ALFIO PATTI
La rapsodia della vita
Spunti per una lettura di “Nudi e crudi” di ALFIO PATTI (Prova
d’Autore, 2006)
La seconda raccolta di versi di Alfio Patti presenta una struttura
tripartita: si parte dai ricordi della “carusanza” e, passando
attraverso la “matelicheria” del presente, si approda alla “saccurafa”,
ideale ago per ricucire il tessuto lacero dell’esistenza umana con
il filo della memoria. L’inizio è segnato da una dichiarazione
doppia, di argomento e di poetica, e questo ne fa una sorta di
proemio: in “Arrivau a negghia” si disegna lo scenario che dominerà
i versi con tocchi rapidi e densi, non impressionistici ma, per la
loro intrinseca forza, capaci di farsi linee portanti dell’opera dal
punto di vista tematico: i “carusi/scausi e nudi” sono assoluti
protagonisti di una ideale giornata vissuta su quelle strade che
diventano il teatro (reso quasi sacro dalla memoria) in cui si
svolge l’umana commedia dell’infanzia. La nebbia, con la sua
caratteristica di elemento che impedisce di vedere, e quindi isola,
allora “non c’era”, e questo dato visivo rimanda immediatamente ad
una dimensione in cui si comunica senza schermi. Il nume tutelare di
quel tempo così caro e dolce è “don Tanu, mastru d’ascia”, che resta
sullo sfondo poiché non è una figura chiaramente connotata: questo è
molto bello perché lo introduce “’nta sta favula antica” lasciando
la fantasia dei lettori libera di spaziare e d’immaginarselo ora
vicino di casa, ora nonno premuroso e dolce, ora infine –ed è
l’immagine che in chi scrive è affiorata per prima alla memoria-
come una sorta di Geppetto intento a dirozzare un pezzo di legno che
diverrà poi il più discolo dei bambini, curioso , bugiardo e
assetato di vita tanto da assurgere ad emblema di ogni bambino
e-perché no- di questi “carusi” fra cui si adombra la figura del
protagonista. In “Parola” l’accento si sposta sul mezzo con cui si
dipingerà questo grande affresco : la parola, appunto. Anche qui
curiosamente ritorna lo schema della prima lirica, che racchiude
emblematicamente entro i confini di una giornata l’esperienza e le
potenzialità della parola, capace di cantare “’u suli autu” dell’età
verde con la forza delle emozioni che vi sono connesse e di divenire
com’esso “forti e chiara”, e “u suli aggiuccatu” di ciò che finisce,
quando essa, “rauca”, “muzzica ‘u silenziu”. E ancora, quando il
silenzio ha divorato forma e confini, essa si erge con il suo potere
eternatore e diventa “cuntu”, cioè racconto, canto, rapsodia che
ricuce ed eterna la vita dell’uomo. Nella ricchezza delle
suggestioni che evoca, questa lirica può essere paragonata all’oraziano
“exegi monumentum aere perennius”, ripreso poi dal Foscolo dei
“Sepolcri”. Si evidenzia, nella chiusa di questa lirica, uno schema
che ricorrerà altre volte , specie nella prima sezione della silloge
(schema che non è solo esteriore, retorico, strutturale, ma è legato
ai meccanismi della memoria): quell’aura di sogno che domina il
dolce, elegiaco canto dell’infanzia lontana e preziosa, viene a un
tratto bruscamente spazzata via, come in un risveglio improvviso,
dal ritorno al presente, che irrompe con la sua urgenza. Il senso
del cambiamento viene trasmesso ai lettori con una gravitas che solo
noi siciliani, pur nella nostra solarità (anzi, direi proprio in
virtù di quella!) sappiamo avere, senza sentimentalismi e
compiacimenti di sorta, ma con la solennità di un sipario che cala
improvviso sugli uomini e sulle loro vicende (anche qui, a proposito
di chiuse e ideali “sipari”, gli echi classici si sprecano: dal
virgiliano “maioresque cadunt altis de montibus umbrae”(Verg., Ecl.
