Così iniziò il mio ultimo orale, maturità 2006/2007, III liceo
classico B.
Prima di iniziare, vorrei fare una breve premessa; non lasciatevi
ingannare dalla brevitas che caratterizza la mia tesina; di solito
sono prolisso, mi dilungo e forse filosofeggio un po’ troppo, ma
queste poche pagine, racchiudono in sé l’essenza di quello che sono
stato per cinque anni e quello che sarò per il resto della mia vita.
Credo che sia il compimento di un percorso iniziato tanti anni fa, e
si conclude qui, con questo mio lavoro.
Bene, iniziamo.
Amore assoluto come ricerca dell’esistenza:
La definizione di questo termine va ricercata nella radice latina
del termine assoluto, participio perfetto del verbo absolvo, “absolutus”,
ovvero “sciolto da”. Associato alla parola amore, questo binomio
assume una valenza e una specificità che va al di là della semplice
infatuazione amorosa, anzi, utilizzando termini oraziani, l’amore
assoluto risulta essere un «monumentum aere perennius regalique situ
pyramidum altius», un monumento duraturo più del bronzo e più alto
della mole regale delle piramidi (carmina III,30), perché
rappresenta l’assolutizzazione della nostra esistenza, la risultante
delle forze che ci rende esistenti, per l’eternità.
Può essere un amore platonico, sublimato, oblativo, esistente, amore
per l’esistenza stessa della vita, amore per una donna, un uomo, un
valore, un oggetto, un tutto o un niente, semplicemente quel
quidditas che ci rende quello che abbiamo sempre voluto essere e che
abbiamo sempre inseguito, nella speranza di poterlo percepire, o
forse solo assaggiare in un istante di felicità perenne. Non occorre
essere poeti o eroi a priori, perché è proprio la ricerca di questo
unico amore che ci rende tali; è la riuscita della nostro scopo che
induce gli altri ad affibbiarci tali congetture, come se loro
fossero in grado di carpire il sentimento che ci ha sollevato
dall’essere un semplice essere, a divenire l’Essere per noi stessi,
l’Esistente della nostra esistenza. Il meccanismo non è necessario e
universale, risiede nel nostro spirito ma l’esigenza di questa
indagine dipende esclusivamente dall’uomo: può scegliere di
accettare di cercare la propria esistenza oppure “vivere” nel
proprio emisfero circondato da un materialismo o anche da un
infinito che non lo esprime come esistente, ma come un essere che
può dedurre la propri esistenza dalla propria essenza, inscatolata
dentro processi logici, razionali, dialettici che riducono l’uomo ad
un numero, un essere normale nella normalità quotidiana del nulla,
dimenticando la propria natura esistente che lo contraddistingue non
solo dagli animali ma anche dagli altri uomini, essendo ciascun uomo
unico e irripetibile nella sua unicità.
Quest’evoluzione è mettersi in discussione, rischiare di trovare la
propria esistenza: rischiare perché non è certo che l’amore assoluto
si possa individuare meramente, anzi, il processo che ci aiuta ad
individuare la nostra esistenza, in quel quidditas tanto vicino e
tanto lontano, è arduo e complesso. Nella letteratura ci sono gli
uomini dormienti della vita reale, che vivono nella loro essenza, si
svegliano e si scoprono esistenti grazie all’amore assoluto che
hanno indivi-duato in un ideale, in un gesto, in un modo di vivere,
in un anonimato tacito e in un incontro sublimale e platonico,
diventando per noi lettori degli eroi, poeti, amanti, simboli e
idoli, riflesso del nostro io esistente oppresso dalla natura
essenziale che placa la nostra natura ontologica.
Sartre ha preconizzato in chiava psicologica un’angoscia di vivere
che nel nuovo millennio sta esplodendo in eclatanti patologie
manifestate attraverso i malesseri del soma; dunque non si può
sperperare l’esistenza senza un progetto. Questo è il messaggio
finale del suo grande capolavoro esistenziale, La Nausea, il
messag-gio del suo alter ego letterario, l’alter ego dell’umanità,
Antonio Roquentin,che dopo aver trascorso la vita a raccontare
quella di un altro, il marchese Rollebon, libertino del 1700, giunge
a questa definitiva consapevolezza, per non cadere nella Nausea:
“L’importante è vivere, non farsi raccontare”.
