ALFIO PATTI
Il nodo inestricabile delle proprie radici
di Silvana Carbonaro
Un italiano regionale per raccontare i vizi e
le virtù di un paese siciliano, quali appaiono all'ottica inquieta
di chi, allontanandosene, non
ha saputo, né voluto cancellarli dalla propria vita.
Giunge l'architetto Gregorio Scalia in Sicilia
per il funerale della madre. La rivisitazione dell'isola, si rimette
sin dalle prime pagine al "ritorno dell'esule", da Ulisse a Foscolo,
a Vittorini, a Pavese. incluso il ritorno impossibile di 'Ntoni
Malavoglia. Una tradizione illustre che trae il crisma
dell'universalità dall'urgenza tenace nell'uomo di recuperare, con
l'infanzia, una tranche de vie ancora intatta dalle ombre lunghe
dell'età adulta. Va da sé che tale ritorno, metaforicamente inteso
come reimmersione nel passato, finisce per dichiarare ogni volta la
sua sconfitta, in quanto non ci si bagna mai due volte nelle stesse
acque di un fiume. A maggior ragione il fallimento è scontato per
quanti abbiano consumato l'"abbandono del nido" e portino
nell'intimo le stimmate del tradimento.
Non diverso il caso di Gregorio Scalia, mentre avverte la propria
separatezza dall'habitat natale, e giudica dall'alto di una
pretestuosa superiorità cittadina le storture del paese (San
Girolamo): i lacci mafiosi, le connivenze, le speculazioni edilizie,
le raccomandazioni; in definitiva, la prontezza dei "furbi", di
contro all'apatica soggezione degli onesti; quel farsi canna quando
tira vento; quel baciare le mani a chi, invece, andrebbero tagliate
o, al più, quel dimenarsi sempre restando nella stessa pania,
nell'incapacità di scalfire il sistema.
Gli serve questo per stornare da sé l'idea
insistente di essere volato via come foglia caduca, per coprire
l'eco non meno assidua della premonizione materna: "Lontano dagli
occhi, lontano dal cuore?", per garantirsi delle attenuanti. Così,
fra ciò che descrive (gli incontri con i parenti, gli amici, i
conoscenti di un tempo, affatturati come da antica malia; i luoghi
stessi degli incontri: la piazza, simbolo dell'inettitudine, gli
interni familiari e i sapori del passato, l'interno della casa
materna con i risvegli di Gregorio madido di sudore) e ciò che si
legge dietro le righe, si colloca lo spazio dell'ambiguità
narrativa, che è la parte più notevole del romanzo. La
focalizzazione, affidata all'Io protagonista, indirettamente rivela
la delusione di un perdono agognato; e il pianto della natura,
violata dal progresso e dalla corruzione (A me sembrò che il
carramuni piangesse le ultime gocce di latte e la cerza nana fosse
diventata una spettatrice disincantata), traduce in simbolo un'altra
pena e un altro pianto, indotti da una Colpa bifronte che ha il
volto della madre, da un lato; quello di un amore distrutto,
dall'altro. Affrancarsene, ad onta di ogni buon proposito, non pare
rientri nei desideri più profondi del protagonista, se il groppo
(gli 'ncuttumi) che sente chiunque abbandoni l'isola, è stato da
Scalia ogni volta soltanto rimosso (Sono ormai vent'anni che non
prendo il treno, né per venire in Sicilia né per tornare a Venezia.
L'aereo è certo più comodo e veloce. Così non ho più potuto dire
quella parola "gli 'ncuttumi"). E' la parola ferma in gola a
recitare l'ultimo atto.
Pubblicato sulla rivista "Scuolainsieme" n. 4
Aprile/maggio 2003
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