I, 83) al foscoliano “finchè splenda il sol su le sciagure umane”
(Sepolcri, 295).
Esempi ne sono “ ‘u scuru” che “m’abbrazzò” dopo che la parola
divenne racconto, il “poi/ m’arrusbigghiai, all’antrasatta” nella
lirica “Santu e riccu” (bellissimo e antico, qui, il gesto
benedicente della nonna, segno di autentica fede e di amore
profondo, interpretato dal piccolo nipote come una mera captatio
benevolentiae), che segna lo stacco fra il racconto dell’infanzia
beata e la doccia fredda della notizia della morte, e la chiusa
stessa della lirica, in cui, a completare il gioco oppositivo
passato-presente in termini di
passato=gioia(illusione)/presente=dolore (disillusione), si pone in
campo l’infanzia del figlio del protagonista-autore, protetto dal
padre che non lo sveglia e “tira dritto” per recarsi al funerale.
Sulla medesima linea si collocano l’immagine del cortile antico dove
il protagonista è cresciuto, che “non smamma cchiu’ carusi”, e
ancora l’inizio e la fine dell’ultima lirica di “carusanza”,
contrassegnati da due versi-sipario: all’inizio “t’affacciasti/e ppi
mia agghiurnau” e alla fine “non mi vidisti arrivari/e ppi tia
scurau”, dove l’improvviso cambio di scena è dovuto all’azione
dell’amore che sconvolge tutto , e fa “agghiurnari” quando arriva e
“scurari” quando tarda: è l’antico potere dell’amore (l’Amor omnia
vincit di ovidiana memoria). Il soprassalto è presente pure in “Stasira”,
espresso con un bel termine siciliano, “arrisatari”, cioè
“sobbalzare”: qui si tratta di un sentimento profondo, oscuro, non
ben definito, che si presenta al cuore del protagonista e lo spinge
ad entrare in una chiesa, da adulto (e quindi disilluso) per
impostare una preghiera con Dio, sicuramente da Lui stesso
sollecitato a questo dialogo, che però si ferma laddove il
protagonista riconosce che , pur stando vicino a Dio, non è facile
non fare il male, mentre un desiderio di cambiamento, suscitato da
Dio stesso ma vissuto come se fosse venuto da dentro, si fa strada
nel cuore .
Passando a “matelicheria”, nella prima lirica , “ ’A rrunna ”,
l’opposizione fra passato e presente si fa schema per approcciare
temi che sono più vicini agli ideali del protagonista-autore: il
ragazzo scalzo e nudo di una volta è diventato un giovane adulto che
sogna di cambiare il mondo.
La vita associata è concepita sempre come una sorta di militanza: da
bambini si stava in fila nelle situazioni in cui l’ordine era
probabilmente imposto dai grandi, mentre da adulti si sta in cerchio
, facendo fronte comune per piantare un seme nuovo nel mondo - un
mondo da cambiare con la forza rivoluzionaria dei sogni. Qui si
adombra chiaramente la militanza politica giovanile dell’autore e il
suo mondo di ideali non ancora spenti al modo delle “fole”
leopardiane, ma vivi pur in un presente non maturo per accoglierli e
che aspetta ancora “tempi scammisati”. Qui è notevole il fatto che
l’immagine della nudità si riferisca all’ambito politico-ideologico:
essa è un vero e proprio leit-motiv che percorre la silloge,
dall’immagine iniziale dei “carusi scausi e nudi” fino a qui,
tracciando un percorso segnato dalla nuda essenzialità, da una
crudezza che si applica tanto all’ambito della propria infanzia
quanto al modo di concepire gl’ideali più elevati. Il pessimismo che
accompagna la presa di coscienza della realtà non riesce a spegnere
la fede nell’uomo e nella sua dignità, la sete ardente di vita
adombrata nei numerosi riferimenti al desiderio di rinascere non in
un’altra, ma in questa medesima dimensione.