AIACE TELAMONIO
La tragedia di Aiace rappresenta uno dei massimi picchi letterari
del mondo antico, proprio per la sua natura psicologica-esistenziale
che anticipa radicalmente il teatro del 1900.
L’opera sofoclea è un viaggio alla scoperta di sé, ove Aiace si
scopre eroe esistente al di sopra delle leggi divine e autore e
fautore del proprio destino, nella misura in cui verrà ricordato e
conside-rato. Il suo gesto viene definito folle, negazione della
vita, blasfemo, tracotante, anche segno di codardia, ma in realtà è
portatore di valori profondissimi, poiché per la prima volta viene
descritto e rappresentato il suicidio, suicidio inteso come catarsi,
ovvero purificazione.
Il Telamonio è stato uno dei più grandi eroi della battaglia di
Troia, fattore fondamentale della vittoria achea, che gli ha
assicura-to timè eterna. Ma il non aver ricevuto le armi di Achille,
secondo i meriti di guerra, e l’essere stato vittima delle manovre
giocose degli dei hanno provocato il risveglio della natura
“esistenziale” di Aiace, che non accetta di dover soccombere al
volere degli dei e di perdere così la gloria che gli sarebbe
spettata. I valori in cui ha sempre creduto ex abrupto, scompaiono,
o forse compaiono veramente ai suoi occhi nella loro forma più
esplicita, descrivendo la natura soccombente dell’uomo alla volontà
divina. Questa è certamente la canonica figura dell’eroe tragico, ma
Aiace, attraverso il suo monologo, si scopre uomo, ancor prima di
eroe, e capisce che la gloria eterna e la conquista della sua
ontologia nasceranno da un folle gesto, il suicidio, l’avvicinamento
più totale alla vita, poiché egli nega non la vita stessa ma la vita
imposta, soggiogata alla volountas degli dei.
La sua è una presa di posizione tipica di chi ama la vita per la sua
natura. La necessità di vivere al di sotto della propria volontà
interiore, secondo leggi esteriori scritte e non scritte, porta
l’eroe sofocleo alla morte volontaria, alla richiesta disperata di
libertà e di vita. Il gesto non va interpretato superficialmente
come una fuga per l’onta subita, ma come una dichiarazione di
volontà di esistere, non dipendendo da nessun altro, o per lo meno
da personaggi o divinità posti a priori come esseri superiori che
determinano la vita degli uomini.
Aiace, a partire dalla spartizione delle armi di Achille, ha
iniziato un processo psicologico “esistenziale” che lo ha condotto a
capire il vero significato della sua vita: l’amore assoluto per la
vita, vita come libertà di agire e di pensare. Aiace è l’eroe
esistenziale per antonomasia del mondo antico, proprio per il fatto
di aver trovato l’amore assoluto. Grazie a questa analisi che ha
reso l’eroe tale, l’uomo si scopre ontologicamente esistente, e poi
eroe per ciò che ha trovato: l’assoluto.
La vicenda fa trasparire il lato umano dell’eroe omerico: Aiace non
è semplicemente un eroe invincibile e inarrivabile, kalòs kagazòs
kai mègas, ma è eroe patetico, in greco, ovvero carico di
sentimento, un exemplum vivendi per l’uomo del XX e XXI secolo e per
i secoli a venire, perso nella quotidianità del nulla e alla ricerca
di un logos che regoli l’esistenza, quando esso lo può trovare in sé
stesso, ricercando la medesima attraverso l’amore assoluto che ci
rende esistenti, come ha fatto Aiace, nella morte. La catarsi finale
ha reso l’eroe sofocleo il primo grande personaggio ad essere uscito
dalla sfera della maschera, del ruolo di eroe vittima della phthonos
ton theon o di un destino ineluttabile, il primo protagonista
“esistenziale” della letteratura mondiale.
