fortemente critici e
vorremmo scappare via per respirare aria di rinnovamento, poi,
quando ci troviamo sullo Stretto proviamo una stretta al cuore “,
e la susseguente esposizione wittgensteiniana di quel mondo, la
formulazione ovvero lessicale e sintattica che Alfio Patti ne
realizza, la quale, si rileva dalle note che corredano il volume,
privilegia “ un italiano regionale di genuina fedeltà etnea “ e
trabocca di espressioni, termini e dialoghi dialettali. In questi
casi, l’esperienza ci insegna, gli esempi concreti valgono più di
ogni pedante disquisizione: aggiornò, più confuso che persuaso,
cìcare, acqua davanti e vento di dietro, ciappedde, carramuni, cerza,
lappusu, svampare, carusi, mischini, sperto, sbannuto, scupetta,
sminchiato, simanata …
Utile quindi tradurre o magari commentare siffatte voci, siffatte
espressioni idiomatiche? Sì, forse; benché il loro significato nel
più generale contesto si delinei, in molte circostanze,
comprensibile o la loro penetrazione nella lingua nazionale è tale
che, tutto sommato, non necessitino dell’operazione. In ogni caso ne
risentirebbe l’atmosfera complessiva del lavoro. E allora, meglio di
no.
S’è argomentato poc’anzi di scena, vicenda, ribalta, giacché in
effetti i presupposti della “ rappresentazione ” sembrano ricorrere.
Rappresentazione il cui incipit coincide col ritorno al paese natale
di Gregorio - il protagonista principale - e che prosegue per tutti
i sei giorni della sua permanenza. Un ritorno motivato dalla
scomparsa della madre, Grazia, e punteggiato dal “ recupero ” di
altre tragiche, misteriose, violente morti: Cuppulidda, Jano,
Cristoforo, Emilia.
Emilia, “ l’amore della gioventù, forse l’unico. Quando un amore
finisce per colpa del destino rimane cristallizzato così com’è al
momento della sua improvvisa, accidentale interruzione. Quella notte
fu colpa mia. Quella leggera foschia … non c’era il guardrail in
quella maledetta strada! La curva si presentò tutto ad un tratto,
quel buio fitto … “
San Girolamo è “ paese del quasi, del forse, mai del dunque “. Il
ritorno ad esso, alle “ vituperate ” radici, gli è altresì premessa
per ripensarsi come individuo e come essere sociale, per rivisitare,
con gli immancabili distinguo, le severe autocritiche, le cocenti
delusioni del senno di poi, la stagione del proprio impegno, per
rispolverare contenuti, valori, vagheggiamenti giovanili avvolti
ormai nella stagnola del tempo:
“ Non c’è vita di scorta, altrimenti … fallita la prima, potremmo
rimediare con la seconda. Come cavolo si fa a maturare senza che
nessuno ti aiuti? Eppure io ci sono riuscito … perché mi sono
scrollato di dosso il concetto della perfezione. “ -
“ In passato io avevo militato nel partito comunista. Molti dei miei
amici avevano scelto un modello di vita che a me non piaceva:
andavano dietro ad un onorevole per tutta una vita. Noi, gli Scalia
non eravamo andati dietro a nessuno. Tutti gli Scalia erano andati
contro il potere. Del loro pane quotidiano non dovevano ringraziare
nessuno. La politica l’abbiamo fatta col cuore, invece, questa
brutta bestia va fatta col cervello. “ -
“ Avrei voluto che gli uomini prendessero coscienza della loro
condizione e reagissero, dopo secoli di “ cose che non cambiano ”.
Il tempo non era riuscito a togliere la scorza di quel paese dove
nessuno deve arrogarsi il diritto di migliorare la qualità della
vita, di progredire nella società. In quel paese la gente ti lascia
solo quando prendi iniziative e si mette dietro i vetri e sotto i
portici per vedere “ cosa sai fare ”. In quella terra tutto viene
ridimensionato affinché non se ne parli più di tanto e la cosa
iniziata muoia nel nulla. “
Notazioni amare ma vere, che denotano saldezza d’animo in chi le
ammette, e ben tratteggiano talune delle molteplici sfaccettature di
cui si compone l’indole dei Siciliani.
Ma non ci si figuri, per quanto detto, di ritrovarsi al cospetto di
una scrittura seriosa! Ché, pure tra funerali presenti e lutti
consumati, denunce di malcostume e corruzione, disillusioni
politico-ideali ... una sottile, garbata ironia si effonde
nell’opera.
In tutto ciò, l’autore è un po’ Gregorio, Cristoforo, Jano, un po’
Mariella, Nunzio, Di Bella, un po’ Federico, il cantastorie dalle
mani rusciane, l’uomo anziano dello scompartimento, nel senso che i
“ caratteri ” dell’uomo-scrittore si ritrovano - è il mio avviso -
disseminati, parcellizzati, condensati nella realtà di ognuno dei
suoi personaggi. Alfio Patti, in buona sostanza, si “ serve ” di
loro per consegnarci gli snodi della sua esperienza di vita, del suo
credo politico, del suo incessante divenire di Siciliano.
Trapani, Luglio 2005
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