Il presente è vissuto come aridità e isterilimento, come un
incombere della notte. Perfino lo “sciusciamaccu”, cioè lo sciocco,
riesce ad essere triste, abbandonando la sua incosciente allegrezza.
Le lacrime come un balsamo bagnano la pietra inaridita su cui cadono
, le ossa sono rotte e il cuore “agguttatu”. Nella sezione finale “saccurafa”,
si rivela l’intento del poeta di usare la parola e la memoria come
strumenti privilegiati per ricostruire “i punti persi/di sta vita ca
si scusi/jornu dopu jornu”. Il poeta è artigiano-artista, che
recupera e attualizza il passato fissandolo con l’ago della memoria
e il filo del dialetto, pregnante e vivido come una ferita sulle
carni, da cui spurga un perenne salasso d’umanità.
Notevole è l’uso del dialetto. Patti qui combatte con quella che i
Latini chiamavano “patrii sermonis egestas”: anch’egli, come il
romano Lucrezio, si affida ad una lingua antica, che ha sapore di
latte materno e profuma della ruvida saggezza dei padri, ma si
accorge che essa, ai tempi nostri e a causa dell’elaborazione
letteraria cui è sottoposta, non ha parole per dire alcuni concetti
che appartengono al lessico scientifico, quali “endometrio”,
“ossidiana”, “selenio” ed altri, i quali vengono lasciati come sono,
salvo adattarne le desinenze e il vocalismo a quelli del siciliano
(l’endometrio citato sopra diventa “endometriu”, il selenio “sileniu”).
Alle volte sono presenti dei sorprendenti conii di composti come
“jocafocu” per dire “kamikaze”, in cui l’inventiva verbale
dell’autore riesce ad esiti geniali che coniugano culture distanti e
questo, insieme con l’universo d’immagini che si piega a cantare,
rende la lingua di Patti aristotelicamente “straniata” e quindi
estremamente letteraria.
Alfio Patti è un temperamento passionale, graffiante e profondamente
malinconico, e questo emerge anche quando piange composto, quasi in
silenzio, la fine della “carusanza” con le sue ruvide innocenti
gioie.
Nudi e crudi non sono solo i versi di Alfio, ma anche gli uomini che
popolano il suo mondo di ricordi, con le ginocchia facilmente
sbucciate su strade pietrose e assetate d’acqua che non sono meno
“nude e crude” esse stesse dell’umanità cui fanno da teatro; e “nudi
e crudi” sono infine i ricordi stessi, che affiorano alla mente
dell’adulto con la freschezza diafana di un acquerello le cui tinte
si fanno d’un tratto forti nel momento in cui, per il confronto con
il presente, essi escono dalla dimensione del sogno e della visione
e palesano la loro natura di brandelli d’anima, ancora grondanti di
sangue, di quel sangue che si sparge ogni giorno idealmente in
ingrato sacrificio al dio cattivo della fatica, che nega agli uomini
il diritto a godere e li costringe a traslocare sempre da una casa
all’altra. Emerge l’attaccamento sanguigno e quasi carnale ad una
vita piena d’affanno, la cui unica religione sono i ricordi della “carusanza”,
vissuta anch’essa su strade scomode, aspre e accidentate, ma
riscattata comunque dal sogno che accompagna l’età verde. Nudo e
crudo è il dialetto con la sua caratteristica di strumento
comunicativo immediato, forte, pregnante, sanguigno come questi
ricordi, un modo di esprimersi in cui è impresso a fuoco il marchio
atavico e ancestrale dell’umano, spoglio di ogni orpello retorico
eppure carico di sogno come non ci si aspetterebbe da un popolo come
quello siciliano in cui anche le donne sono forti e in grado di
essere delle vere “matriarche”. Eppure questo mondo è soffuso di una
dolcezza, di una sensucht che scaturisce, come sempre quando è
autentica, dal dolore, di cui è raro e prezioso distillato.
Elio Distefano
poeta e critico
Articolo tratto da
Lunario Nuovo Rassegna mensile
di Scrittura creativa diretto e fondato da Mario Grasso - nov. 2006
|