RODION ROMANOVICH RASKOLNIKOV
Una delle figure che rappresenta meglio la condizione esistenziale
dell’uomo, che raggiunge e scopre l’amore assoluto, è Rodion
Romanovich Raskolnikov, protagonista del romanzo di Dostoevskij,
Delitto e Castigo.
La ricerca di Raskolnikov si chiude con la consapevolezza che il suo
superomismo non è altro che l’amore assoluto che ha trovato nel
cuore di Sonja, semplicemente questo, scoprendosi un uomo vero,
superuomo solo per il fatto di aver trovato la sua esistenza
nell’unico valore che lo reso vivo e speranzoso di vivere, l’amore.
Il suo cammino, può essere considerato come una progressiva
cono-scenza di sé stesso, fino al totale riconoscimento finale delle
propria esistenza e della propria volontà. È un romanzo psicologico,
che per buona parte del suo svolgimento, descrive dettagliatamente
la figura del classico super uomo nietzschiano; ma proprio la
psicologia del protagonista, il suo continuo cogitare sul da farsi,
sul significato di giusto e sbagliato, il bene e il male, uomini e
superuomini, induce il lettore a riflettere sul dramma esistenziale
che dilania il cuore del giovane ex studente russo. Il protagonista
passa dalla sicurezza e dalla volontà di uccidere la vecchia
usuraia, all’insicurezza del suo folle gesto, fino alla totale
follia, forse l’inizio della sua guarigione e del suo avvicinamento
all’amore e all’esistenza, che lo porterà a confessare il duplice
omicidio a Sonja. Questo è il momento fondamentale della vicenda
perché per la prima volta Romanovich si apre ad un essere umano, non
a caso colei che gli aprirà la strada della verità, della sua
esistenza. E dopo questa confessione, Rodion inizia il suo viaggio
alla scoperta di sé stesso, riconoscendo la propria colpevolezza,
non sentendosi come Napoleone, ovvero uno dei pochi uomini
straordinari, ma un semplice uomo che ha commes-so un’empietà
giudicabile e perseguibile dalle leggi degli uomini. La figura
muliebre è fondamentale per la svolta finale, poiché fornisce a
Raskolnikov valori romantici, religiosi, e virtuosi che ha perso, e
che lo porteranno alla catarsi finale, il riconoscimento della
propria esistenza nell’amore assoluto per Sonja, l’unica donna della
sua vita, colei che ha aperto gli occhi all’esistenza di Rodion. La
degenza in carcere sembrava essere la morte per il protagonista, il
quale non riusciva a capire come mai Sonja si interessasse tanto a
lui e perché non si fosse ancora suicidato, cosa che bramava da
tempo. Convinto di non essersi dato la morte prima del tempo per
motivi nietzschiani, nell’ultima parte del romanzo Raskolnikov
capisce che, in realtà, la sua vicenda esistenziale era legata non a
valori di uomini straordinari, ma semplicemente ai valori dell’amore
assoluto che doveva ancora scoprire, nascosti dietro ad uno pseudo
superomismo di quell’essenza che oscurava la sua esistenza.
Raskolnikov si è scoperto uomo, uomo vero ed esistente grazie al-l’amore
per quella donna, che lo ha sempre amato, e che gli è stato vicino,
non solo durante la sua confessione, ma soprattutto durante il suo
stazionamento in carcere, dichiarando con i suoi gesti il suo amore
per lui. Il dramma esistenziale sta alla base della vicende di
Dostoevskij: il giovane russo per tutto il romanzo lotta fra ciò che
crede di essere, superuomo, e ciò che non comprende, ovvero ciò che
lo spinge a riflettere sulla sua natura (esistenziale-ontologica).
Il processo è continuo e soltanto alla luce dei fatti e dei
risultati Raskolnikov comprende ciò che è, un uomo bisognoso
d’amore, l’amore vero: Sonja.
ANTONIO ROQUENTIN
Il 1900 è definito anche come il secolo dell’esistenzialismo
letterario e filosofico e Jean-Paul Sartre, attraverso la figura di
Antonio Roquentin, analizza l’uomo nella sua sfera ontologica,
giorno dopo giorno, utilizzando lo strumento del diario per
estrapolare la psicologia del protagonista dalla sua vita.
La vita, secondo Roquentin, nel momento in cui ci appare come unico
ed inevitabile flusso di esperienze senza un senso proprio, provoca
la grande vertigine della Nausea: possiamo dire dunque che Sartre
denuncia che la realtà non ci dia un significato, ma che sia l’uomo
a doverlo trovare nella realtà, per potersi definire esistente; non
esiste un essere necessario, un Dio, che possa dare senso,
significato dall’esterno a questa condizione esistenziale. La Nausea
nasce dal nichilismo totale, dall’assenza di un Dio che necessiti la
realtà ontologica in cui viviamo, così che tutto non diventi
gratuito: tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io
stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo
stomaco e tutto si mette a fluttuare...ecco la Nausea, l’inferno di
tutti i giorni. Roquentin, vive quest’angoscia del vivere
quotidianamente, e le pagine del suo diario sono testimoni, parlano
di vite di altri, raccontano vite di altri, e parzialmente la sua.
Tutto è inconsistente, la razionalità diventa fobia della vita: il
protagonista pensa in continuazione a tutto ciò che lo circonda,
razionalizza ogni evento, non riuscendo a viverlo, a cogliere
l’esi-stenza di questi istanti successivi, questa cosa che chiamano
vita.
Per tutto il romanzo, Roquentin, lascia il compito di vivere agli
altri, quasi accusandoli per la monotonia delle loro azioni, o per
loro scelte, politiche, sociali, lasciando il compito di vivere alla
sua penna e ai suoi fogli bianchi che magicamente prendono vita
dalle illusioni altrui e da pennellate nate dal proprio pensiero,
unico essere vero del romanzo.
L’uomo si trova nello stato di non poter rifiutare la sua esistenza
e il mondo come contingenza: significa infatti che esistere nel
mondo e il relazionarsi con esso rappresentino una necessità che
ciascun uomo non può eludere. Roquentin potrebbe anche decidere che
il mondo in cui vive non esista, oppure sia esemplificato da una
Nausea insuperabile, ma il mondo esiste, e l’uomo deve trovare un
senso alla sua esistenza, alla sua presenza su questo globo
terrestre. Nessuno scopo riesce più ad orientarlo, egli esiste come
una cosa, come tutte le cose che emergono nell’esperienza della
Nausea, nella loro gratuità ed assurdità. Ogni cosa nasce senza
ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.
Il processo ontologico esistenziale si risolve attraverso l’incontro
con Anny, l’ex fidanzata di Roquentin: lei ha scelto, è divenuta una
mantenuta, ama questo ruolo, è la sua Nausea, ciò che è più gratuito
al mondo. Ascoltando le sue parole e vedendo il suo viso mutato, il
corpo invecchiato, la sua esistenza coinvolta nella gratuità della
Nausea, vede finalmente se stesso, ovvero un uomo che ha passato e
sta passando la propria vita narrando quella di un altro, un
libertino del 1700, emblema e paradigma della società del secolo
decimo nono, ovvero, “nauseato”, dedito alla pura e semplice inerzia
della vita.
Roquentin capisce di aver sprecato la propria vita nell’aver
interrogato il mondo con quesiti sulla sua natura ontologica e
nell’aver osservato persone che vivevano la Nausea, mentre lui la
vedeva, si allontanava e si avvicinava senza una finalità dalla
vita, che però lo ha portato a scoprire la magnificenza
dell’esistenza, all’infuori della Nausea, cogliendo finalmente
l’amore assoluto che gli permetterà di sentirsi per la prima volta
felice di esistere.”
La volontà di scrivere un libro, o meglio, la volontà di scrivere
questo libro nasce proprio da codesto sentimento, da questa voglia
di esistere e di trovare veramente l’esistenza nella sua forma più
totale. Forse, sono stato fortunato, poiché non ho dovuto scegliere
la via del suicidio, vivere la Nausea o uccidere, per poter
riconoscere quale fosse il mio reale destino e con chi dovessi
inseguirlo e viverlo. Ancora più fortunato forse, perché esso si è
manifestato fin da subito, di fronte al mio cuore, mandandomi un
angelo dagli occhi azzurri e dalla chioma lucente, fin da subito,
appena varcate le porte del Liceo Classico M.L. King. Impiegai poco
a comprendere tale dono e ancor meno a innamorarmi dell’amore fatto
persona, donna, vita. D’altra parte, io sono ancora qua, a
rincorrere il mio straccio di speranza, in totale fuga da me, forse
per sempre o forse no, ma comunque rincorro la vita, purtroppo, e la
sento scorrere veloce-mente, come un folle treno su un binario
infinito senza conducente. Lei corre ed io inseguo la sua anima
errabonda fra le acque del Tevere e i colli che resero grande Roma.
Fortuna o sfortuna che sia, come ho appena detto, rimane uno
straccio di speranza che mi lega, sia a questa vita che a lei, e che
non smetterò mai di conservare nel mio cuore, audendo di continuo la
trasmutazione dell’ ideale in reale, e bramando sogni di esistenza
vera. Magari ho sbagliato tutto nella vita, magari ciò che ho
scritto non ha significato e forse sono gli altri che hanno avuto
ragione e che hanno deciso di dare un taglio a qualcosa che poteva
assomi-gliare alla propria Lei, magari lo era, ma le difficoltà e le
indecisioni hanno spinto entrambi o solo uno dei due ad abdicare, ma
faccio fatica a concepire tali comportamenti. La vita è già
abbastanza brutta e ingiusta nelle sue sfumature evidenti a ciascuno
di noi; perché scappare quando il lumen della felicità è a portata
di mano? Siamo mortali, fatti da carne mortale e spesso il cuore ha
delle ragioni che la mente non può concepire; siamo predisposti a
compiere errori nel corso del nostro lungo cammino, ma ciò non
implica il disfarsi del tutto se l’evento tanto agognato non si
manifesta a noi secondo le nostre modalità.
Oltretutto, l’amore assoluto, è stato raggiunto, e solo per il fatto
che io possa far sentire tale persona unica e speciale, grazie a
queste liriche contenute nella mia prima silloge, rende eterno me e
ciò che abbiamo creato, insieme in tutti questi anni fra: litigate,
discussioni, passioni, amore. Il fondamento dell’esistenza umana,
non si racchiude semplicemente nella condivisione fisica, ma anche
attraverso il sublime raggiunto dalla condivisione metafisica,
platonica, di un qualcosa più grande dell’uomo, dell’essere stesso:
l’amore assoluto. E grazie a quest’opera, tale obiettivo è stato
raggiunto, creando una corrispondenza di amorosi sensi fra due
esseri eletti, eletti non per discendenza o per volere divino, ma
per volontà intrinseca dei lori cuori.
Il problema fondamentale dell’uomo è la ricerca continua di qualcosa
che non c’è, racchiuso nelle grande azioni, in grandi avventure
finalizzate al nulla; tale scelta lo condurrà ad un totale
nichilismo, poiché è la morte stessa dell’essere. La gioia, la vita,
la speranza, nascono dal piccolo gesto, anche il più effimero che,
se posto e dato al momento giusto e alla persona giusta, ci rendono
veri nella contemplazione dell’assoluto e nell’assolutizzazione del
vivere grazie al semplice.
Aiace, Roquentin, Raskolnikov, sono essenzialmente le figure che
meglio per me hanno rappresentato questo superamento e
allonta-namento dal nichilismo ontologico, che affonda le sue radici
nella invidia e nella tracotanza dell’uomo stesso.
Tendere all’assoluto, non significa calpestare gli altri, essere il
migliore per primeggiare in un primato assente di tutto; infatti,
questo libro non avrebbe senso se non ci fosse stata una lei a cui
dedicare ogni singolo verso, parola, senso.
L’irrazionalità che ha coinvolto la maggior parte delle persone e
che invade quotidianamente il nostro essere, sta distruggendo
lentamente ciò che le piramidi del passato ci hanno lasciato.
Secondo Croce “siamo nani sulle spalle dei giganti”; in questa
ottica, dovremmo cercare di conservare tutto ciò che ci è stato
tramandato e cercare di tramandarlo ai prossimi nani che si dovranno
sedere sulle nostre spalle, portando con sé il fardello della vita
che gli abbiamo trasmesso.
In particolar modo, il grande gigante su cui mi sono appoggiato e
che in fondo mi ha cambiato la vita, è il grande Eugenio Montale;
dopo aver studiato Leopardi ed essermi innamorato del senso
dell’infinito, credevo che il mondo finisse laddove iniziava la
siepe. Non potevo credere che ci fosse altro, che esistesse qualcosa
di ancora più esistente. Invece, un giorno, il mondo iniziò a
cambiare: i colori sembravano diversi, i profumi emanavano aromi mai
sentiti e il senso della vita si materializzò improvvisamente. Tutti
quei pen-sieri, quell’amore per una donna, tutti i momenti passati
insieme, collimarono in una semplice immagine:
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Molti, in “Meriggiare pallido e assorto”, colgono la Liguria nella
sua forma totale, essenziale, vera; altri un pessimismo ontologico
quasi opprimente, non essendo in grado di raggiungere il senso
dell’oltre; molti colgono in essa la rinuncia dell’io a trascendere
la dimensione della mera contingenza in cui l’uomo viene gettato
dalla vita stessa; ci si potrebbero scrivere intere pagine su
cotanta bellezza e umanità espresse in un’unica poesia, forse la
Poesia, ma questo è materiale da libri di scuola. Eppure, tutte
queste teorie, queste parafrasi, questi paroloni, sono veri:
leggendo tali versi, è immediato lo smarrimento e il terrore che
invade i nostri cuori alla vista dell’immensità del mare. Ma questo
smarrimento primordiale, mi ha purificato subito l’animo e mi ha
ricondotto ai fondamenti della mia esistenza, al perché e al come
sono giunto a 19 anni ad interrogarmi sul significato ontologico e
metafisico di una poesia; la risposta la trovai subito, era di
fronte a me, anzi di fronte, più tre banchi a sinistra.
Montale, ha dato semplicemente una speranza con questo mare sperduto
e preceduto da cocci aguzzi di bottiglia; ci ha spinto a navigare e
a cercare la nostra via, a continuare a sperare, cercando di
esistere nel modo migliore possibile. Ed è qui che nacque “Amore
assoluto come ricerca dell’esistenza”, dalla necessità di trovare me
stesso nella mia lei, a riconoscermi esistente nel tempo e nello
spazio, ad amare eternamente nel fisico e nel metafisico, a donare
tutto me stesso a lei, creando amorcenrtismo puro e semplice.
La ricerca è finita, ma la fatica prosegue alla conquista totale del
cuore che mi appartiene: così fu il tempo de “Quattro Stracci”, la
mia ultima speranza, ciò che rimane, ciò che è rimasto, dopo quasi
sei anni di amore, di condivisione, odio, amicizia, vita. Sono i
miei “Ossi di seppia” in un certo qual modo, anche se le tematiche
che hanno spinto il sottoscritto e il grande Montale a scrivere tali
versi, erano e sono ben diversi, ma credo che la finalità fosse e
sia assai simile poiché la speranza non ha padrone; per quanto siano
tristi e arrechino mistero, irrequietudine, malinconia, fanno
sperare che il Tutto esista ancora e che si possa ottenere in
qualche modo. I quattro stracci sono il tramite per raggiungere lo
scopo primordiale, il tramite per raggiungere la vita dall’entrata
principale, assaporare nella variopinte forme dell’esistenza la
propria lei, conoscere tutte le sfumature che l’Assoluto dona,
personificato dall’oggetto del nostro amore.
“QUATTRO STRACCI: AMORE ASSOLUTO COME RICERCA DELL’ESISTENZA”
20/08/07,
Alberto Comparini
|